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“Son Sordello della tua terra”, quel campanilismo che non ci abbandona dai tempi di Dante

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 25 Mar. 2021 alle 15:46
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Immagine di copertina

Non siamo fatti per vivere come bruti: se abbiamo questa consapevolezza è perché quel signore che compare sulle monete da due euro ce lo spiegò chiaro e tondo qualche secolo fa in un’opera, la Divina Commedia, che a 700 anni dalla morte di Dante Alighieri è ancora di un’attualità sorprendente. Leggere quest’opera non è solo un modo per riempire i programmi scolastici, ma per capire tante cose dell’Italia di oggi e di tutto il tempo che ci separa da Dante ai giorni nostri.

Se la celebre apostrofe al nostro Paese, quell’ “Ahi, serva Italia”, è divenuto nel tempo un simbolo ma anche uno dei passi forse più inflazionati dell’opera di Dante, ve ne sono altri forse meno noti che ci raccontano tanto su di noi. Possiamo dire serenamente che il Sommo Poeta sia colui che, tra le altre cose, mette nero su bianco il concetto di campanilismo così come lo intendiamo oggi, quella rivalità tra i paesi e le regioni d’Italia tra la competizione e l’attaccamento alle rispettive tradizioni, capace di trasformarsi in sincera amicizia e condivisione del pathos quando ci si trova insieme in terra straniera.

Non poteva che essere un toscano, o meglio ancora un fiorentino, un uomo della terra che ha inventato i guelfi e i ghibellini e che quella lotta l’ha vissuta sulla sua pelle, a raccontarci questo concetto, come si può vedere bene in alcuni passi.

Lo vediamo bene nel XXXIII dell’Inferno, dove il Sommo con una metafora geografica ci spiega in maniera impeccabile l’odio tra Pisa e Lucca: “per che i Pisan veder Lucca non ponno”. Il riferimento è al monte Pisano, ostacolo naturale posto a metà strada tra i due capoluoghi toscani, ma è evidente il riferimento al fatto che pisani e lucchesi, tra di loro, non possano vedersi a causa della loro rivalità.

Ma è nello stesso canto che il fiorentino Dante si scaglia contro Pisa, in un’invettiva che meglio di tante altre cose racconta quello che ancora oggi è un tipico atteggiamento campanilista. “Ahi Pisa, vituperio delle genti”, esordisce il Sommo, auspicando una catastrofe di proporzioni epiche alla città: “muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, sì ch’elli annieghi in te ogne persona!”. Non si limita ad augurare una generica morte di tutti i pisani, ma una catastrofica chiusura della foce dell’Arno da parte di due isole, con conseguente straripamento del fiume e annegamento dell’intera popolazione della città. Un accidente talmente elaborato da strappare quasi un sorriso, lo stesso di quando si leggono certi striscioni ai derby tra Pisa e Livorno.

Ma se “Ahi serva Italia” è un passaggio talmente celebre da non aver bisogno d’ulteriori spiegazioni, qualcosa di interessante c’è sull’episodio che scatena in Dante, nel VI canto del Purgatorio, la necessità di lanciare tale invettiva, e che ci racconta ancora di più di quanto sia presente il concetto di campanilismo nella Commedia. Il Sommo, accompagnato da Virgilio, scorge una figura che se ne sta in disparte, cui chiedono per che strada proseguire. In mancanza di una risposta, Virgilio prova a usare l’artiglieria pesante, presentandosi direttamente: “Mantua…”, inizia, recitando la celebre locuzione che campeggia sulla sua tomba. Tale frase cattura l’attenzione della figura immobile, che d’improvviso si volge entusiasta verso Virgilio: è felice di avere davanti a sé uno dei più grandi letterati di sempre, verrebbe da pensare. E forse è quello che in prima battuta immagina anche Dante. Nulla di tutto questo: “Mantoano, io son Sordello, della tua terra!” replica la figura, palesandosi come il trovatore Sordello da Goito e abbracciando il conterraneo.

“Quell’anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di far al cittadin suo quivi festa”, chiosa Dante, dopo aver paragonato l’Italia a una nave senza nocchiero in gran tempesta, proprio subito dopo l’abbraccio tra i due mantovani. E quell’incontro, infatti, è forse lo stesso che nella storia tanti emigrati italiani hanno fatto, tra i ristoranti della Germania, le miniere del Belgio o nella quarantena di Ellis Island: si fossero incontrati in casa, forse avrebbero messo in campo tutto il repertorio della rivalità tra Mantova e Goito, ma trovandosi in una terra diversa, si sentono invece fratelli e conterranei.

Forse nulla è cambiato nel frattempo, o forse più semplicemente Dante ha saputo spiegare meglio di chiunque altro un tratto che ci caratterizza come italiani, che può avere risvolti negativi o positivi ma è senza dubbio un elemento importante di quella che, forse con qualche luogo comune, potremmo definire “l’italianità”. Un elemento che c’era prima di Dante e che ha continuato a resistere nei secoli, come tante altre cose che il Sommo ha saputo tramandare in maniera esemplare.

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