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Dal M5S alla Siria: gli intellettuali italiani non ne azzeccano una

Parafrasando Longanesi, i nostri intellettuali sono come gli italiani, vogliono fare la rivoluzione ma con il permesso dei carabinieri. In fondo ce li meritiamo. Il commento di Alberto Negri

Di Alberto Negri
Pubblicato il 13 Feb. 2019 alle 14:10 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:29
Immagine di copertina
Murales comparso a Roma raffigurante il premier Conte con i presidenti di Usa, Donald Trump, e Russia, Vladimir Putin. Credit: TIZIANA FABI / AFP

Gli intellettuali italiani, che sciorinano da anni editoriali su Corsera, Repubblica e Stampa si pentono di avere votato i grillini e si accorgono che il Pd ha spianato loro la strada. Ora si svegliano improvvisamente e spalancano gli occhioni come sonnambuli. Ma loro in questi anni dov’erano?

Diciamo che per quanto riguarda la politica estera sono degli incompetenti: hanno appoggiato tutte le più devastanti imprese degli americani, compresa la guerra in Iraq nel 2003, e i raid in Libia nel 2011. Sono dei sonnambuli veri e propri, con movimenti e gestualità complesse ma senza averne assolutamente coscienza.

I nostri intellettuali, affetti da questo benigno e innocente disturbo, hanno una caratteristica fondamentale: non ci beccano mai.

Pur non sapendo nulla di Siria, in cui mai hanno messo piede, si sono accodati per anni alla cantilena occidentale e delle monarchie assolutistiche del Golfo: “Bashar Assad se ne deve andare”. Salvo poi ammettere che la Russia di Putin era diventata un attore di primo piano in Medio Oriente e accettare che Assad resti dov’è.

Se fosse stato per loro, l’Isis e i jihadisti avrebbero fatto colazione sulle rovine di Damasco: non si sono neppure accorti che i pasdaran iraniani e le milizie sciite hanno fermato il Califfato a settanta chilometri da Baghdad, prima che gli americani decidessero di fare la guerra ai jihadisti.

Si dicono portatori della cultura cristiana e occidentale. Evitano persino di ammettere, ma forse non lo sanno neppure, che i cristiani in Siria sono stati salvati dalle milizie sciite libanesi Hezbollah, le quali naturalmente sono da considerare dei “terroristi”. Prima lo erano anche i talebani ma da quando hanno avviato trattative con Washington sono diventati la “guerriglia”.

Devo dire che sulla Siria o l’Iraq brillava negativamente anche la nostra diplomazia, per lo meno quella ufficiale, perché nei corridoi i diplomatici più informati e accorti avevano idee diverse e più realistiche, così come le hanno sull’Iran: soltanto che non possono esprimerle perché sarebbero immediatamente tacciati di anti-americanismo e persino di anti-semitismo.

I nostri diplomatici scrivono dalle loro sedi ottimi rapporti ma nessuno li legge. E non sia mai che i loro resoconti, basati sui fatti, non coincidano con la versione ufficiale della storia: vengono emarginati e messi da parte.

Gli intellettuali del nostro Paese, che dovrebbero in qualche modo sostenere la discussione di idee un po’ diverse rispetto a quelle ortodosse, andate persino contro il nostro interesse nazionale come in Libia, se ne stanno di solito muti e allineati sulle posizioni atlantiste senza osare andare oltre.

Hanno cattedre universitarie e spazi sulla stampa che non devono essere messi in discussione: forse, a furia di battere ribattere, ci credono pure nelle loro balzane idee sul mondo. Il che è anche peggio della malafede, proprio non vogliono sforzarsi.

Sull’Iran poi danno la massima prova di asservimento perché Teheran è considerato il nemico numero uno non solo degli Usa ma anche di Israele e delle monarchie petrolifere. C’è da augurarsi che Francia e Germania non si accodino alla conferenza anti-Iran voluta dagli Stati Uniti che comincia oggi in Polonia perché l’Italia è già pronta a inchinarsi a Washington.

Cosa faremo se un giorno gli Usa ci chiedessero le basi per bombardare l’Iran? Sarebbe questo un buon argomento di analisi e discussione ma preferiamo discettare sulla sorte di Maduro che sta a 10mila chilometri di distanza. Tanto sappiamo benissimo che di lui sono altri a occuparsene.

Mai che gli venga in mente di chiedere un voto in Parlamento, o per lo meno un dibattito, sul principe saudita Mohammed bin Salman, considerato un assassino anche dagli americani della Cia. In Arabia Saudita non ci sono elezioni, è una monarchia assoluta, proprietà di una famiglia. Il principe Mohammed bin Salman, secondo la Cia, è il mandante dell’assassinio di Jamal Khashoggi, oltre che responsabile dei massacri dei civili in Yemen. Perché non c’è un voto parlamentare contro questo criminale? Semplice: i sauditi pagano il nostro silenzio a colpi di commesse militari.

A dare bastonate a Maduro sono buoni tutti. Su questo principe tenebroso i nostri intellettuali però non hanno niente da dire. Seguono una massima aurea: non disturbare il manovratore, cioè il potere. Che non è soltanto italiano ma soprattutto americano, atlantico, saudita, israeliano.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Hanno votato i grillini o la Lega perché somigliano loro: ogni tanto li assale come in un soprassalto di febbre il brivido del cambiamento ma al primo spiffero corrono a ripararsi sotto le coperte della Nato. Parafrasando Longanesi, i nostri intellettuali sono come gli italiani, vogliono fare la rivoluzione ma con il permesso dei carabinieri. In fondo ce li meritiamo.

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