“A come arsenico – Tutti i veleni di Agatha Christie”, Kathryn Harkup ripercorre il lungo rapporto della giallista con le molecole tossichecm
Tutti conoscono Agatha Christie come regina del giallo, pochi sanno che era anche farmacista. Superò l’esame da “dispensatrice” nel 1917, dopo aver prestato servizio come infermiera volontaria nella sua Torquay. E si presentò volontaria anche nella Seconda Guerra mondiale, a Londra, dopo aver seguito un corso di aggiornamento. È così che ha imparato a maneggiare sostanze pericolose e veleni, per poi inserirli praticamente in tutti i suoi libri: già nel primo romanzo, Poirot a Styles Court (1920) le citazioni dal manuale di studio The Art of Dispensing abbondano, e gli effetti della stricnina dimostrano una conoscenza dettagliata dell’alcaloide vegetale, che agisce sul sistema nervoso centrale portando a crisi convulsive letali (la stricnina verrà poi usata in altri quattro casi).
Ora Kathryn Harkup, chimica e divulgatrice scientifica, ripercorre in A come arsenico (Utet, 343 pp., 25 euro) il lungo rapporto della giallista con le molecole tossiche. «Anche se le sue storie sono zeppe di classici come arsenico e cianuro» scrive «usò un’ampia varietà di sostanze letali, troppe per essere tutte citate in questo libro». Che infatti condensa l’analisi in 14 capitoli: aconito, arsenico, belladonna, cianuro, cicuta, digitale, eserina, fosforo, nicotina, oppio, ricina, stricnina, tallio, veronal. Uno dei più interessanti riguarda la nicotina, che uccide il reverendo Babbington in Tragedia in tre atti (1935): tutti sanno della pericolosità del fumo, ma «la nicotina pura è estremamente tossica, è sorprendente come sia facile procurarsela, eppure proprio per questa sua ordinarietà fatichiamo a pensare che possa essere usata per uccidere» scrive Harkup. Agatha sa bene che può agire in appena quattro minuti (se ingerita pura è corrosiva) e che lascia pochissime tracce. Sa anche che l’atropina è il suo antidoto, ma si guarda bene dal fornirlo alle vittime.
Molto attuale il capitolo sulla ricina (proteina velenosa prodotta dalla stessa pianta dell’innocuo olio di ricino, Ricinus communis), dato il caso che ha sconvolto il paese molisano di Pietracatella: quando Agatha scriveva, nessuno in Gran Bretagna l’aveva ancora usata per uccidere, ma di certo c’era stata qualche ingestione accidentale. In La morte è di casa (1929) viene somministrata in tartine alla crema di fichi: la signorina Logan (l’assassina) fa solo un assaggio, si sente male ma si salva (diversamente da altre tre persone): del resto se ne era iniettata da tempo piccole quantità per sviluppare un’immunità.
Dopo tanta scienza, Harkup ammette che anche Agatha qualche volta ha ceduto alla fantasia: la serenite di Miss Marple nei Caraibi o il benvo di Passeggero per Francoforte, se li è proprio inventati, «ma le proprietà che attribuì loro sono molto simili ai barbiturici». Finti si, ma credibili.
Nel frattempo, è uscito in lingua inglese il seguito di questo libro: V is for Venom (Bloomsbury), dove Harkup esamina con la consueta cura una nuova sfilza di sostanze atipiche e armi biologiche, come i batteri. Agatha non si è fatta mancare niente.