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Caso Cucchi, la sentenza sui medici dell’ospedale Pertini: quattro prescrizioni e un’assoluzione

Immagine di copertina
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, mostra una foto del corpo del fratello.

Caso Cucchi, la sentenza sui medici del Pertini

È arrivata oggi la sentenza d’appello-ter nel processo nei confronti dei cinque medici del Sandro Pertini accusati di omicidio colposo per il caso Stefano Cucchi, il 31enne romano trovato morto in una stanza del reparto protetto dell’ospedale romano il 22 ottobre 2009. C’è stata la prescrizione per quattro medici e l’assoluzione per un altro. Ad essere assolta è stata la dottoressa Stefania Corbi. Reato prescritto invece per Aldo Fierro, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo.

La sentenza: quattro prescrizioni e un’assoluzione

Nei confronti dei cinque medici c’è stata dunque una sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto” e una di “non doversi procedere”, perché il reato di omicidio colposo è ormai prescritto. La decisione è arrivata dopo oltre due ore di camera di consiglio. Ad esprimersi è stata seconda corte d’assise di appello di Roma, al termine del terzo processo di secondo grado.

La corte, presieduta da Tommaso Picazio, ha assolto Stefania Corbi “per non aver commesso il fatto” e ha recepito le conclusioni del sostituto pg Mario Remus che lo scorso 6 maggio aveva sollecitato la prescrizione nei confronti del primario del Reparto di medicina protetta Aldo Fierro e dei medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo, che si occuparono a vario titolo del geometra 31enne Stefano Cucchi.

Il caso

Il processo ai medici del ‘Pertini’ ha avuto un iter complesso. I medici furono portati a processo inizialmente per l’accusa di abbandono d’incapace. Nello stesso processo erano imputati anche tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria, poi assolti in via definitiva.

Gli stessi medici, condannati nel giugno 2013 per il reato di omicidio colposo, furono successivamente assolti in Appello.

Da lì iniziò però una nuova vita processuale fatta di un primo intervento della Cassazione che rimandò indietro il processo. I nuovi giudici d’Appello confermarono l’assoluzione che fu impugnata dalla Procura generale. La Cassazione rinviò nuovamente disponendo una nuova attività dibattimentale conclusasi oggi.

A chiedere il “non doversi procedere” nei confronti del primario Aldo Fierro e degli aiuti Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo, era stato a maggio 2019 il procuratore generale Mario Remus.

“Non è vero che Stefano Cucchi non fosse collaborativo e avesse una preconcetta preclusione agli esami clinici e all’assunzione di acqua e cibo”, aveva detto Remus in quell’occasione. “Sicuramente era un paziente difficile ma poteva essere malleabile. Penso che con un tocco di umanità in più poteva essere curato, alimentato e anche salvato”.

Il processo era iniziato nel 2011 e coinvolgeva anche tre agenti della Polizia Penitenziaria e alcuni infermieri, tutti assolti nel 2015 in via definitiva.

I medici, invece, erano stati condannati in primo grado per omicidio colposo, e poi, come detto, due volte assolti in appello con due rinvii della Cassazione. Ma il reato loro contestato, quello di omicidio colposo, nel frattempo è caduto in prescrizione.

Il verdetto arriva nello stesso giorno della sentenza nei confronti dei carabinieri imputati nel processo Cucchi bis e accusati di omicidio preterintenzionale. Un terzo filone giudiziario, quello del processo sul depistaggio, sarebbe dovuto iniziare lo scorso 12 novembre, ma l’inizio del processo è stato rimandato perché il giudice ha deciso di astenersi, dal momento che in passato è stato carabiniere.

Le reazioni

L’avvocato Gaetano Scalise, difensore del primario Aldo Fierro commentando la decisione della Corte d’Assise d’Appello di Roma, ha dichiarato: “Una sentenza che lascia l’amaro in bocca. Non è comprensibile dal punto di vista logico perché l’assoluzione della dottoressa Corbi avrebbe dovuto comportare come conseguenza anche l’assoluzione del primario”. E ancora: “Aspettiamo di leggere le motivazioni e quasi sicuramente faremo ricorso in Cassazione”, conclude il penalista.

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