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Casinò online, Lucchesi (Truffa.net): “Dopo il riordino ADM 350 skin bloccate, ma 4,5 milioni di italiani giocano ancora su siti illegali”

Immagine di copertina

A novembre si chiude la finestra di attivazione tecnica delle nuove concessioni ADM, 52 licenze rilasciate a 46 operatori con durata novennale, fee da 7 milioni di euro e oltre 350 skin spente. Il mercato del gioco online italiano cambia volto in un’unica stagione. Ma fuori dal perimetro legale resta una zona grigia di proporzioni enormi, 4,5 milioni di italiani intercettati in tre mesi su siti di gioco illegale, un giro d’affari stimato in 20 miliardi di euro e i social ormai diventati il principale canale di reclutamento verso piattaforme non autorizzate. Ne abbiamo parlato con Nino Lucchesi di Truffa.net, consulente legale e fondatore del portale italiano dedicato alla prevenzione delle truffe online.

A novembre 2026 si chiude la finestra di attivazione tecnica delle nuove concessioni: cosa cambia concretamente per chi gioca da casa?

Cambia il pavimento, non la facciata. L’utente che apre un casinò online tra qualche settimana vedrà più o meno gli stessi marchi che conosceva, ma dietro c’è un’infrastruttura completamente nuova. Monitoraggio in tempo reale dei conti di gioco, impostazione dei limiti di deposito già al primo accesso, banner di sessione che non si possono ignorare. Per la prima volta da quindici anni, lo Stato non si limita a dire chi può giocare ma controlla come sta giocando, mentre lo fa. Non è perfetto, ma è un salto generazionale.

52 concessioni a 46 operatori, 350 skin bloccate, fee da 7 milioni. Il mercato è davvero più sicuro o solo più piccolo?

Le skin erano il punto debole del sistema precedente. Un solo concessionario poteva ospitare decine di brand di terze parti, con contratti che a volte erano scatole vuote. Spegnerne oltre 350 significa eliminare proprio quelle zone d’ombra dove finiva la responsabilità tra concessionario e gestore commerciale. Sul nostro portale abbiamo aggiornato l’elenco dei casinò ADM dopo le nuove concessioni e si vede a colpo d’occhio. Meno nomi, ma tutti riconducibili a gruppi societari con bilanci pubblici e infrastrutture verificabili. Più piccolo, sì, ma anche più trasparente.

Quali sono i requisiti che oggi un giocatore italiano dovrebbe chiedersi prima di aprire un conto su un casinò online?

Prima di tutto verifico la licenza, cioè che il sito abbia una concessione ADM attiva e che il numero sia consultabile nell’elenco ufficiale. Subito dopo guardo il dominio. Se finisce con .it ed è intestato a una società italiana o europea sono in territorio sicuro, se invece mi reindirizza su un .com offshore mi fermo. L’ultimo controllo riguarda i metodi di pagamento. Quelli italiani standard sono carta, bonifico, circuiti e-wallet noti, mentre se un sito mi chiede criptovalute, ricariche su carte prepagate anonime o trasferimenti a persone fisiche è quasi sempre un campanello d’allarme. Se anche solo uno di questi tre passaggi non torna, fermarsi è il consiglio gratis che vale di più.

Un report appena pubblicato parla di 4,5 milioni di italiani intercettati in tre mesi sui siti di gioco illegale, per un giro d’affari stimato in 20 miliardi di euro. Chi sono questi giocatori e da dove arrivano?

Sono soprattutto persone comuni che hanno trovato per caso una porta aperta. C’è chi si è autoescluso e cerca una scorciatoia, chi ha visto su un social un bonus generoso e ha cliccato, chi digita su Google ricerche come “casinò senza documenti” o “casinò senza limiti” sperando di trovare la via più rapida. Il numero che spaventa, 4,5 milioni di italiani in tre mesi, racconta proprio questo, un fenomeno di massa, non di nicchia. E il canale principale di arrivo non è Google, sono i social. Soprattutto Instagram, attraverso banner sponsorizzati, video di influencer, contenuti che sembrano informativi e invece sono trappole. È qui che si gioca la partita oggi, perché il Decreto Dignità ha lasciato un vuoto comunicativo nei canali ufficiali e gli operatori illegali lo hanno occupato per primi.

Come si riconosce oggi un casinò truffa? Quali sono i segnali che mostrate ai vostri lettori su Truffa.net?

I segnali classici li conosciamo da dieci anni e non sono cambiati. Bonus sproporzionati (“10.000 euro gratis senza deposito”), termini di servizio scritti in un italiano approssimativo, assistenza clienti che risponde solo via Telegram, indirizzo societario in giurisdizioni come Curaçao o Anjouan. Il segnale nuovo, quello che vedo crescere nelle nostre segnalazioni, è la velocità con cui il sito spinge l’utente a depositare prima ancora di completare la registrazione. Un casinò ADM ti chiede i documenti, ti fa impostare i limiti di spesa, ti mostra il banner del gioco responsabile. Un sito illegale vuole soldi entro tre clic.

È vero che alcuni siti illegali oggi imitano persino grafica, loghi e chat di operatori legittimi? Come si difende l’utente medio?

Sì, e siamo arrivati a un livello di clonazione che in passato vedevamo solo nel phishing bancario. Ci sono portali che riprendono il logo di concessionari noti, replicano il layout della homepage, copiano persino la chat con un nome utente che assomiglia al servizio clienti reale. Il dominio fa la differenza. Una lettera cambiata, un trattino in più, una desinenza .bet invece di .it. La difesa dell’utente medio è una sola, digitare l’indirizzo a mano e non cliccare mai su pubblicità o link ricevuti via WhatsApp o SMS. In caso di dubbio, meglio controllare la lista dei domini inibiti pubblicata dall’ADM, che è aggiornata regolarmente ed è di libera consultazione.

È emerso che anche l’intelligenza artificiale generativa, interrogata sui casinò, indirizza verso siti non ADM. È un problema nuovo o lo state monitorando da tempo?

È un problema che abbiamo iniziato a vedere l’anno scorso e che oggi è esploso. I modelli generativi sono addestrati su contenuti pubblicati nel mondo intero, dove la maggior parte dei casinò online è offshore. Quando un utente italiano chiede a un chatbot “quali sono i migliori casinò online”, il sistema non distingue tra mercato regolato e mercato grigio. Pesca dal sapere globale e può tirare fuori nomi che in Italia non sono autorizzati. È un rischio sistemico nuovo, perché un consiglio dato da un’AI ha per molti utenti la stessa autorevolezza di un consiglio dato da un giornale. Servirebbe un protocollo simile a quello adottato per i farmaci. Quando la domanda riguarda un mercato regolato, la risposta dovrebbe restare dentro al perimetro di quella regolamentazione.

Le nuove regole prevedono limiti di spesa obbligatori e monitoraggio in tempo reale. Sono strumenti efficaci o servono ancora più cose?

Sono strumenti che, se applicati come previsto, fanno la differenza per chi è in una fase iniziale di rischio. Il limite di spesa scelto al momento dell’iscrizione interrompe l’automatismo del “giocare una mano in più”, e il banner di sessione costringe a guardare quanto tempo è passato. Quello che manca è la condivisione di questi dati tra concessionari. Oggi un giocatore può avere conti su otto operatori diversi e ognuno vede solo la propria fetta. Servirebbe un’anagrafe centrale del comportamento di gioco, ovviamente protetta dalla privacy, che permetta di intercettare chi sta moltiplicando i conti per aggirare i limiti. Tecnicamente è possibile. Politicamente, ancora no.

Il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA) è ancora poco conosciuto. Come funziona davvero per chi ha un problema di gioco?

Il RUA è una soluzione semplice e gratuita di cui pochi parlano. Una persona che si rende conto di avere un problema con il gioco a distanza può iscriversi al registro tenuto dall’ADM e da quel momento, su tutti i siti regolari, le viene impedito di aprire conti, depositare, scommettere. La richiesta si fa online sul portale di ADM o presso un ufficio territoriale, ed è efficace su tutto il perimetro legale italiano. Il limite, è bene dirlo, è che il RUA non protegge da chi gioca su siti illegali, perché quei siti il registro non lo consultano. Ma per chi vuole davvero fermarsi, è il primo passo concreto.

Il governo sta valutando di togliere il divieto di pubblicità indiretta del gambling. È una buona idea o si rischia di tornare indietro?

Dipende da come la si scrive. Il Decreto Dignità ha avuto un effetto collaterale che pochi avevano previsto nel 2018. I giocatori italiani non hanno smesso di cercare casinò, hanno smesso di vedere quelli legali. Lo spazio comunicativo è stato occupato dagli operatori illegali, che pubblicizzano via social, via influencer, via posizionamento offshore. Una riapertura limitata all’indiretta, ad esempio sponsorizzazioni sportive e naming rights, può riportare un po’ di equilibrio nella visibilità tra mercato regolato e zona grigia. Una riapertura totale sarebbe invece un errore. Tornare ai messaggi promozionali di prima del 2018 significherebbe colpire chi è già fragile. La via stretta esiste, ma va scritta bene, e va scritta da chi conosce davvero il settore.

La Corte UE è stata chiamata a pronunciarsi sul divieto pubblicitario italiano. Come pensa che finirà?

La Corte difficilmente smonterà il divieto in blocco. Il principio di tutela della salute pubblica le è familiare, e in passato lo ha sempre riconosciuto come ragione legittima per limitare la libera circolazione dei servizi. Quello che può succedere è una sentenza più chirurgica, che chieda all’Italia di distinguere meglio tra pubblicità diretta, già vietata, e altre forme di comunicazione informativa o sponsorizzazione. È lo stesso schema seguito per il tabacco. Proibizione netta di certi messaggi, tolleranza regolata per altri. La mia previsione è una pronuncia che riconosca la legittimità del divieto, ma chieda al legislatore italiano più precisione. Tradotto, meno proibizione totale e più regole.

Nei prossimi anni cosa preoccupa di più chi, come voi, si occupa di tutela del consumatore: la tecnologia, la regolamentazione o l’utente stesso?

L’utente stesso, e spiego perché. La tecnologia possiamo studiarla, la regolamentazione la possiamo leggere, l’utente è l’unica variabile imprevedibile. Stiamo vedendo una generazione che ha smesso di consultare giornali, agenzie regolatorie, fonti istituzionali, e che si fida di un creator su TikTok o di una risposta di ChatGPT. Se a quella generazione un sito non autorizzato sembra uguale a uno autorizzato, le tutele giuridiche non bastano. Il lavoro che facciamo su Truffa.net è esattamente questo, tradurre la complessità in pochi segnali chiari, perché l’utente non deve diventare un giurista per giocare in sicurezza. Deve solo imparare tre o quattro cose in trenta secondi. Se riusciamo a fargliele imparare, abbiamo già vinto.

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