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Esclusivo TPI – “Io, L’Unità, Belpietro e Santoro”: la verità di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 3 Giu. 2019 alle 14:27 Aggiornato il 3 Giu. 2019 alle 19:32
Immagine di copertina
Luca Telese e Michele Santoro

L’Unità Telese – Fate attenzione, questo articolo contiene delle sconvolgenti rivelazioni. Vorrei mettere un punto, infatti, su questo incredibile turbine di fesserie che si sono scritte (e dette) intorno alla presunta direzione che starei per assumere, quella de L’Unità.

La testata più prestigiosa del giornalismo di sinistra in Italia – come è noto – non é più in edicola da quando una dissennata gestione (di orientamento renzo-masochista) l’ha portata a perdere molti dei suoi lettori. E, purtroppo, in quel periodo folle  – non so se per colpa del direttore o del condirettore scelto da Renzi, o di entrambi (o forse degli incontri per decidere la linea fatti a Palazzo Chigi) -, era molto facile capire perché si perdessero copie, perché uno dei principali sport preferiti della direzione era attaccare un pericolosissimo (a loro avviso) nemico delle riforme: un sindacatone cattivo e conservatore, stupidamente arroccato (pensa tu!) a difesa dei diritti. Ovvero la Cgil.

Poi, in quel giornale si dedicava molto impegno a insultare gli ex segretari del partito, come se fossero dei mascalzoni e dei malfattori (quella direzione faceva di tutto per cacciarli, ora, per fortuna, sono tornati a casa). E, infine, l’Unità leopoldina ammazzalettori, era dedicata in modo pervicace a spiegare perché a sinistra andasse rottamato tutto, a partire da quel brutto impiccio che era la Costituzione Italiana. Follia pura.

Immaginate, solo per un momento, la faccia attonita del militante-abbonato di Reggio Emilia, nel leggere queste meravigliose argomentazioni sul quotidiano che comprava tutte le mattine da una vita? Immaginate gli ex partigiani sostenitori impegnati a leggere gli editoriali contro l’altra pericolosa organizzazione eversiva denominata ANPI (messa fuori per decreto dalle feste che a quel quotidiano erano intitolate?).

Fu una sorta di spettacolare harakiri in inchiostro e piombo. E si sa, questo è un paese di memoria corta.

Per rilanciare il giornale, se rinascesse, individuare la linea giusta non sarebbe difficilissimo: basterebbe prendere gli ultimi numeri dall’archivio e scrivere il contrario. Tuttavia all’epoca non si levarono grandi proteste, anzi. Questo scempio si compì nel silenzio generalizzato.

Dopo pochi mesi persino il direttore Sergio Staino, che dipingeva Renzi come un genio, cambiò improvvisamente idea e finí per tratteggiarlo – nientemeno – come un imbroglione che lo aveva ingannato, tradendo i patti e lasciando il giornale a se stesso. Staino riveló addirittura che Renzi non gli rispondeva più nemmeno al telefono.

Qualsiasi fosse la verità, in questa storia d’amore finita male fra il direttore e il premier direttore ombra, l’unica cosa certa e indubitabile è che il Partito del Nazareno abbandonò il quotidiano al suo destino, accompagnandolo alla chiusura.

L’Unità Telese – Successivamente ho saputo che Santoro era in trattativa con l’editore della testata – il gruppo Pessina – per rilevarla. E di questo ero felice. Scopro invece, adesso, che Michele scrive sul suo sito, con una prosa immaginifica e vagamente fumettistica, che ci sarebbe in atto un complotto ordito dal perfido Maurizio Belpietro per strappare alla sinistra, cioè a lui, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. E leggo che, secondo Michele, lo strumento di questo scippo sarebbe un cinico giornalista (addirittura io) pronto a fare da Prestanome, come Woody Allen nel capolavoro di Martin Ritt. Fantastico.

Maurizio Belpietro direttore dell’Unità per un giorno: scoppia la polemica

Scrive Santoro, come un amante pazzo di gelosia che trova la moglie a letto con un altro (che evidentemente secondo lui sarebbe sempre il sottoscritto): “Per finanziarsi, pensavano di procedere con un filmetto comico a basso costo e un artista minore, Luca Telese, comunista sovranista paraculista, che cerca di vendere l’Unità ai turisti di sinistra, proprio come Totò e Nino Taranto con la fontana di Trevi. Ma c’è un problema: Telese – conclude Santoro – come Belpietro fa più piangere che ridere”.

Fatto curioso: l’editore cattivo che renderebbe possibile questo scippo sarebbe lo stesso che evidentemente era buono quando sembrava che stesse per cedere la testata a lui. L’editore perfido sarebbe quello con cui Santoro aveva già trovato un accordo. E con Michele non parlo di politica da tanto tempo, dopo una lunga telefonata in cui – civilmente – provò (senza successo) a convincermi a votare sì al referendum Boschi.

Ci conosciamo da tanti anni, mi ha invitato talvolta nei suoi programmi, lui diceva di stimarmi, io di certo lo stimo, ma – ovviamente – ognuno ha le sue idee. Ecco perché vorrei rassicurare il Maestro Santoro, che vedo un pochino in tensione, e che sembra così preoccupato per il mio incombere, che devo fare qui una rivelazione.

Effettivamente ho incontrato una persona che mi ha proposto di andare a l’Unita, poco più di un mese fa. Solo che si tratta di lui. Ignaro di tutti questi retroscena avevo contattato Michele per proporgli una intervista su Panorama, e lui mi aveva detto: “Ma perché queste belle interviste non le fai per noi, quando riapriamo l’Unità? Mi farebbe molto piacere”.

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Evidentemente il direttore in pectore Michele Santoro non aveva informato il suo nuovo editore in pectore, cioè se stesso, di questa proposta. Capita 🙂

Ps. La cosa che rende improbabile una mia direzione è che rispetto agli ultimi direttori, tutti di altra estrazione culturale (compreso Staino, che era gruppettaro), io sarei terribilmente anomalo: vengo dalla gloriosa storia del Pci, e – a partire dai miei 14 anni – ho diffuso attivamente il giornale nelle periferie di Roma, sotto la guida del compagno Giusto Trevisiol, animatore instancabile della cellula di Cinecittá est.

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Era un altro tempo, bellissimo, ci buttavano un pacco con settanta copie alle cinque del mattino davanti all’edicola di viale Ciamarra. E poi andavamo a bussare porta a porta fino all’ora di pranzo. Al contrario di altri colleghi – ostili o convertiti – io considero questa esperienza non una macchia ma una medaglia, il mio romanzo di formazione. Capisco anche che – data la caratura degli ultimi selezionatori leopoldini e non – questa esperienza sarebbe, in sé, un criterio pregiudiziale ed escludente.

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