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“Frida Kahlo promuove il comunismo”, la mostra criticata in Ungheria

Immagine di copertina
Frida Kahlo indossa un corsetto decorato con la falce e il martello nel 1952. Credits: Florence Arquin

La celebre pittrice messicana era amica di Trotsky e attivista del Partito Comunista

La mostra dedicata alla famosa pittrice messicana Frida Kahlo (1907 – 1954) alla Galleria Nazionale Ungherese di Budapest è stata criticata duramente perché “promuove il comunismo”.

La mostra, infatti, è stata inserita in un articolo del giornale di destra ungherese Magyar Idor, a favore del premier Viktor Orban, intitolato “Ecco come il comunismo viene promosso dallo Stato”.

A sessantaquattro anni dalla morte dell’artista, nell’articolo si legge: “Non ci crederete, ma Trotsky è riapparso a Budapest, questa volta nel letto di Frida Kahlo”.

Kahlo, icona femminista, maestra dell’autoritratto e fervente attivista per il Partito Comunista fin dal 1928, è nota infatti tra le altre cose per essere stata, mentre era sposata con l’artista Diego Rivera, anche l’amante di Lev Trotsky, celebre rivoluzionario sovietico fondatore dell’Armata Rossa fuggito poi in Messico per evitare le purghe staliniane.

Uno dei dipinti della pittrice si intitola addirittura “Autoritratto dedicato a Lev Trotsky” per commemorare la breve relazione.

Tra gli altri amanti che si crede che Kahlo abbia avuto durante la propria avventurosa vita ci sono anche il poeta e scrittore, teorico del surrealismo e comunista André Breton, e la militante comunista e fotografa Tina Modotti.

In Messico, infatti, durante il periodo post-rivoluzionario il modo più semplice per emanciparsi era attraverso la politica: come scrive Sarah M. Lowe nel suo Il diario di Frida Kahlo, un autoritratto intimo, “il partito presentava anche un’altra attrattiva: la presenza e la militanza di numerose donne dinamiche la cui indipendenza e autodeterminazione possono aver incoraggiato la pittrice a unirsi a loro”.

Secondo il museo Frida Kahlo, in Messico, la donna era anche solita adornare il proprio letto con foto di prominenti leader comunisti come Marx, Engels e Mao.

Insomma, l’evidente affiliazione di Kahlo con il partito comunista è difficile da nascondere, anche se in molti hanno denunciato, negli ultimi anni, la svolta pop e commerciale che è stata data alla sua immagine.

Leggi anche: Google ha pubblicato la più grande collezione digitale delle opere di Frida Kahlo

Ciò non è bastato per allontanarla dal mirino del Magyar Idor. 

Secondo Reuters, la critica si inserisce all’interno di un più ampio dibattito sulla cultura e le politiche culturali del governo che è cominciata con la rielezione di Viktor Orban a primo ministro per la terza volta consecutiva ad aprile.

I sostenitori di Orban e i giornalisti pro-governativi stanno affermando da settimane che, dato il forte mandato popolare dato al primo ministro, che ha vinto che il 49 per cento delle preferenze, è il momento giusto per cominciare a promuovere i valori conservatori anche nel mondo della cultura.

Lo scopo sarebbe quello di arrestare “il dominio degli artisti di sinistra e liberali” nella cultura.

In un discorso il 28 luglio, Orban ha affermato che stanno arrivando grandi cambiamenti per il Paese, definendo la propria rielezione “un mandato per costruire una nuova era”.

E ha aggiunto: “Un’era è determinata da tendenze culturali, convinzioni collettive e costumi sociali. Questo è il compito che ci viene assegnato: quello di incorporare il sistema politico in un’era culturale”.

Dalla propria prima elezione nel 2010 Orban ha riscritto la costituzione ungherese insieme a Fidesz, il suo partito. Ha anche preso il controllo dei media statali e fatto sì che le imprese vicine a Orban e al partito costruissero dei nuovi imperi.

Il giornale ha però aggiunto che non ha “alcun problema estetico” rispetto alla mostra della “pittrice comunista messicana”, che attira fino a 3mila visitatori al giorno.

Un gruppo di 60 artisti e storici dell’arte ha però firmato un manifesto rigettando la lista stilata dal Magyar Idok e definendo gli attacchi “infondati”.

La stessa testata aveva criticato, in giugno, l’Opera di Stato Ungherese per una produzione di Billy Elliot, accusata di essere “propaganda gay”.

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