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Coronavirus, le probabilità di contagio dipendono dal genere? Ecco cosa dicono i dati

EEcco cosa dimostrano i dati sulla letalità su uomini e donne

Di Anna Ditta
Pubblicato il 29 Mag. 2020 alle 10:05
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Credit: Ansa

Coronavirus, le probabilità di contagio dipendono dal genere? Ecco cosa dicono i dati

A più di tre mesi dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus in Italia – e a oltre cinque mesi da quando abbiamo iniziato a conoscere il virus a livello mondiale – i dati ufficiali raccolti da John Hopkins Csse e analizzati da UNwomen o GlobalHealth5050 confermano le probabilità del contagio da Covid-19 non  da elementi come età o genere delle persone, quanto piuttosto dal lavoro e dallo stile di vita. Tuttavia, in Italia, il tasso di letalità dei maschi è in media il doppio rispetto alle femmine. A cosa è dovuta questa differenza? Ad approfondire la questione è un’analisi pubblicata sull’Huffington Post a cura di Marta Catellani e Maria Concetta Morrone, socie dell’Accedemia dei Lincei.

“Un dato emerge stabile guardando il genere dei defunti: a tutte le età la letalità (rapporto fra defunti e contagiati) è superiore nei maschi che nelle donne”, sottolineano le autrici rinviando ai dati di UNwomen. “In Italia la letalità dei maschi è in media il doppio che per le donne, ma può raggiungere anche un fattore 4 nella fascia di età dei cinquantenni (50-59 anni), come risulta dal rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del 28/4/2020″.

L’analisi si sofferma in particolar modo sugli operatori sanitari, in quanto soggetti che (a parte la prima fase emergenziale) dovrebbero essere controllati regolarmente con tamponi indipendentemente dai sintomi, come ha stabilito il Ministero della Salute il 25 marzo 2020. A fine aprile gli operatori sanitari ammalati erano circa 20.800 (l’11 per cento dei casi totali) e quelli deceduti erano 200: la letalità quindi è di circa l’1 per cento, ben diversa da quella del 14 per cento calcolata sulla popolazione generale.

“Tuttavia, gli operatori sanitari hanno una età media di 48 anni, e sono prevalentemente donne (75%), che prediligono il lavoro di cura verso i deboli e malati; due fattori che contribuiscono nello spiegare la bassa letalità rispetto alla popolazione in generale”, sottolineano le autrici. “È quindi istruttivo restringere l’analisi solo alla classe dei medici deceduti che hanno una età media più alta e una proporzione fra sesso bilanciata. Ciò che emerge è che solo 10 sono i medici deceduti, fra marzo ed aprile, nella fascia d’età fra i 50 e i 59 anni, con una letalità femminile di circa 0,23% e maschile di 1%”.

La letalità per la popolazione italiana nella stessa fascia di età, fra i 50 e i 59 anni, è invece dell’1 per cento per le donne e il 4,1 per gli uomini, quindi quattro volte maggiore della letalità nei medici. Questo induce le autrici a ritenere che la stima della letalità nella popolazione generale sia sbagliata. Passando invece alla fascia d’età compresa fra 60 e 69 anni, la letalità dei medici risulta simile a quella della popolazione italiana di pari età (con quella delle donne medici – il 3 per cento – minore rispetto a quella degli uomini, pari al 13 per cento).

“I medici donna sicuramente non sono diverse dalle altre donne, né per resistenza del sistema immunitario, né per livelli ormonali e né ovviamente per espressioni genetiche o epigenetiche”, sottolineano le due autrici. “Certo hanno stili di vita diversi e sanno prendersi cura della propria salute meglio e questo sicuramente influisce nello spiegare in parte questa grande differenza. Ma una spiegazione più semplice ci suggerisce che la letalità delle donne nella popolazione delle cinquantenni non sia stata valutata correttamente“.

“La paucità dei medici donna e medici uomo defunti ci induce a pensare che il contagio nella popolazione dei cinquantenni sia stato almeno quattro volte più diffuso di quello che questi numeri ci dicono, e probabilmente molto più alto fra le donne”, proseguono. “Questa ipotesi è consistente con la stima, confermata dai dati di maggio in Italia e da molti lavori scientifici, che la percentuale dei contagiati che mostrano sintomi lievi o asintomatici sia intorno al 80%. Purtroppo, queste stime sono disponibili solo in forma aggregata per età e sesso. L’uguale letalità dopo i 60 anni, fra maschi medici e popolazione generale ci suggerisce che la proporzione di asintomatici o pauci-sintomatici potrebbe drasticamente diminuire con l’età, soprattutto nei maschiQuesto è consistente con la maggiore vulnerabilità del sesso maschile alla malattia, anche forse conseguente ai livelli degli ormoni sessuali e alle abitudini e stili di vita maschili”. Le autrici concludono sottolineando “la necessità e l’urgenza di affrontare la raccolta dati in modo più analitico, in base al genere, all’età, alla tipologia e alla qualifica del lavoro, per poter sviluppare le strategie più adeguate per fronteggiare la seconda, forse inevitabile, onda di contagi”.

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