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“La nostra vita è effimera e insensata. Ma è l’unica che abbiamo ed è giusto attraversarla”: TPI intervista il poeta Nicola Vacca

"La scrittura mi è servita per mettere nero su bianco il confronto quotidiano con il dolore prima e con la perdita poi"

Di Vincenzo Fiore
Pubblicato il 22 Mar. 2019 alle 10:45 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:01
Immagine di copertina
Nicola Vacca

Non esiste un’età giusta per perdere un genitore. La morte, l’appuntamento inevitabile, desta ogni volta lo stesso scandalo. Sappiamo che ogni rapporto corre verso l’inevitabile separazione, ma la consapevolezza non è un balsamo per il dolore.

Non ci restano allora che l’arte e la poesia per la sublimazione del ricordo, per concederci l’illusione di eternizzare ciò che è umano e, di conseguenza, finito.

Il poeta Nicola Vacca è stato intervistato in esclusiva da TPI, in occasione della pubblicazione della sua nuova raccolta Tutti i nomi di un padre (L’Argo Libro Editore, 2019).

Mi strozzano le parole

che non sono riuscito a dirti.

Adesso le scrivo

mi avvalgo della facoltà di nominare.

Quanti nomi ha un padre

per il dolore di un figlio che lo piange?

Tutti i nomi di un padre

urlo con la voce alta

perché è forte la paura

di tutti gli abbracci che non ci daremo.

Lei ha definito questo libro una raccolta che non avrebbe mai voluto scrivere. La scrittura si è rivelata una terapia necessaria per sopportare il dolore?

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Questo libro ho cominciato a scriverlo durante la malattia di mio padre. Le parole sono l’unica cosa che ho per attraversare il dolore. Anche in questo caso la scrittura mi è servita per mettere nero su bianco il confronto quotidiano con il dolore prima e con la perdita poi.

Certo, la scrittura è terapeutica. Se non avessi avuto le parole della poesia sarebbe stato davvero molto difficile fare i conti con tutto questo dolore. Penso che in ogni poesia di questo libro ci sia un frammento di questo attraversamento.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Tutti i nomi di un padre per me rappresenta qualcosa di più di un libro. È soprattutto un diario in cui dialogo con un dolore che ci riguarda tutti. Nessuno è escluso. In questi versi c’è soprattutto la consapevolezza che non ci aspetta nessuna salvezza.

Davanti al dolore e alla perdita abbiamo solamente il dovere di testimoniare senza trovare forme illusorie di consolazione. Non avrei mai voluto scrivere questo libro. Per fortuna che ci sono le parole, altrimenti sarei stato ingoiato dal nero e dall’abisso.

I suoi versi sono intrisi di malinconia, per un addio che non può che essere definitivo. Non c’è nulla, secondo lei, dopo questa vita effimera?

Una malinconia forte e intensa che scava nella coscienza. Sì, questi addii sono definitivi. Rilke scrive che siamo nati per dirci addio, così è. Questo rende la nostra vita effimera e insensata. Ma è l’unica che abbiamo ed è giusto attraversarla.

“Dal regno dei morti / non torna nessuno / nemmeno coloro / che credono nella vita eterna”, così scrivo in una poesia del libro. Fondamentalmente sono uno scettico e in tutta sincerità non mi importa molto sapere se dopo il nostro passaggio sulla terra ci sia qualcosa.

Nella mia scrittura e nella mia vita quello che mi interessa è essere sempre e comunque immanente e soprattutto chiamare le cose e le persone con il loro nome. Scrivo, penso e vivo avvalendomi della facoltà di nominare. Tutti i nomi di un padre è soprattutto questo: “Perché il nome / sarà sempre vivo / anche quando ci diremo addio per sempre”.

L’amore verso un genitore è un diverso tipo di amore?

L’amore verso un genitore è amore. Assoluto, totale e incondizionato. Su questo non mi sento di aggiungere altro perché loro saranno per sempre le nostre radici.

Nella postfazione, il poeta Donato di Poce parla di una certa svolta del suo stile. È d’accordo?

In un certo senso sì. In Tutti i nomi di un padre torno dopo anni di poesia civile all’introspezione. Donato di Poce parla di un canto nuovo nella mia poesia. L’elaborazione del lutto passa necessariamente per uno scavo interiore e lirico.

In ogni poesia di questa raccolta il cuore è messo a nudo da un’interiorità ferita dal dolore. Non potevo fare a meno di essere introspettivo per raccontare il lutto e l’angoscia che mi ha procurato l’inaspettato arrivo del dolore.

In una poesia lei descrive suo padre come un uomo che amava la libertà, parola troppo spesso oggi usurpata dalla politica. Cosa significa per lei essere liberi?

Le rispondo con un pensiero di Cioran: “La libertà, l’indipendenza è stata la sola religione della mia vita. Ho capito sin dall’inizio che la vita ha senso solo facendo quel che si vuole. Per me il vero problema era salvaguardare la mia libertà”.

Questo significa essere liberi e veri. Fino a quando rinunceremo a essere liberi veramente (evitare qualsiasi forma di compromesso, rispondere solo alla nostra coscienza), sarà difficile pensarsi completamente umani.

Il numero di lettori diminuisce sempre più, mentre aumenta il numero di coloro che scrivono poesie. Sui social impazzano i cosiddetti “insta-poets”. Il libro di poesie della giovanissima Rupi Kaur è stato tradotto in quaranta lingue e ha venduto 3,5 milioni di copie, rubando all’Odissea il primo posto nella classifica dei “poemi” più venduti di sempre. Cosa ne pensa, in qualità di critico letterario, di questo fenomeno?

Piuttosto che di fenomeni (da baraccone), preferirei continuare a parlare di poesia.

Di recente, lei ha annunciato il suo addio alla poesia. Perché questa scelta?

Nella seconda metà dell’anno uscirà Non dare la corda ai giocattoli e sarà l’ultimo libro di versi. Non c’è un perché. Ma sono sicuro che l’addio alla poesia mi porterà altrove o forse da nessuna parte.