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TPI intervista Cecilia Strada: “Dal nuovo governo mi aspetto un cambiamento sui migranti”

L'ex presidente di Emergency è reduce da un'esperienza sulla nave della Ong Mediterranea

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 4 Set. 2019 alle 14:38 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:20
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Immagine di copertina
Cecilia Strada. Credit: AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS

Cecilia Strada è sbarcata ieri dalla nave Mare Jonio dell’Ong Mediterranea che, dopo avere salvato donne e bambini, si ritrova ora nel mezzo di un caso giudiziario con la confisca della nave e una multa di 300.000 euro. L’ex presidente di Emergency ha vissuto l’esperienza sulla nave dal 22 agosto, partendo da Licata. TPI l’ha intervistata.

Per cominciare: vivendo in prima persona l’esperienza del salvataggio nel Mediterraneo a bordo di una nave cosa stona con la narrazione che c’è stata in questi ultimi mesi?

Veniamo da un periodo in cui si dice che le Ong siano i complici dei trafficanti. Se sei su una nave che salva persone e queste ti raccontano le loro storie non puoi non capire la gravità del problema: sulla mare Jonio c’era un ragazzo ivoriano che si metteva in mare per la quarta volta, per tre volte è stato riportato indietro dalla Guardia costiera libica sempre nella stessa prigione dove era sottoposto ai lavori forzati, alle violenze e alla tortura.

Sulla nave prendono corpo le cose che sapevi già. Non sono le Ong gli amici dei trafficanti ma è proprio l’esatto contrario: questo ragazzo ivoriano sarebbe annegato oppure sarebbe stato rimesso ancora nel circuito della schiavitù, invece oggi è in uno Stato di Diritto, esiste, è uscito alla luce del sole.

Mentre eravamo a bordo si sprecavano le battute sui presunti appuntamenti con i trafficanti, ci ridevamo su: i turni di osservazione del mare, controllare il radar, ricevere i messaggi di stress sono azioni faticose ed è l’unico modo che si ha per cercare le persone. Questa favola degli appuntamenti è ridicola: sei lì in un mare enorme svuotato di navi e sai che ci può essere qualcuno che sta per morire, magari lui vede te e tu non vedi lui, sapere che ci può essere qualcuno che sta per morire è un pensiero devastante e ti fa sentire la responsabilità di tornare il prima possibile in mare. E fa infuriare che con il Mediterraneo svuotato, con le confische, con i divieti si impedisca di rispettare la legge. È una rovina dell’etica.

Tu sei abituata a vivere situazioni emergenziali per il tuo lavoro, cosa ti ha insegnato umanamente questa esperienza?

Sì, è vero, sono abituata ai contesti emergenziali duri, penso all’Iraq, penso all’Afghanistan, però ci sono un paio di cose diverse qui: innanzitutto questa attività viene accolta in modo diverso dal mondo circostante. Io sono cresciuta in un mondo in cui gli operatori umanitari venivano considerati come quelli che facevano cose doverose poiché assistere chi ha bisogno è un dovere sociale, sono cresciuta in un mondo in cui si veniva lodati per questo, al massimo ignorati o presi bonariamente in giro perché considerati illusi, utopisti, quelli convinti di poter cambiare il mondo.

Oggi invece siamo in un’epoca in cui se lavori in mare e ti occupi di accoglienza sei considerato un nemico pubblico, sei costantemente insultato e calunniato dai vertici dello Stato, è un clima inedito. Per carità, non c’è solo questo, noi sulla Mare Jonio abbiamo anche sentito un enorme sostegno e un’enorme condivisione ma questa caccia alle Ong per me è una cosa totalmente nuova.

L’altra differenza mai provata è che questa esperienza si svolge in mezzo al mare in spazi fisici inevitabilmente diversi dai contesti che mi sono capitati in passato: stare sulla Mare Jonio fa capire il significato vero del detto “siamo tutti sulle stessa braca”, lì il problema di uno può diventare il problema di tutti, vale la massima di don Milani che diceva che “uscirne da soli è egoismo, uscirne tutti insieme è politica”. Le azioni di salvataggio oggi sono azioni politiche per il contesto in cui si svolgono. Politiche nel senso più alto, nel modo di stare insieme.

Perché non si riesce a raccontare la disperazione e il dolore al grande pubblico?

Dipende da un difetto nostro, probabilmente non abbiamo trovato i linguaggi per parlare in modo complesso a gente che non la pensa come noi. Ad esempio: un’altra cosa che mi porto a casa è il rapporto con i marittimi, i pescatori sono persone che partecipano al progetto di Mediterranea, il marinaio Nino prima di lavorare su queste missioni aveva una pessima opinione delle persone che andiamo a salvare per i soliti pregiudizi (“ci rubano il lavoro”, “sono delinquenti” ecc…). Mi disse: “Io li odiavo, poi vedendoli in faccia, guardandoli negli occhi, sentendo le loro storie, adesso non vorrei fare altro nella vita che lavorare nel salvataggio”. E questa è una botta per uscire dalla bolla: si può arrivare a odiare persone che nemmeno conosci per un’informazione circoscritta.

Il governo era caduto ma Salvini ha firmato il vostro divieto d’ingresso. Ve lo aspettavate?

Anche quando era in essere il governo ogni volta ti aspettavi che si svegliassero dall’incantesimo, io cerco sempre di sperare. No, non ci aspettavamo che venisse firmato il divieto d’ingresso. Forse ci aspettavamo che Salvini potesse firmare, il suo colpo di coda, ma che lo firmassero anche Trenta e Toninelli mi ha fatto arrabbiare parecchio: la discontinuità a che ora arriva?

A bordo era anche complicato seguire quello che succedeva a terra, con donne e bambini e malati e traumatizzati. I giorni sembrano lunghissimi quando sei bloccato e vedi Lampedusa, di notte vedi le luci, la puoi vedere ma non ci puoi entrare, giorni lunghi prigioniero in mezzo al mare con mille cose da fare. L’ultimo dei nostri problemi era cosa stesse succedendo in Italia.

Questi sono naufraghi per il diritto internazionale ma sono anche persone che vengono da storie di tortura, di botte, di schiavitù, di ogni tipo di violenza subita e qui dovrebbero godere di particolari tutele. Dovremmo chiamarli anche di richiedenti asilo. Prima li chiamavo naufraghi ma oggi provo disagio: mi viene più naturale chiamarli i nostri compagni di viaggio.

Confidi nel cambiamento del nuovo governo?

Me lo aspetto. Non io. Tutti ce lo dobbiamo aspettare. Bisogna cambiare perché siamo in una condizione di palese violazione delle convenzioni internazionali, del diritto del mare, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non si tratta di sostenere Mediterranea, si tratta di svegliarsi dall’incantesimo che ci sta tenendo prigionieri e tornare alla base della convivenza civile, del rispetto delle leggi, della tutela della vita umana. Poi discutiamo di tutto il resto.

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