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La matita che dà l’allarme: i “Canarini” di Emanuele Del Rosso

Immagine di copertina

Nel libro, pubblicato da Round Robin editrice, il cartoonist costruisce un’indagine giornalistica sul mestiere, spesso sottovalutato, del vignettista politico

Una vignetta può far sorridere, irritare, dividere. Ma può anche rivelare lo stato di salute di una democrazia. È questa l’intuizione che attraversa Canarini. Storie di cartoonist che disegnano pericolosamente, il libro, pubblicato da Round Robin editrice, con cui Emanuele Del Rosso costruisce un’indagine giornalistica sul mestiere, spesso sottovalutato, del vignettista politico.

Il titolo rimanda ai canarini un tempo portati nelle miniere: creature fragili, le prime ad avvertire la presenza di gas tossici. Allo stesso modo, quando un cartoonist viene censurato, denunciato, arrestato o costretto all’esilio, l’allarme non riguarda soltanto chi disegna. Segnala che l’aria sta diventando irrespirabile per tutti.

Del Rosso non si limita a celebrare il coraggio dei suoi colleghi. Intervista personalmente i protagonisti, verifica i fatti, ricostruisce luoghi e contesti, cita le fonti e dichiara con trasparenza dove il racconto si appoggia alla memoria o ricorre all’immaginazione narrativa. Ne nasce un lavoro accurato e professionale, capace di tenere insieme reportage, ricostruzione storica, testimonianza e divulgazione.

La competenza dell’autore non è soltanto teorica: Del Rosso è a sua volta un cartoonist politico pubblicato da testate internazionali ed è direttore dell’European Cartoon Award, uno dei riconoscimenti più autorevoli dedicati alla vignetta editoriale. Conosce dunque dall’interno le regole, le fragilità economiche, i passaggi redazionali e i rischi di questo mestiere.

Il viaggio parte da lontano, dalla New York ottocentesca di Thomas Nast e dalla lotta contro la macchina corrotta di Boss Tweed, per arrivare alle forme contemporanee della censura e dell’intimidazione. Attraversa Istanbul, Teheran, l’India, l’Egitto, gli Stati Uniti, la Cina e la Striscia di Gaza. Le storie di Ann Telnaes, Zehra Ömeroğlu, Rachita Taneja, Safaa Odah e degli altri autori incontrati mostrano che la repressione assume volti diversi: il carcere e la violenza fisica, ma anche i processi interminabili, le pressioni degli editori, l’isolamento, la precarietà e l’autocensura.

Particolarmente efficace è il caso di Telnaes, che lascia il Washington Post dopo la mancata pubblicazione di una vignetta sui rapporti tra i grandi proprietari tecnologici e Donald Trump: una vicenda che porta il libro dentro il presente e pone una domanda netta sull’indipendenza dell’informazione quando la proprietà entra in conflitto con la libertà editoriale.

Uno dei meriti maggiori di Canarini è mostrare che il cartoon non è un ornamento del giornale né una pausa leggera tra notizie più importanti. È giornalismo visivo: nasce dall’osservazione dei fatti, li seleziona, li interpreta e li restituisce in un’immagine capace di superare confini linguistici e culturali. La battuta è soltanto la superficie; sotto agiscono sintesi, conoscenza, giudizio e responsabilità. Proprio per questo il potere teme le vignette: un disegno riuscito rende immediatamente visibile una contraddizione e può circolare, soprattutto nell’ecosistema digitale, molto più lontano dell’articolo che lo ha ispirato.

Del Rosso accompagna il lettore con una voce diretta, ironica e confidenziale, alternando gravità e leggerezza senza sminuire la materia. Qualche digressione dilata il percorso, ma contribuisce a creare prossimità e a sottrarre il libro alla rigidità del saggio accademico.

Il risultato è una lettura accessibile anche a chi conosce poco la storia della satira politica e, nello stesso tempo, ricca di elementi per chi si occupa di informazione e libertà di stampa. Canarini è dunque una recensione del nostro presente attraverso chi lo disegna mentre accade. Le vignette diventano la prima, ruvida rappresentazione della storia e i loro autori sentinelle esposte in prima linea. Questo libro ascolta il loro cinguettio, ne ricostruisce le ragioni e ci ricorda che difendere la satira non significa approvare ogni disegno: significa proteggere lo spazio democratico nel quale un’immagine può ancora disturbare il potere, aprire un conflitto e costringerci a guardare.

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