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    Coronavirus, lo studio: quando c’è doppio danno al polmone, mortalità più alta in terapia intensiva

    Credits: EPA/SERGEI CHIRIKOV
    Di Carmelo Leo
    Pubblicato il 1 Set. 2020 alle 16:36

    Coronavirus, con doppio danno al polmone mortalità più alta in terapia intensiva

    Un team di scienziati italiani, guidati dal policlinico Sant’Orsola di Bologna, ha analizzato l’elevata mortalità in terapia intensiva tra i pazienti contagiati dal Coronavirus, alla ricerca del meccanismo responsabile di tale fenomeno. Lo studio, pubblicato sul Lancet Respiratory Medicine il 27 agosto scorso, ha dimostrato che il tasso di mortalità tra i ricoverati in terapia intensiva aumenta sensibilmente quando il Covid-19 provoca un doppio danno al polmone, intaccando sia gli alveoli che i capillari polmonari. “Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari muore quasi il 60 per cento dei pazienti – si legge nella ricerca – mentre quando danneggia solo una delle due parti a morire è poco più del 20 per cento dei pazienti”.

    Tra i due casi, in termini numerici, c’è dunque una differenza importante. Lo studio dimostra che il Coronavirus, quando intacca sia gli alveoli (le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica) e sia i capillari (i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno), è molto più letale. Si tratta, hanno commentato gli autori della ricerca, di “un risultato che avrà importanti implicazioni sia per le cure attualmente disponibili che per i futuri studi su nuovi interventi terapeutici”.

    Lo studio è stato condotto su 301 pazienti ricoverati al Sant’Orsola di Bologna, al Policlinico di Modena, all’Ospedale Maggiore, all Niguarda e all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, all’Ospedale San Gerardo di Monza e al Gemelli di Roma. Gli scienziati hanno specificato anche che, partendo da questa tesi, è possibile ridurre in qualche modo la mortalità del Covid-19: “Il fenotipo dei pazienti col doppio danno al polmone è facilmente identificabile – si legge – attraverso due parametri: la distendibilità del polmone e un parametro ematochimico, il D-dimero. Il riconoscimento rapido consentirà una precisione diagnostica molto più elevata e un utilizzo delle terapie ancora più efficace e questo potrà portare a “un calo della mortalità fino al 50 per cento”.

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