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Giovani e stili di vita: l’onda lunga del Covid

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Secondo il 9° Rapporto di ricerca “Generazione Proteo” della Link Campus University il 21,2% dei giovani prova incertezza nel relazionarsi con gli altri mentre la famiglia resta un “porto sicuro” (52,7%), divisi sul ritorno alla normalità: strade affollate e mancanza di vaccini trasmettono insicurezza ma il 69,9% non ha paura di recarsi all’estero

In questi ultimi giorni, il costante calo della curva dei contagi nel nostro Paese ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema dell’avvio della stagione delle riaperture, dei viaggi e della rinnovata socialità. Ma come vivono i giovani italiani questa nuova socializzazione post-pandemica? I dati del 9° Rapporto di ricerca “Generazione Proteo”, l’Osservatorio permanente sui giovani della , rispondono a questa domanda restituendo l’immagine di una generazione segnata dall’insicurezza del presente ma anche capace di guardare con slancio al futuro.

«Nonostante la pandemia abbia rimesso al centro i valori della solidarietà e della condivisione, quali risorse indispensabili per superare le difficoltà e avanzare nel progresso e nel miglioramento futuro – dichiara il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo” – la generazione post-Covid mostra invece una preoccupante prevalenza di sentimenti negativi, quali l’incertezza, l’indifferenza, addirittura la diffidenza, nel relazionarsi con gli altri. Eppure, anche nei momenti più bui, i giovani non perdono quel loro naturale slancio, che li porta a proiettarsi con fiducia verso il futuro».

L’incertezza delle relazioni. Il 9° Rapporto di ricerca restituisce il ritratto di una generazione “in conflitto” quando si parla di relazioni. Da una parte, infatti, c’è la famiglia, ovvero il “porto sicuro” dove rifugiarsi, come conferma quella metà circa di intervistati (52,7%) per cui l’idea di sicurezza si identifica con scene di vita domestica e familiare e quell’altrettanto significativo 47% per cui la normalità prende forma nel tornare ad abbracciarsi. Dall’altra parte, tuttavia, alla domanda “In seguito alla pandemia, cosa provi nel relazionarti con le persone?”, a prevalere sono sentimenti negativi quali l’incertezza (21,2%), l’indifferenza (20,2%) quando non addirittura la diffidenza (9,9%).

La paura del contagio e la “non paura” del viaggio. L’idea che, per i giovani, il senso di sicurezza si leghi strettamente alla dimensione familiare e, in genere, alla sfera più intima degli affetti esce ulteriormente rafforzata quando gli si chiede di indicare invece l’immagine che trasmette loro maggiore insicurezza, che i giovani identificano principalmente in una strada affollata (37,1%). A questa paura del contagio fa tuttavia da contraltare una “non paura” del viaggio: il 69,9% dichiara infatti che, nonostante la pandemia, non ha paura di recarsi all’estero, mentre 1 giovane su 5 circa (17,2%) associa proprio al tornare a viaggiare la tanto agognata normalità.

«Non c’è dubbio che a fare da contraltare all’idea di un ritorno “sicuro” alla normalità – continua il sociologo Ferrigni – è il timore del contagio, che resta in cima alle paure dei giovani italiani, che vivono chiaramente con preoccupazione il ritorno tra gli altri e l’uscita dalla propria comfort zone. Ma è proprio in questo frangente che il senso di insicurezza prodotto dal virus cede il passo al naturale slancio del giovane, che prende forma per esempio in quel 70% circa di intervistati che dichiara di non aver paura a recarsi all’estero. Uno slancio verso il futuro normalità – conclude Ferrigni – che traduce quel tangibile desiderio di evasione e di scoperta che il virus non ha contagiato, preservando dunque intatto il tratto forse più genuino e caratterizzante la “generazione Proteo”»

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