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Dichiararsi sieropositivi non è un marchio di infamia, ma un atto liberatorio e necessario

Di Luca Paladini
Pubblicato il 1 Dic. 2020 alle 12:47
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Ho voluto andare a cercarmi qualche dato. Il più recente che ho trovato è quello relativo al 2018. Due anni fa 770.000 persone sono morte nel mondo a causa dell’HIV. La fonte è sicuramente attendibile visto che è UNAIDS, il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV/AIDS. Settecentosettantamila è un numero impressionante. È come se in solo dodici mesi fosse sparito un decimo della popolazione dell’intera Europa. Un numero che smentisce la leggenda metropolitana che di AIDS, non si muore più.

Ho avuto occasione quest’anno a gennaio, un mese prima dello scoppio della pandemia, di essere ospite di Amref in un viaggio umanitario in Kenya. Dagli anni Ottanta in Africa sono morte 25,6 milioni di persone per malattie legate all’AIDS (circa il 70% dei decessi globali dovuti al virus). Ho girato per uno degli slum più popolati del mondo a Kibera nel cuore di Nairobi. Ho visto come si combatta ancora in piccolissimi ospedali nel cuore della baraccopoli una battaglia che prima ancora che strettamente di cura è fatta di informazione.

Ho assistito nei villaggi del Samburu a corsi di educazione sessuale fatti alle tribù locali. I dati dell’Africa raccontano bene come in un continente povero il virus abbia trovato terreno fertile per fare un’autentica strage. Povero di mezzi, povero di cultura della prevenzione. Gli Stati Uniti e l’Europa c’hanno messo anni prima di rallentare la curva degli infetti e dei morti. Nel 2019 in Italia sono state effettuate 2531 nuove diagnosi di infezione da HIV. Poche? Troppe? Sufficienti a dirci che ancora non siamo stati capaci di fermare completamente la sua propagazione, anche in considerazione di un numero che è inevitabilmente errato per difetto, visto che non tutte le persone che possono essere incorse in situazioni di rischio decidono di sottoporsi a dei controlli di verifica.

Comunque sia se nell’Occidente la situazione è migliorata sul quadro strettamente sanitario, possiamo dire che in 40 anni, abbiamo fatto grandi passi in avanti sulla percezione sociale con la quale è vista una persona sieropositiva? Qui mi baso non solo sulle mie sensazioni ma anche su tante storie raccolte. La stigma esiste ancora. L’ idea malsana che il tuo stile di vita “peccaminoso” sia alla base della tua condizione di salute è un retaggio ancora complicato da sradicare. Il coming out di un sieropositivo continua ad essere molto più complicato di quello legato al proprio orientamento sessuale.

Al netto del fatto che com’è noto non si infettano solo persone omosessuali o transgender, il mito della “peste che colpisce i gay” non è rimasto patrimonio esclusivo degli integralisti religiosi. Nel comune sentire nonostante l’immane sforzo di tante associazioni lgbt, il marchio dell’infamia non ha smesso d’essere appiccicato addosso.

Scrivevo sopra del coming out. Tre anni fa Jonathan Bazzi un ragazzo della periferia milanese che scriveva articoli per una rivista gay online e che ancora non sapeva che nel 2020 sarebbe diventato un finalista del premio Strega con il suo primo libro autobiografico, decise di raccontare la sua sieropositività con una frase che mi colpì molto. “L’ ho voluto dire perché la verità è la migliore arma per difendersi”.

Oggi 1 dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, dedicata ad accrescere la coscienza di questa epidemia mondiale che a distanza di 40 anni dalla sua comparsa provoca ancora dolori e lutti. E per dirla con Bazzi può essere anche l’occasione per tanti di liberarsi dalla paura di vivere questa condizione con il timore del giudizio. Credo davvero non sia banale affermarlo, la verità ti difende, più di qualsiasi altro scudo, perché essere sieropositivi o malati di AIDS non può rappresentare mai una colpa della quale vergognarsi.

Leggi anche: “Ho contratto l’HIV col sangue infetto. Lo Stato non traccia le vittime Covid perché sarebbe un salasso”

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