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I bambini nati al Sud hanno il 50% di rischio di morte in più nel primo anno di vita

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Solo nel 2018 se il Mezzogiorno avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile delle regioni del nord, sarebbero sopravvissuti 200 bimbi

I bambini nati nel Sud Italia hanno un rischio di morire nel primo anno di vita maggiore del 50 per cento rispetto a quelli nati nelle regioni del Nord. Inoltre, un bambino che vive nel Mezzogiorno ha un rischio del 70 per cento più elevato rispetto a un suo coetaneo del Centro-nord di dover migrare in altre regioni per curarsi. Sono gli inquietanti dati sottolineati da uno studio della Società italiana di pediatria sulle disparità riguardanti le possibilità di cura in Italia. La ricerca, pubblicata sull’Italian Journal of Pediatrics, è stata realizzata da Mario De Curtis, Francesco Bortolan, Davide Diliberto e Leonardo Villani.

La mortalità neonatale e infantile

Lo studio ha rilevato che solo nel 2018, se il Mezzogiorno avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile delle aree del Nord, sarebbero sopravvissuti 200 piccoli. Secondo lo studio, Sicilia, Calabria e Campania sono le regioni con i tassi più elevati di mortalità infantile.

Secondo i dati Istat, nel periodo 2006-2018 si è verificata una progressiva diminuzione della mortalità neonatale (relativa ai primi 28 giorni di vita) e infantile (nel primo anno di vita) che ha portato l’Italia tra i Paesi del mondo con mortalità più bassa. Nel 2018 i decessi infantili sono stati 1.266, e la mortalità neonatale del 2,01 per mille.

Tuttavia le differenze tra i territori continuano a essere rilevanti. Nel Mezzogiorno, dove si è avuto il 35,7 per cento di tutte le nascite, i decessi neonatali e infantili sono stati rispettivamente il 48 e il 45 per cento di quelli di tutto il Paese. Le differenze diventano ancora più evidenti per i figli di genitori stranieri che risiedono al Sud, che registrano un tasso superiore del 100 per cento.

“L’idea che nascere e vivere in un particolare territorio del nostro Paese possa offrire una maggiore o una minore probabilità di cura e di sopravvivenza semplicemente non è accettabile”, ha dichiarato Annamaria Staiano, presidente della Sip. “Questi dati ci mettono di fronte alla necessità di esigere un cambiamento, una repentina inversione di rotta. Oggi abbiamo la straordinaria possibilità di usufruire dei fondi previsti dal Next Generation EU, quale migliore settore sul quale investire se non il mondo dei bambini? Quale migliore occasione per iniziare a limare il divario Nord-Sud se non partendo dal bambino nella prima infanzia?”.

La migrazione sanitaria

Lo studio ha rilevato inoltre che un bambino che vive nel Mezzogiorno ha un rischio del 70 per cento più elevato rispetto a un suo coetaneo del Centro-nord di dover migrare in altre regioni per curarsi. Il costo della migrazione sanitaria dal Mezzogiorno verso altre regioni è stato di 103,9 milioni di euro pari al 15,1 per cento della spesa totale dei ricoveri e l’87,1 per cento di questo costo (90,5 milioni di euro) ha riguardato la mobilità verso gli ospedali del Centro-Nord.

“La migrazione sanitaria dei minori lontano da casa determina profonde sofferenze per il distacco dal luogo di origine, problemi economici per le famiglie per le spese del trasferimento e difficoltà di lavoro dei genitori per l’allontanamento dalla loro sede”, afferma Mario De Curtis, presidente del Comitato per la Bioetica della Società Italiana di Pediatria.

“Inoltre”, aggiunge, “le regioni meridionali, a causa della migrazione sanitaria, si trovano costrette a rimborsare, attraverso il meccanismo della compensazione tra Regioni, le prestazioni mediche a cui si sottopongono i propri abitanti altrove. Una parte di questi costi potrebbero invece essere investiti in gran parte localmente in strutture e professionalità per migliorare la situazione sanitaria. La mobilità sanitaria, pur interessando tutte le regioni italiane, è particolarmente rilevante nelle regioni del Mezzogiorno ed è indice di una carenza di assistenza pediatrica, che dovrebbe essere rafforzata attraverso la creazione di servizi, attualmente non equamente distribuiti sul territorio”.

Leggi anche: Muore a 27 anni dopo un intervento di routine. La famiglia: “Curata con fermenti lattici”

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