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Rieti, paziente Covid tenuto 48 ore in Pronto Soccorso: “Non respiro e nessuno mi chiede come sto”

Di Paola Corradini
Pubblicato il 26 Nov. 2020 alle 17:15
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Immagine di copertina
Pronto Soccorso dell'Ospedale di Rieti, immagine d'archivio. Credit: ANSA

Non c’è pace al Pronto soccorso dell’ospedale De’ Lellis di Rieti, dove è un continuo via vai di autoambulanze e pazienti e la situazione, per il personale medico e per i cittadini, diventa ogni giorno più pesante. Alle 14 di oggi, giovedì 26 novembre, sul portale Lazio Salute, risultavano essere presenti nel Pronto Soccorso reatino 51 pazienti (5 in attesa, 29 in visita e 17 in attesa di ricovero). Più il numero sale, più la situazione diventa complessa.

A confermarlo, oltre a medici ed infermieri di cui abbiamo raccolto le testimonianze nei giorni scorsi, c’è la storia di S.D., paziente che ha trascorso due giorni su una barella nel percorso febbre: noi di TPI siamo in grado di ricostruire la sua vicenda grazie ai messaggi che lui ha inviato alla famiglia in quelle 48 ore e che la famiglia ci ha mostrato.

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L’uomo, positivo al Covid, è arrivato al Pronto soccorso nelle prime ore di lunedì  con sospetta polmonite e saturazione a 90. È stato posizionato in quello che viene chiamato Percorso Febbre, dove sostano i pazienti in attesa di essere visitati e poi ricoverati. Da quel momento si è di fatto soli: non c’è connessione internet e la linea telefonica va e viene, non permettendo al malato di poter comunicare con amici e parenti che sono a casa in attesa di notizie.

“Non prende”, “Qui è bruttissimo”, “Altro che organizzazione”, “È terribile. Sporco. Solo buona volontà da parte degli infermieri”. È il primo messaggio che S.D. riesce ad inviare nel tardo pomeriggio. Poi più nulla, mentre le ore passano. Dopo un giorno l’uomo è ancora steso sulla barella in un angolo del Percorso Febbre: “Un luogo che dovrebbe essere solo di smistamento e non di degenza”, ci spiega un medico. Ma che invece diventa luogo di degenza, con i parenti che per avere notizie possono chiamare un numero fisso solo a orario prestabilito. Numero a cui spesso non risponde nessuno perché infermieri e medici sono impegnati in turni di lavoro da 12 ore per carenza di personale.

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“Qui ci sono più di venti persone nella mia stessa situazione o anche peggio e abbiamo un unico bagno. Non sanno cosa fare”, altro messaggio di S.D. Poi: “Sento che mi sta risalendo la febbre e non respiro per niente bene ma qui non si vede nessuno che si affacci per chiederci se va tutto bene. Gli infermieri sono giovanissimi e non sanno nemmeno prendere la saturazione e chiedono a me che terapia sto seguendo”. E ancora: “Qui non si tratta di Covid ma di ‘teste’ che non sanno organizzare”.

Intanto sono trascorsi due giorni. “Ci sono cinque infermieri e tre medici che devono occuparsi dei pazienti Covid free che arrivano in Pronto soccorso e degli oltre venti che stazionano nell’area dedicata con i tempi e i problemi legati alla vestizione e ai percorsi protetti”, ci scrive un operatore sanitario. “È impossibile stare dietro a tutti e per di più anche il personale medico e infermieristico è esposto a grave pericolo”.

È martedì sera e in un nuovo messaggio S.D. scrive: “Non respiro e qui non si vede nessuno, mi dicono che tra poco mi somministreranno il cortisone”. “Lo so che la situazione al Pronto soccorso è tremenda (qualcuno lo ha definito un girone infernale) e per questo cerco di tenere i miei pazienti a casa fino all’ultimo rischiando in prima persona”, ci spiega il medico di medicina generale che ha seguito il paziente appena risultato positivo. “Le istituzioni ci hanno abbandonato in mezzo al campo di battaglia ma domani qualcuno dovrà pagare. È una promessa”.

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Intanto sono trascorse 48 ore e S.D. è ancora sulla barella con la saturazione che scende sempre più, come verrà poi ricostruito dai medici del reparto Covid dove sarà trasferito soltanto a mezzanotte, dopo la minaccia da parte di un parente di denunciare quanto sta accadendo ai carabinieri.

La saturazione, all’arrivo in reparto è a 55 e si rende necessario utilizzare la C-PAP, ventilazione meccanica a pressione positiva, per aiutare l’uomo a respirare. Solo nel primo pomeriggio di ieri, dopo che la mattina erano stati rimandati indietro dalle guardie all’ingresso, i parenti hanno potuto consegnare una busta con un pigiama alla responsabile del reparto, scoprendo che per 48 ore l’uomo era rimasto steso su una barella al Pronto soccorso con jeans e maglione.

“Non ho capito che cosa fanno”, dice un amico idi S.D. a TPI. “Quel corridoio del Pronto soccorso deve diventare una camera mortuaria? Non si capisce a cosa serve tenere lì i pazienti senza alcuna assistenza e non per colpa del personale che lavora incessantemente e sotto stress. Sono troppo pochi ed è chiaro che ad un certo punto si perde la lucidità”.

Ieri pomeriggio il Pronto soccorso era di nuovo nel caos più totale, tanto che un’autoambulanza è arrivata con a bordo un codice rosso ma gli operatori del 118 non hanno potuto accompagnare dentro il paziente, come accade spesso. Solo che questa volta l’uomo, un 74enne, era in arresto cardiaco: quindi è accorso un rianimatore che ha effettuato le manovre di rianimazione all’interno dell’ambulanza. Ma non c’è stato nulla da fare: il paziente è deceduto ed è stato trasbordato in una barella fuori dal Pronto soccorso, con i parenti – come raccontato da testimoni – che si sono scagliati contro gli operatori.

“Siamo davvero stanchi”, dice uno degli operatori. “Continuiamo a fare il nostro lavoro con passione perché lo abbiamo scelto noi, però qualcosa deve cambiare. Altrimenti a breve non sarà più sostenibile. Oltre ai malati, al sovraccarico e alla sofferenza, c’è il problema che non esiste organizzazione: ti fanno lavorare male e prima o poi ti fanno trovare nei casini perché la faccia ce la mettiamo noi. Loro stanno seduti”.

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