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“Sua nonna? Sta bene, anzi è morta ieri”: scambi di persona e malasanità, un’assurda storia di Coronavirus a Lecce

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 2 Apr. 2020 alle 17:12 Aggiornato il 2 Apr. 2020 alle 17:34
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Immagine di copertina
Nonna Paola e la nipote

“Ho registrato tutto, e andrò fino in fondo. Questa storia incredibile la deve conoscere il mondo. Mia nonna non l’ha ammazzata il Covid-19, ma la malasanità”. Valentina Treglia, 29 anni, barista di Melpignano (Lecce), nel dolce Salento, ricompone uno a uno, lucidamente, tutti i tasselli. E racconta, con una ricostruzione cronologica schematica, i passaggi che hanno portato alla morte di Paola Germana Casasola, 81 anni, nella Puglia del 2020.
Valentina, sua nonna era ricoverata da tempo?
“Da due anni, nella Rsa La Fontanella di Soleto, Lecce. Stava bene, solo un po’ di demenza; allettata perché impossibilitata a camminare. Prendeva giusto mezza pastiglia per la pressione, al bisogno. Dopo il 6 marzo mia madre non ha più potuto vederla: hanno vietato le visite per tutelare gli anziani dopo l’esplodere del coronavirus al Nord”.
Comprensibile. Poi?
“Il 20 marzo apprendiamo dai giornali che una paziente ospitata dalla stessa Rsa era morta all’ospedale Vito Fazzi di Lecce, risultando positiva al Covid-19. Iniziamo ad andare in apprensione e a chiamare più volte La Fontanella, di proprietà di un prete, Don Vittorio, e diretta da Federica Cantore, ma non risponde nessuno. Avevo anche il cellulare della direttrice. Volevamo capire se avessero fatto o pianificato tamponi agli altri ospiti, visto ciò che era accaduto. Il 23 mi chiama un medico dell’Asl di Lecce”.

Che cosa le dice?
“Ci ha comunicato l’esito positivo del tampone fatto su mia nonna, che quindi era stata contagiata. Continuiamo con insistenza a chiamare in struttura a Soleto e dopo migliaia di tentativi mi risponde un’infermiera, che conferma la positività di nonna, ma dice aveva al momento una febbre di 37.3-37.4 e che comunque dieci giorni prima era arrivata a 38. Senza che ci abbiano mai avvisato. Dissero che l’avevano messa in una stanza con un’altra signora con gli stessi sintomi per separare positivi e negativi. Sapendo che non avremmo più potuto entrare là dentro, supplichiamo la direttrice di farci fare una videochiamata con lei. Per poterla vedere”.
Vi è stata concessa?
“Sì, venerdì sera con il cellulare di un’infermiera facciamo la videochiamata e notiamo che nonna non sta bene. D’accordo la lieve demenza, ma era una che rideva, scherzava, cantava. Sempre reattiva. Notiamo anche che l’infermiera piangeva. In un primo momento abbiamo pensato: si sarà commossa per la telefonata dei parenti alla nonnina malata di Covid. Ma sapendo quel che è successo dopo, mi viene il sospetto che lì dentro sapessero già che gli anziani sarebbero stati abbandonati”.

In che senso abbandonati?
“Se la sono data a gambe levate tutti: medici, infermieri, amministrazione, dirigenti, operatori della mensa…. È stato riportato anche da testate locali. Hanno lasciato 83 persone, la maggior parte allettate, chiuse là dentro per almeno due giorni nelle mani di una sola infermiera allo stremo delle sue forze che evidentemente ha accettato o scelto di rimanere, e poi la Rsa è stata commissariata e sono entrati, pare, due medici della Asl”.
Voi che cosa avete fatto?
“Nei giorni successivi abbiamo continuato a chiamare invano la struttura, e anche la direttrice non ci rispondeva più. Ho chiamato Protezione civile, Croce rossa, ho scritto una Pec al Presidente Conte e recuperato il numero del presidente della Regione Puglia Emiliano. Ho chiamato il numero nazionale 1500 per il Covid arrivando a una chiamata di terzo livello con il Ministero della Salute denunciando che in questa struttura abbandonata c’era mia nonna positiva e altre persone,chiedendo per loro il trasferimento in un ospedale. La stessa cosa l’ho detta telefonicamente anche alla segreteria del ministro Speranza”.

Il sindaco di Soleto, Graziano Vantaggiato, si è attivato?
“L’ho chiamato, ci ha informato del commissariamento della struttura e mi ha dato anche il numero del medico Asl responsabile subentrato al personale precedente. A fatica pian piano riesco a parlare con qualcuno che ci assicura che la situazione dentro era preoccupante, ma visti i parametri vitali nessuno dei ricoverati era in condizioni drammatiche. Che i pasti venivano dati e che le persone bevevano ogni tre ore. Finalmente il 28 sera ci chiama il medico Asl responsabile della Rsa”.
Che cosa vi ha detto?
“Ci comunica i tre parametri vitali di nonna: saturazione, battito cardiaco e temperatura. Uno stato di salute eccellente, stava benissimo e tiriamo un sospiro di sollievo. Che confermiamo anche la mattina dopo, domenica alle 8.30, con una nuova telefonata che rassicura sui parametri e il resto. Nel pomeriggio i miei vanno comunque di persona all’esterno della struttura per vedere se riescono a parlare con il medico. Lo trovano e lui li rassicura dicendo che nonna era risultata negativa al tampone, ma trasferita precauzionalmente all’ospedale di Lecce”.

Ma non era già risultata positiva?
“Sì, il 23. Ma il 29 ci dicono che era negativa e stava bene. Grazie a un vigile urbano che conosceva uno degli altri nuovi operatori Asl operanti a La Fontanella, riusciamo ad avere conferma che nonna effettivamente non è più là dentro (ha fatto un giro all’interno chiamando le persone ad alta voce) e la immaginiamo davvero in ospedale sotto le migliori cure”.
Non era così, invece?
“Appena i miei tornano a casa, richiama il medico responsabile col quale avevano parlato poco prima e comunica loro che aveva fatto un madornale errore di persona. Che l’anziana negativa trasportata in ospedale non era nonna Paola, e che lei stava invece ancora in struttura. Facciamo notare che sembra impossibile, visto che avevamo appena fatto la controprova da un operatore. Il dottore resta basito, dice che la cosa è grave, che si informa e richiamerà”.

Ha richiamato?
“Sì, dopo mezz’ora. Dicendo che nonna era ricoverata al reparto DEA (Dipartimento Emergenza e Accettazione, ndr) di Lecce dalla sera prima, cioè il 28, per problemi respiratori. Quindi questa persona ci ha comunicato i parametri positivi di mia nonna sia la sera del 28 che domenica mattina 29, ma già dalla sera del 28 era ricoverata a Lecce”.
A questo punto lei chiama il DEA.
“Sì, e mi dicono che mi stavano cercando dalla sera prima non so su quale numero – comunque ho tutte le conversazioni registrate – perché mia nonna era arrivata non in condizioni critiche, ma drammatiche, desàtura di ossigeno, in ipotermia, disidratata e denutrita, e che stavano facendo di tutto per salvarla. Mi hanno detto: ‘Preparatevi al peggio’, aggiungendo: ‘Ma questo lo sapevate già’. Eh no, veramente non sapevamo niente. È la prima informazione dopo una settimana. ‘Probabilmente non passerà la notte’, hanno precisato. Infatti all’1.30 del giorno 30 hanno chiamato per dire che nonna se n’era andata per acuta insufficienza renale, visto che era arrivata in condizioni di disidratazione grave, non urinava più, con anche un’insufficienza polmonare, e che comunque a Lecce era arrivata in coma, con i tessuti del corpo violacei. Ed era positiva al Covid-19. Di nuovo positiva”.

Agghiacciante.
“Dopo un’ora mi frulla in testa: vuoi vedere che non era nonna? Visto lo scambio di persona di stamattina, magari… Alle quattro del mattino allora chiamo il DEA per chiedere una foto ma mi dicono che non è possibile perché le persone che muoiono per Covid vengono avvolte in stracci con disinfettante e infilati in sacchi neri. L’unica prova che fosse nonna arriva poi dalla camera mortuaria con il suo orologio, che ci hanno dato in un sacchettino sigillato. Il giorno 31, la mattina, nonna viene tumulata: breve benedizione del prete e noi quattro familiari stretti”.
La fine di un grande incubo.
“Non è finito. Il pomeriggio del 31, dopo la tumulazione di nonna, decido di chiamare nuovamente la struttura perché secondo me lì dentro non stanno capendo davvero che cosa succede, danno informazioni sbagliate a tutti e la gente continua a morire. Mi rispondono, chiedo di nonna, do le sue generalità, mi confermano il nome di mia madre, Sabrina Manara come referente e insisto per avere una videochiamata con lei dicendo che non abbiamo sue notizie da 10 giorni. Risposta: ‘Guardi signora, nonna ha mangiato e bevuto, hanno fatto colazione e pranzo. Al momento non si trova ma il medico dice che si era ripresa benissimo e stava perfettamente, ma è stata trasferita in un ospedale, non sappiamo se Galatina o Lecce, perché era solo lievemente cianotica’”.

Tutto questo con nonna già morta.
“Infatti ho risposto: ‘Meno male che sta bene nonna, tumulata stamattina. Per fortuna. La ringrazio’. E ho riattaccato. A oggi non so se per loro sia viva o morta, ma il 31 pomeriggio stava bene”.
Una storia assolutamente incredibile.
“Da lì la rabbia. È arrivata in coma, abbandonata al freddo e affamata, non è stata assistita, come tanti. Non l’ha uccisa il Covid ma l’abbandono. Da una chat di amici del posto ho notizie di parenti che ogni giorno arrivano in fin di vita agli ospedali da quella struttura”.
Chi è il medico o la persona con la quale ha parlato dopo la morte di nonna?
“Non me l’ha voluto dire: ho la sensazione che si vogliano cautelare o coprire perché hanno percepito che lì dentro si stanno commettendo cose assurde, che tutto era sfuggito di mano. Lo sapremo, ma non in questa fase”.

Che cosa prova adesso?
“Un dolore morale, sentimentale, non fisico. Ma questa cosa deve saperla il mondo intero. Nel 2020, in piena crisi sanitaria mondiale, morire di fame, sete e abbandono, non è normale. Non mi fermerò. Ci stiamo organizzando con avvocati specializzati in Sanità. Faremo tutto quel che c’è da fare. Ho tutte le registrazioni, che non divulgo perché saranno prove in Tribunale”.
Che cosa le ha detto il Presidente Emiliano in quella telefonata?
“Disse di stare tranquilla, che stava facendo di tutto”.
Secondo lei è vero?
“Secondo me, no. Non credo che sarebbero morte delle persone, altrimenti. Non voglio puntare il dito parlando di altre vicende che pure conosco. Io conosco bene la nostra. È un film horror, di fantascienza. Non verrebbe in mente neppure se uno volesse immaginarsi la cosa più brutta da scrivere. E in quel posto, per quanto so, si continua a morire”.

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