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“Così ho sconfitto la vergogna della malattia e le botte di mio padre alcolista”: parla Filippo, invalido al 100%

Filippo ha 20 anni ed è di Genova: è nato prematuro, i medici gli hanno diagnosticato un'emiparesi cerebrale sinistra e l'idrocefalo ipoteso: "A scuola, un giorno, ho minacciato di suicidarmi. Da lì è iniziata la mia ripresa: oggi sogno di dare coraggio alla gente che vive in difficoltà simili alle mie"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 10 Gen. 2020 alle 17:23 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 17:36
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Immagine di copertina

Filippo Bisio, invalido al cento per cento, racconta la sua storia a TPI

Passiamo una vita intera a cercare di essere considerati uguali a tutti gli altri, ma spesso dimentichiamo che è proprio la nostra specificità a darci un posto nel mondo: è quello che ha scoperto sulla sua pelle Filippo Bisio, un ragazzo di Genova nato con una disabilità al cento per cento. E che solo oggi, a 20 anni, ha iniziato ad accettarsi e a vivere appieno la sua vita.

Filippo è nato dopo sole 29 settimane di gravidanza: pesava 850 grammi ed è stato costretto, per lungo tempo, a vivere in incubatrice con l’ausilio di alcuni macchinari. Per i medici non c’erano molte speranze. Soffriva (e soffre tuttora) di una emiparesi cerebrale sinistra e di idrocefalo ipoteso, una condizione che oggi – dopo anni di battaglie – non gli permette di camminare bene. Influenzando pesantemente la sua vita. “Ma io cerco di essere indipendente il più possibile”, precisa lui.

Si sente un miracolato, Bisio, e per questo adesso ha voglia di urlarlo davanti a più persone possibili. Ha raccontato la sua storia profonda e particolare in un libro, “La mia rivincita” (edito da Le Mezzelane). E a TPI ammette: “Sono passato da una sedia rotelle a camminare, sono sopravvissuto ad un’emorragia cerebrale che mi ha portato ad un’ora dal decesso. Come se questo non bastasse la mia famiglia non era una delle più facili. Eppure sono qua, cerco di tenere in mano la mia vita e di influenzare positivamente anche quella degli altri”.

Filippo, quali sono le difficoltà che devi affrontare quotidianamente?

Ho una disabilità motoria: una postura scorretta che mi porta dolori alle gambe e un’emiparesi a tutta la parte sinistra del mio corpo. Tutto è nato da un problema ai denti che mia madre ha avuto in gravidanza. È stato necessario un cesareo e dopo la nascita i medici non sapevano se salvare me o lei. Alla fine, per fortuna, siamo vivi entrambi. Adesso ho dovuto imparare a convivere con la mia situazione. Sono indipendente in quasi ogni cosa. Ce l’ho fatta grazie al mio carattere, ma non è stato facile: prima non mi accettavo per niente.

Quando hai iniziato ad accettarti?

Ho iniziato a farlo nel mio giorno più difficile. Ho lasciato la scuola a 13 anni, perché avevo problemi troppo grossi per convivere con i miei compagni, anche se loro mi hanno sempre trattato benissimo. Un giorno, però, è morto mio zio, il fratello di mia madre: per me era una guida, una luce. Ho perso totalmente il controllo: mi sono presentato a scuola con un taglierino, minacciando di suicidarmi. Ancora me ne vergogno. Ma quel giorno è iniziata la mia ripresa: ho toccato il fondo e ho iniziato a risalire.

Hai detto che la tua famiglia non è “una delle più facili”. Perché?

Mia madre mi è sempre stata vicina, anche se pure lei ha un carattere particolare. Come anche mia sorella. Ciò che mi è mancato, da sempre, è un padre. Il mio è sempre stato molto duro con me. Soffre di alcolismo. Mi ha picchiato per anni, quando perdeva il controllo era orribile. Non si fermava neanche davanti a un figlio disabile. Ci vediamo ogni tanto, lotta ancora con il suo problema. I miei si sono separati quando avevo otto mesi: non ho mai visto mamma e papà insieme. Crescendo ho sempre avuto l’impressione di non aver ricevuto abbastanza amore. E quando succede, o diventi delinquente o diventi pazzo. Per fortuna c’era mio zio. È lui il mio vero padre. La sua morte è stata un colpo durissimo.

Poi è arrivato il libro. Da dove viene la tua voglia di raccontare la tua storia?

L’idea di scrivere “La mia rivincita” è maturata molto lentamente. Avevo circa 16 anni quando ho iniziato a scriverlo, ma all’inizio non riuscivo a buttare giù nulla. Mi sono reso conto che dovevo prima metabolizzare tutto quello che avevo passato. L’ho finito l’anno scorso, a 19 anni: è stata la chiusura di un cerchio. La dimostrazione che ho finalmente imparato ad accettarmi per quello che sono, senza voler cambiare gli aspetti della mia vita, anche quelli più complicati. E non è stato facile, soprattutto accettare il problema di mio padre.

Quali sono gli obiettivi per il futuro, adesso?

Questo libro è la mia rivincita. Vorrei tanto dare coraggio alla gente che vive difficoltà simili alle mie. Può sembrare un messaggio scontato, ma io so cosa ho passato. Sono arrivato a un’ora dalla morte. Adesso mi accetto, convivo con il mio problema. Prima mi vergognavo di me stesso, ho passato gran parte della mia vita a cercare di essere considerato normale dagli altri. Ma tutti noi siamo diversi, nessuno è uguale all’altro, ed è proprio questo il bello. Adesso lo so e ne sono fiero. È la mia nuova forza.

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