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Pescatori italiani detenuti in Libia, l’armatore a TPI: “C’è sotto qualcosa di grosso che non ci dicono. Di Maio? Ci ha illuso poi è sparito”

Lo sfogo dell'armatore Marco Marrone a TPI: "Più si avvicinano le festività più aumenta la nostra disperazione. Come si fa a pensare a Natale, una festa di famiglia, senza padri e figli? Finirà che ci faremo Natale a Roma"

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 26 Nov. 2020 alle 11:22 Aggiornato il 26 Nov. 2020 alle 17:36
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“Dopo 72 giorni siamo riusciti a sentire i nostri pescatori in Libia. Ho iniziato io la chiamata con il mio capitano Diego. Sono stremati, stanno bene ma sono esausti, vogliono uscire, vogliono tornare a casa”.

A parlare a TPI è Marco Marrone, l’armatore di uno dei due battelli. “L’11 novembre abbiamo vissuto un momento di commozione grazie a quella telefonata. Ma ora siamo precipitati di nuovo nel silenzio”. Sono trascorsi quasi tre mesi da quando i militari del generale Kalifa Haftar hanno sequestrato due pescherecci italiani di Mazara del Vallo e trattenuto 18 pescatori. La vicenda viene monitorata dalla Farnesina, che dalla sera dell’agguato sta trattando il rilascio degli equipaggi dell’Antartide e del Medinea. I due motopesca sono tuttora ancorati nel porto di Bengasi, mentre i marittimi sono stati prima interrogati e poi trasferiti in un’altra struttura da cui non possono uscire liberamente, di fatto sono ostaggi del generale Khailifa Haftar. Agli armatori viene contestata la presenza dei loro pescherecci all’interno delle 72 miglia (sessanta in più delle tradizionali 12 miglia), che la Libia dal 2005 rivendica unilateralmente come acque nazionali, in virtù della convenzione di Montego Bay che dà facoltà di estendere la propria competenza fino a 200 miglia.

“Credo la direzione sia quella dello scambio con i calciatori libici condannati al carcere in Italia”. È la convinzione espressa al Corriere della Sera dal vicepresidente del Consiglio presidenziale libico di Tripoli, Ahmed Maitig. “Gli italiani – ha detto Maitig – sono attivissimi, lavorano a tempo pieno. Tra i nostri due Paesi esistono trattati per lo scambio di prigionieri. Credo sia questa la strada. Seguiremo le nostre legislazioni in merito. Spero nel successo il prima possibile. Ma non so quando di preciso”.

“Abbiamo appreso che è nuovamente ricomparsa l’ipotesi dello scambio di detenuti: non ci stiamo capendo più niente”, ci confessa Marco Marrone. “Alla fine dobbiamo credere che c’è qualcosa di più grosso sotto che un semplice sconfinamento di acque territoriali. C’è davvero qualcosa di grosso che non riusciamo più a capire. Non è servito a niente il nostro presidio a Roma di 60 giorni. Dopo la telefonata avevamo sentito il ministro di Maio che aveva detto di aver trovato un canale nuovo, questa notizia ci aveva dato un po’ di speranza. Ma da allora nessuno ci ha detto più niente. Hanno ripreso a dirci le stesse cose. Più si avvicinano le festività più aumenta la nostra disperazione. Come si fa a pensare a Natale, una festa di famiglia, senza padri e figli? Finirà che ci faremo Natale a Roma. Devono assolutamente ridarci i nostri pescatori”.

Le trattative sono molto lunghe. I libici vogliono uno scambio, che vengano liberati 4 connazionali condannati a 30 anni di carcere in Italia per traffico di esseri umani e omicidio. Intanto in un comunicato diffuso sul sito della Farnesina il 19 novembre, si legge che Di Maio ha avuto un colloquio telefonico con la Rappresentante Speciale Onu ad Interim per la Libia, Stephanie Williams. Nella nota Di Maio “ha confermato il pieno sostegno dell’Italia agli sforzi di dialogo intra-libico condotti da UNSMIL” e ha espresso soddisfazione per il Dialogo Politico che ha fissato le elezioni al 24 dicembre 2021. Infine, Di Maio “ha evidenziato i positivi sviluppi in campo economico dopo la ripresa della produzione e delle esportazioni di petrolio”. Della questione dei pescatori mazaresi nessuna parola.

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