Ecco “Cannabis – credevo fosse droga”, il libro di Flavio Passi

Di Redazione TPI
Pubblicato il 10 Set. 2020 alle 20:27 Aggiornato il 10 Set. 2020 alle 20:29
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Immagine di copertina

Il 15 settembre 2020 esce in libreria “Cannabis – credevo fosse droga” (Edizioni Effetto), un saggio nel quale l’autore, Flavio Passi, racconta la sua esperienza decennale di consumatore e coltivatore – per uso personale – di Cannabis. “La Cannabis non va né osannata né demonizzata. Va studiata e rispettata”, le parole dell’autore. “Ho 45 anni e nel mio libro espongo la mia esperienza di assuntore e coltivatore (sempre e solo due piante per uso strettamente personale) di Cannabis, esperienza che è cominciata soltanto dieci anni or sono. Racconto di come questa sostanza abbia migliorato la mia vita (soffrivo di una complessa forma di insonnia, che ho risolto soltanto grazie alla Cannabis) nonché la vita di tante persone che ho conosciuto da quando sono diventato attivista per la legalizzazione, nello stesso tempo, però, spiego anche come i giovani dovrebbero essere protetti e tutelati. La tutela dei giovani è sempre stato lo scudo usato dal proibizionismo per rafforzare la sua propaganda, ma nella realtà dei fatti il proibizionismo espone i giovani a molteplici minacce che con la legalizzazione sarebbero evitate”.

Flavio Passi ha poi aggiunto: “Purtroppo oggi, quando si parla di Cannabis, difficilmente si riesce a sostenere un dibattito serio e razionale senza farsi coinvolgere dall’ideologia. La Cannabis è una sostanza complessa che andrebbe studiata nella sua interezza, classificarla soltanto “droga” è un errore di valutazione che ci sta costando caro, molto caro, sia in termini economici che in termini di tutela della salute pubblica”.

“In termini economici – ha sostenuto Passi -, rinunciamo a circa 7 miliardi di Euro all’anno, a 300.000 posti di lavoro stimati, intasiamo i tribunali e distraiamo le forze dell’ordine per perseguire una sostanza che è sì psicoattiva, è sì d’abuso, ma (se genuina) è molto meno nociva di alcol e tabacco. Come spesso ripeto: per la Cannabis occorre educare, non proibire”, ha detto.

“Il proibizionismo, oltre a compromettere il buon funzionamento dell’apparato statale a tutti i livelli, è un attentato alla salute del consumatore per due motivi: il primo è che i pusher se ne fregano di vendere un prodotto “genuino”, pur di aumentare il profitto sono pronti a “tagliare” la Cannabis con le sostanze peggiori come lana di vetro, lacca o piombo; il secondo è che mantenere la Cannabis vietata porta il consumatore ad avere, volente o nolente, rapporti con la criminalità organizzata e con gli spacciatori di qualsiasi tipo di sostanza, anche mortale”.

“Per ovviare a questo grande problema causato dal proibizionismo, il consumatore che vuole assumere un prodotto genuino e che non vuole avere rapporti con la criminalità o con le “piazze di spaccio” è costretto a coltivare qualche pianta per uso personale. Ad oggi si stima che ci siano trecentomila persone, quasi tutti di età compresa tra i 35 e i 60 anni, che coltivano Cannabis nel privato di casa propria”.

“Nel mio libro – ha detto Flavio Passi – affronto e approfondisco anche questa tematica, perché forse non tutti sanno che se oggi un cittadino si reca dallo spacciatore ad acquistare la sua Cannabis (non genuina, quindi molto nociva) e dovesse essere fermato dalla Polizia, l’accusa per lui sarebbe “assuntore di sostanza stupefacente”, che non è penale; mentre se lo stesso individuo venisse sorpreso con due piante in casa (che producono una quantità di Cannabis appena sufficiente per un consumatore medio) verrebbe subito arrestato con l’accusa di “coltivazione ai fini di spaccio” e toccherebbe a lui, nel processo, l’onere della prova di non essere spacciatore. Un’assurdità che sembra partorita appositamente per favorire le narcomafie e lo spaccio. Nel mio libro fornisco le prove, per esperienza personale e calcolatrice alla mano, che chi coltiva due o tre piante non può essere spacciatore, perché sarebbe quasi economicamente sconveniente”.

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