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“Vi scandalizzate per Amazon ma vi siete dimenticati di noi, postini precari sfruttati da Poste Italiane”

Poste Italiane assume 1.000 postini, ma 800 saranno precari: "È un metodo studiato, ci sfruttano e poi ci buttano via"

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 30 Dic. 2020 alle 15:28
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I postini precari di Poste Italiane sono pagati, di fatto, 6 euro l’ora, meno di un corriere Amazon e meno di un rider. Lavorano infatti almeno dieci ore al giorno, molto oltre l’orario di uscita e quindi sprovvisti di assicurazione, perché fanno da tappabuchi da una zona sottorganico all’altra delle nostre città.

Saltano la pausa pranzo perché altrimenti non riuscirebbero mai a finire il loro giro e consegnare tutta la posta in giacenza. In tempi di Covid-19, a differenza delle api operaie delle grandi multinazionali delle consegne, di solito non hanno in dotazione un palmare ma una bic per far firmare le raccomandate ai clienti.

“Quando uno sa che il contratto è in scadenza è ricattabile – ci spiega uno di loro – e ovviamente cerca di stare zitto e marciare, perché c’è sempre la speranza di poter essere prima o poi assunti”.

Già, le stabilizzazioni. Proprio in questi giorni Poste Italiane ha avviato le procedure per l’assunzione a tempo indeterminato di portalettere o addetti allo smistamento già occupati in precedenza con contratto a termine nel periodo che va dal primo gennaio 2014 al 31 gennaio 2020 e per almeno 9 mesi, continuativi o meno.

A partire dal 28 dicembre i soggetti in possesso dei previsti requisiti possono accedere all’applicativo per la scelta delle province, che per la prima fase resterà attivo fino alla data del 10 gennaio 2021.

Contattata da TPI, l’azienda ha risposto di non avere informazioni da fornire alla stampa riguardo i numeri di questa operazione di stabilizzazione di ex lavoratori precari, perciò gliele forniamo noi: si tratta di 1.124 posti disponibili, di cui 926 part-time e appena 198 a tempo pieno.

Le province interessate per ora sono esclusivamente quelle del Centro-Nord. Ma il dato da tenere in maggiore considerazione dovrebbe riguardare la platea interessata, sulla quale nessuno è in grado di dare risposte certe.

“Saranno almeno 10.000 ma potrebbero anche essere 40.000″, spiega una fonte sindacale. “Poste non lo dice con esattezza”. Per meno di 200 posti full time? “Esatto, ma per me è tutto sballato a monte, con le nuove leggi. C’è un ricorso sproporzionato al part-time o al tempo determinato che maschera alcune carenze strutturali in Poste Italiane, ma la legge lo prevede e oggi non puoi fare neanche più le cause, non puoi più ricorrere”.

“Le dico anche che non ci sono poi così tante zone scoperte”, prosegue il sindacalista. “Ad ogni zona corrisponde un omino delle lettere, le carenze effettive sono poche, il problema è che tantissime zone sono occupate da Ctd (contratti a tempo determinato, ndr)”.

“Ma tutti, dappertutto, ora utilizzano solo contratti a termine, anche il personale delle pulizie assunto dalle cooperative negli ospedali è pagato 7 euro l’ora e da domani, 31 dicembre, non sa ancora se verrà riconfermato o se da gennaio resterà a casa”.

“Il problema per me – osserva la fonte sindacale – non riguarda Poste ma molto più in alto, le leggi. Poi, certo, bisogna riconoscere che, al di là del contratto a termine, con questo marasma Poste è una delle poche aziende che assume. Ma, ripeto, è tutto sbagliato all’origine, è proprio l’attuale mercato del lavoro che è completamente sballato”.

Cantavano i Baustelle che “è difficile resistere al mercato, amore mio” e questa, a dieci anni quasi esatti dalla falsa profezia del gruppo toscano (“Il liberismo ha i giorni contati”), sembra essere la colonna sonora perfetta per Poste Italiane.

In effetti, se tutti intorno consegnano a qualsiasi ora del giorno e della notte, servendosi di precari malpagati ma appagati dalla falsa prospettiva di un’assunzione, perché essere gli unici a non giocare al ribasso con i diritti della propria flotta di rider?

“Io prima lavoravo a cottimo, da intermittente”, ci racconta un portalettere della Lombardia. “Quindi per certi aspetti in Poste è il paradiso: i soldi arrivano regolarmente tutti i mesi, hai diritto alla malattia, maturi ferie e tredicesima. Ma comunque parliamo di una grande azienda dove di fatto sei un numero, un numero che sa che il proprio contratto scadrà a breve, ma ti viene quotidianamente ventilato che forse potrebbe essere rinnovato. Con questo miraggio del rinnovo chiaramente si fa tutto quello che viene richiesto”.

Vale a dire? “Per tradurlo in maniera empirica: sulle 35 ore da contratto teoriche, lavorando dal lunedì al venerdì, uno dovrebbe fare un turno 7.30/14.30, ma io non sono mai uscito prima delle 17.30”.

Il portalettere racconta che negli ultimi tre mesi non ha mai lavorato meno di 10 ore al giorno: e tutto questo per guadagnare “tra i 1.100 e i 1.300 euro al mese, comprensivi del bonus Renzi”.

In questi anni siamo stati così impegnati ad occuparci delle pessime condizioni in cui operano i facchini di Amazon che non ci siamo accorti di quanto i portalettere precari di Poste Italiane abbiano poco da invidiare ai colleghi del colosso dell’e-commerce.

Ogni anno la principale azienda italiana di servizi postali inforna decine di migliaia di cosiddetti contratti a tempo determinato (Ctd), dei quali solo una parte molto esigua viene infine stabilizzata. Ma nel frattempo la speranza di una stabilizzazione funziona da deterrente rispetto a qualsiasi pretesa.

E così si finisce col lavorare, in molti casi, senza tregua fino all’ultimo pacco in giacenza ben oltre l’orario di lavoro, senza battere ciglio nonostante si sappia che gli straordinari non concordati con la direzione non verranno conteggiati in busta paga. E nonostante si sappia che, nel caso qualcosa malauguratamente dovesse andasse storto a bordo dello scooter, non si potrebbe contare su nessuna copertura assicurativa.

“Questi sono straordinari non riconosciuti”, fa notare un altro postino impiegato nel quadrante Ovest di Milano. “Quello che loro ti dicono è che tu sei all’inizio, devi imparare la zona, per ora non la conosci quindi è normale che tu faccia tardi. Solo che, per quella che è la mia esperienza, per quello che vedo, la realtà è che i Ctd fanno un po’ da tappabuchi per quelli che, ad esempio, devono fare le ferie o sono in malattia”.

“Quindi succede che ti cambiano continuamente la zona, e allora è difficile o impossibile imparare le vie. Tendenzialmente non mi è mai capitato di fare meno di una decina di ore al giorno”, conferma anche lui. “E chiaramente le fai, perché punti su questo lavoro, soprattutto in questo momento storico così critico, in cui chiunque arrivi in Poste ha appena perso un altro impiego a causa dei lockdown”.

“Nel mio caso si timbra alle 7.30 del mattino e poi all’uscita, quella effettiva, però la busta paga è comprensiva soltanto degli straordinari che vengono espressamente richiesti”.

“Capita a volte, ad esempio per Sant’Ambrogio o per la Festa dell’Immacolata, che abbiano richiesto la disponibilità ad alcune persone dicendo che sarebbero state riconosciute come ore di straordinario, però in quel caso è espressamente specificato”, racconta il postino. “Se non è richiesto, loro dicono ‘autorizzato’, le ore non vengono segnate come straordinario ma tu le fai comunque perché altrimenti diventa un dramma”.

In che senso? “Che, se non lo fai, la posta va in accumulo e a quel punto puoi solo confidare nella bontà del capo ufficio, cioè sperare che nei giorni successivi ti dia un po’ di supporto per aiutarti a smaltire la zona, altrimenti diventa davvero drammatico, i casellari si riempiono, si gonfiano, e uno è sempre in affanno, non riesci più a recuperare il ritardo e capisci che non ti confermeranno mai”.

All’azienda dovrebbe comunque risultare un gran numero di straordinari non retribuiti, se timbri all’uscita effettiva, no? “Credo di sì, ma poi in busta comunque non sono mai conteggiati”.

E la pausa pranzo? “Teoricamente è prevista una pausa pranzo, della quale però non conosco nemmeno precisamente il minutaggio perché non l’ho mai fatta. Dovrebbero essere di 10 o 15 minuti, però in realtà non la si fa mai, perché un portalettere come me già fa molto tardi così, figuriamoci se ti dovessi pure fermare per mangiare”.

“Almeno a me non è mai successo, e nemmeno a tutti i i colleghi con i quali ho parlato. Ma è anche vero che invece quelli assunti a tempo indeterminato, che conoscono la zona da anni, loro sì, riescono a stare nei tempi e anche a mangiare serenamente un boccone, ma per i Ctd è davvero impossibile. Perché, ripeto, mettici che sei alle prime armi, mettici che sei ricattabile con il fatto che sei precario e che quindi ti fai andare bene tutto, e mettici pure che a differenza degli assunti cambiano in continuazione il tuo giro, per permettere agli assunti, ad esempio, di andare in ferie. Capisci che per noi stare dentro le 7 ore diventa un’impresa titanica”.

Che idea ti sei fatto di questa situazione? È casuale o per quello che percepisci da dentro è sistemica? “La sensazione è che il personale sia meno di quello che servirebbe, con intere zone scoperte, spesso zone molto grosse affidate ad una persona sola. Così tra l’altro hai a che fare con un sacco di gente che dice ‘eh voi di Poste…'”.

“Molte persone se la prendono con il lavoratore ma il problema è strutturale, alcune zone sono davvero molto grandi e non è facile coprirle bene, soprattutto se uno non conosce ancora gli indirizzi, cosa che è molto frequente, visto che entrano sempre forze nuove”.

“Per darti un’idea di come funzioni, considera che in media appena uno inizia a conoscere un po’ di indirizzi e a prendere confidenza con la sua zona, scade il contratto e arriva un altro che deve ricominciare tutto daccapo”.

A questi problemi strutturali si sommano poi le particolari criticità del mese di dicembre, specialmente problematico da diversi punti di vista. Prima di tutto con l’arrivo della brutta stagione e del brutto tempo i portalettere accumulano ancora più ritardi a causa delle avverse condizioni meteo che però non vengono prese in considerazione dall’azienda.

“Quando si fa il corso sulla sicurezza ti dicono che non ti faranno uscire se piove tanto, ma io fino ad adesso ho sempre visto uscire tutti in tutte le condizioni, anche col diluvio universale”, spiega un’altra fonte.

“In quei casi ovviamente i tempi di consegna lievitano ancora di più rispetto al solito, tutto a partire dal traffico rallenta, senza contare che la posta si bagna e a quel punto ti disperi proprio perché devi pure asciugarla”.

In secondo luogo dicembre è sempre più il mese per antonomasia dello shopping online, e a maggior ragione lo è quest’anno, con i negozi chiusi causa lockdown. “A dicembre il volume dei pacchi è aumentato considerevolmente, tantissimi sono di Amazon ma c’è anche un aumento di posta pubblicitaria che è veramente inutile: non sai a quanti indirizzi quotidianamente dobbiamo arrivare solo per consegnare pubblicità. E non sai quanta gente ci dice lasciatela lì, che tanto la buttiamo via”.

“Parlo solo per me di quintali di carta che escono dall’ufficio postale e finiscono direttamente nel cestino. Lavoro in più per noi, completamente inutile, senza contare l’insostenibilità ambientale che tutto questo genera e che mi sconvolge sempre molto”.

Infine dicembre è il mese in cui si chiudono i bilanci annuali e maturano i premi di produzione. Tu hai ricevuto particolari pressioni nelle ultime settimane per raggiungimento di determinati obiettivi? “No, ma non so se sia un bene. Cioè noi dobbiamo garantire che il servizio si efficiente come lo è in un periodo normale, anche quando il periodo non è normale”.

“In questo momento, con l’arrivo delle feste, gli acquisti online, anche per mancanza di negozi fisici, sono aumentati ulteriormente ed è chiaro che questo si traduca nel dover correre dieci volte di più, ma a livello organizzativo per Poste non cambia assolutamente niente. Cioè non è che aumentano i volumi di lavoro e quindi nella stessa zona mettono più persone, no. Il portalettere sempre uno rimane”.

“In tutti i casi, i buchi di personale ti assicuro che non riguardano solo dicembre, semplicemente a dicembre si vede ancora di più”.

In realtà, però, Poste Italiane, forse proprio per rimediare alla carenza di personale di cui evidentemente è consapevole, firma con una certa regolarità nuovi contratti… “Ma è uno specchietto per le allodole, quello che fanno è tenere te sino a 12 mesi per poi prendere un altro perché faccia esattamente la stessa cosa che per 12 mesi hai fatto tu”.

“Solo che tu nel frattempo avevi acquisito esperienza e competenze, mentre quello che ti sostituisce deve iniziare da zero, ma dietro la promessa del posto fisso sarà disposto a tutto e per altri dodici mesi avrai uno che lavora a tutte le ore senza fiatare. Il fatto che ogni anno Poste cerchi nuovi postini dovrebbe dimostrare che la mansione serve all’interno della struttura in maniera organica e non occasionale”.

Quest’anno è stato segnato in maniera determinante dalla pandemia con i servizi postali, considerati essenziali, che non si sono mai fermati. “Io ho avuto il Covid, quindi ho fatto 21 giorni di isolamento. Con tutta probabilità l’ho preso sul lavoro perché il resto della mia famiglia era negativo”.

“L’azienda dice che sono stato contagiato nel mio tempo libero, ma ho sempre lavorato dieci ore al giorno, quando uscivo i negozi erano chiusi, c’era il coprifuoco, i bambini non andavano nemmeno a scuola, per cui è altamente probabile che lo abbia preso sul lavoro, certo non so dire se sia successo negli uffici oppure per strada, a contatto con la gente, ma di sicuro mentre lavoravo”.

“A questo proposito voglio dire una cosa: un altro aspetto critico del mio lavoro di portalettere è che incontri decine di persone tutti i giorni. Tu peraltro, a differenza di un corriere Amazon, molto spesso devi far firmare dei documenti, centinaia di raccomandate, perché molti Ctd non hanno la firma sul palmare ma ce l’hanno solo cartacea e quindi passi la penna alla maggior parte delle persone che esce senza, e non hai assolutamente tempo di sanificare tutte le volte la tua bic”.

“Noi cerchiamo di ricordare sempre al citofono che devono indossare la mascherina quando scendono a ritirare, ma  i ritmi sono talmente serrati che, se dovessi aspettare di farla indossare a tutti, non finiresti mai il giro. In tutto questo ai portalettere sono sempre state date in dotazione solo le chirurgiche che necessitano che anche il cliente l’indossi a sua volta, altrimenti la tua protezione, per te stesso, è inutile. E infatti ho preso il Covid”.

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