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    Silvia Romano tradita da una “spia”: nuove rivelazioni sul sequestro e la prigionia

    Di Redazione TPI
    Pubblicato il 11 Mag. 2020 alle 10:49

    Silvia Romano tradita da una “spia”: nuove rivelazioni sul sequestro e la prigionia

    Non si era resa conto che qualcuno stava per tradirla. Silvia Romano, la cooperante italiana rientrata in Italia ieri dopo 18 mesi di sequestro tra Kenya e Somalia, ha raccontato agli inquirenti che nulla l’aveva messa in allarme nelle settimane precedenti al suo rapimento, avvenuto il 20 novembre 2018 a Chakama, il villaggio in cui ha opera la Ong preso cui lavorava la ragazza, Africa Milele. “Tutto sembrava andare come doveva, non ho percepito in quei giorni nessuna situazione di particolare pericolo o che mi facesse temere per la mia incolumità”, ha raccontato la 25enne agli inquirenti secondo la ricostruzione di Repubblica.

    Eppure qualcuno, in quel villaggio, aveva tradito Silvia, rivelando ai jihadisti di Al Shabaab che nel villaggio lavorava una ragazza occidentale sola, senza particolari protezioni. Forse a fare la spia è stato il ragazzo che la giovane ha riconosciuto nelle foto che le sono state mostrate dagli inquirenti: un uomo di cui Silvia ricorda il volto perché perché frequentava una ragazza del villaggio, e che avrebbe fatto da basista per il rapimento. A rapire l’italiana, alle 19.30 del 20 novembre, arriva un commando composto da almeno otto persone a prenderla. I banditi keniani sarebbero stati guidati da Ibrahim Adhan Omar, 31enne somalo membro dell’organizzazione terroristica Al Shabaab.

    Il gruppo prende Silvia e la consegna ai sequestratori somali in cambio di soldi e armi. “Dopo essere stata rapita sono stata accompagnata per circa un chilometro dove ad aspettarmi c’erano tre sequestratori somali con delle moto”, ha spiegato la ragazza. “Mi hanno preso e siamo partiti verso la Somalia”. I primi momenti, quelli durante il viaggio, sono stati i più duri per Silvia. “Abbiamo attraversato foreste e zone molto impervie. Abbiamo guadato due fiumi. Avevamo moto, abbiamo camminato e nell’ultimo tratto sono arrivate anche due automobili”.

    Al confine tra i due paesi in quei giorni pioveva a dirotto e Silvia si è ammalata, con una febbre altissima. I suoi carcerieri l’hanno curata, recuperando anche farmaci specifici. “Piangevo, piangevo sempre. Non smettevo mai di piangere”. Un mese dopo il rapimento Silvia è già oltre il confine con la Somalia. È in quel momento che inizia il sequestro vero e proprio, durante il quale la ragazza ha cambiato sei covi e ha iniziato il percorso che l’ha portata a convertirsi all’Islam.

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