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Covid, Rsa lombarde in ginocchio: “Persi 180 milioni, aiuti pubblici o chiuderemo”

I rappresentanti del settore socio-sanitario lanciano l'allarme a Regione Lombardia e Governo. Al centro della problematica c'è il non facile equilibrio tra la sanità pubblica e quella privata, che coinvolge anche disabili, malati mentali e minori: tra entrate in calo e costi in aumento, il modello dei servizi fin qui conosciuto non regge più

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 25 Set. 2020 alle 16:49
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Peronale sanitario al lavoro nel settore Covid non gravi di una RSA. Credit photo: Ansa Filippo Venezia

Le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) sono al centro del dramma-Covid fin dallo scorso febbraio, per via dei contagi e delle numerose vittime tra anziani ospiti e operatori sociosanitari. Dopo sette mesi di pandemia, la crisi sanitaria rischia di produrre effetti nefasti anche sul piano economico ed occupazionale: molte di queste strutture sono in enorme difficoltà e rischiano persino di chiudere i battenti. Da qui la necessità di chiedere l’intervento diretto della Regione e del Governo nazionale, per non essere costrette a ridurre, se non a interrompere, i servizi erogati alle persone assistite.

Se ne è parlato oggi, venerdì 25 settembre, nella sede di ConfCooperative Lombardia a Milano, in un incontro organizzato dalle associazioni del comparto sociosanitario regionale: AGeSpi (rappresentata da Antonio Monteleone), Aiop (Guerrino Nicchio), ACI Welfare Lombardia (Valeria Negrini), Anaste (Stefania Repinto), Anffas Lombardia (Emilio Rota), Arlea (Walter Montini e Chiara Benini), Uneba Lombardia (Luca Degani e Marco Petrillo).

“Se da Governo e Regione non avremo risposte, finiremo in ginocchio”, affermano i rappresentanti del Terzo Settore, parlando non solo a nome delle RSA per anziani, ma anche delle RSD, che ospitano i disabili, delle associazioni impegnate nell’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) e in tutti gli altri servizi che si occupano di persone con problemi di dipendenza, di salute mentale o minori in difficoltà.

Per tutte queste realtà, il lockdown ha comportato una serie di gravi problemi: il blocco delle accoglienze, la conseguente diminuzione delle entrate e l’aumento delle spese legate alle nuove necessità di prevenzione. Alla vigilia di un autunno nel quale lo spettro di una seconda ondata di Covid-19 sembra quantomai concreto, almeno a giudicare dalla situazione nel resto d’Europa, il rischio è quello della chiusura, con tutte le ripercussioni che ciò avrebbe sia in termini di mancata assistenza, sia sul versante dell’occupazione.

I dati resi noti nel corso dell’incontro dipingono un quadro veramente drammatico. Un’analisi effettuata nel territorio dell’ATS di Brescia su un campione di 42 RSA, per un totale di 3.655 posti letto, ha evidenziato che tra marzo e maggio il calo dell’occupazione media è stato dell’80%, con punte minime del 58% e massime del 100%. Le strutture medio-grandi sono quelle maggiormente danneggiate, con una perdita quantificabile in 22,63 euro al giorno per posto letto, da moltiplicare per i tre mesi del lockdown.

Il deficit complessivo per le RSA lombarde nel corso della quarantena è stato di circa 180 milioni di euro, ma entro la fine dell’anno la perdita si allargherà ulteriormente. Tra i costi balzati alle stelle spicca una voce particolare come quella dei guanti, un dispositivo di protezione semplice e al quale ormai tutti siamo abituati, ma che per questo tipo di strutture rappresenta uno strumento di fondamentale importanza, non solo nelle emergenze. Il Covid-19 ha comportato una vera e propria impennata dei prezzi: le scatole da 100 pezzi sono schizzate da una media di 1,80 euro fino a 8 euro, con un aumento vicino al 450%. Se la cifra sembra comunque esigua, basta fare qualche calcolo: “Per un utilizzo di 16 guanti al giorno a posto letto, significa, solo per i guanti, un aumento di un euro a posto letto al giorno. Quindi, per il solo secondo semestre del 2020, 12 milioni di euro di spesa in più per il settore delle RSA in Lombardia”, spiegano i rappresentanti del settore.

In generale, l’emergenza Coronavirus ha costretto queste strutture a fare fronte a spese ben superiori a quelle preventivate. Per questo, dallo scorso mese di maggio le associazioni di settore chiedono alla Regione Lombardia che siano riconosciuti a loro favore i budget già deliberati e messi a bilancio, nonostante il calo degli utenti. “Siamo fiduciosi dell’impegno che la Regione Lombardia ha espresso nel voler riconoscere la totalità del budget già assegnato – dichiarano le organizzazioni – chiediamo che si dia urgente attuazione sul piano tecnico alle dichiarazioni rese”. Rispetto al Governo nazionale, invece, le organizzazioni spiegano che “le significative risorse stanziate dal DL Rilancio sono orientate pressoché esclusivamente a sostegno di servizi erogati direttamente dal settore pubblico; ciò significa tagliare fuori di fatto tutto quell’ecosistema di privato sociale che in regioni come la Lombardia rappresenta il 90% delle strutture socio-sanitarie”.

Questo rappresenta uno dei temi caldi, in quanto il dramma del Covid-19 ha messo in luce la straordinaria importanza della sanità pubblica. Una delle critiche più forti e fondate al modello-Lombardia è proprio l’eccessivo peso della sanità privata, che tuttavia assolve a una funzione che non può essere derogata di colpo, senza pesanti ripercussioni sociali. I rappresentanti del settore citano come “caso paradossale” il servizio ADI: “L’Assistenza Domicilire deve essere potenziata e in Lombardia è gestita prevalentemente da Enti del privato non profit; ma le ingenti risorse previste per Regione Lombardia sono destinate all’ADI erogata dalle ASST. A ciò si aggiunge il rischio che parte del personale qualificato (es. Infermieri e OSS) oggi operante nei nostri servizi sia attirato dalla possibilità di essere assunto dal pubblico e ciò porterebbe ad ulteriori problemi nell’erogazione dei servizi. D’altra parte, con le tariffe ferme da oltre 10 anni nonostante i due rinnovi contrattuali, i maggiori costi e le minori entrate di quest’anno e nessun sostegno da parte di Regione, come facciamo a proseguire nel nostro lavoro? Siamo condannati a chiudere?”.

In questo quadro estremamente complesso, gli enti del settore rivolgono due richieste al ministro della Salute Roberto Speranza: la prima è che una parte del fondo sanitario nazionale sia vincolata a finanziare il sistema sociosanitario nelle sue diverse articolazioni. La seconda è che la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana coinvolga anche i rappresentanti dell’associazionismo, del Terzo Settore, della cooperazione sociale, che per ora ne sono escluse.

Altrettanto necessario, aggiungiamo noi, sarebbe garantire la presenza di questo tavolo di rappresentanti dei pazienti e dei loro familiari: sono loro, al di là delle varie posizioni politiche sul tema, che rischiano di pagare il prezzo più caro di questa drammatica pandemia. Sia in modo diretto, vista l’esposizione ai contagi dei soggetti fragili, sia in modo indiretto, perché l’assenza dei servizi precedentemente garantiti avrebbe un impatto devastante sulla qualità della vita dei più deboli.

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