Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 18:49
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Di Battista
Home » Ambiente

Alcuni scienziati hanno scoperto per caso un enzima “mutante” in grado di smaltire la plastica

Immagine di copertina
Credit: AFP PHOTO / FRED DUFOUR

La ricerca era stata stimolata dalla scoperta nel 2016 del primo batterio che si era evoluto naturalmente per mangiare la plastica. L'enzima mutante ha bisogno solo di alcuni giorni per iniziare a scomporre la Pet, molto più velocemente dei secoli che impiega negli oceani

Un team di scienziati dell’università di Portsmouth, nel Regno Unito, è riuscito a creare un enzima mutante in grado di “mangiare” la plastica delle bottiglie per bevande.

I ricercatori stavano analizzando la struttura molecolare di un enzima che digerisse la Pet (Polietilene tereftalato – una resina termoplastica adatta al contatto alimentare) e durante lo studio, l’hanno inavvertitamente modificata.

Così hanno scoperto che la versione artificiale della proteina era molto più efficiente di quella esistente in natura.

La ricerca era stata stimolata dalla scoperta nel 2016 del primo batterio che si era evoluto naturalmente per mangiare la plastica, in una discarica di rifiuti in Giappone. Gli scienziati hanno ora rivelato la struttura dettagliata dell’enzima cruciale prodotto dal batterio.

Il gruppo di scienziati coordinato da Harry Austin dell’Università di Portsmouth e del Laboratorio nazionale per l’Energia rinnovabile del Dipartimento per l’energia americano ha modificato l’enzima per vedere come si era evoluto, ma i test hanno dimostrato che avevano inavvertitamente reso la molecola ancora più efficace nel rompere la plastica PET utilizzata per le bottiglie delle bibite.

Nel 2017 era stata la volta del bruco mangia-plastica scoperto da una ricercatrice italiana, Federica Bertocchini: dopo aver messo i vermi in una busta, si era accorta che la stessa era piena di buchi proprio perché gli animali l’avevano mangiata.

“In realtà è stato migliorato l’enzima, la qual cosa è stato un po’ uno shock”, ha affermato John McGeehan, docente dell’Università di Portsmouth, che ha guidato la ricerca. “È fantastico e un vero risultato”.

L’enzima mutante impiega alcuni giorni per iniziare a scomporre la plastica, molto più velocemente dei secoli che impiega negli oceani. Ma i ricercatori sono ottimisti e questo può essere ulteriormente accelerato per diventare un processo attuabile su larga scala.

“Quello che speriamo di fare è usare questo enzima per scomporre la plastica nei suoi componenti originali, così da poterla letteralmente riutilizzare”, ha detto McGeehan. “Significa che non avremo più bisogno di recuperare altro petrolio e, fondamentalmente, dovrebbe ridurre la quantità di plastica nell’ambiente”. 

Per studiare la struttura dell’enzima, i ricercatori hanno collaborato con il Diamond Light Source del Regno Unito, un super-microscopio che usa un fascio di raggi X 10 miliardi di volte più luminoso del sole.

“Da quando la plastica è diventata popolare negli anni Sessanta, pochi avrebbero potuto prevedere che ci saremmo ritrovati con enormi isole di plastica che galleggiano negli oceani”, ha affermato John McGeehan. “Bisogna usare tutte le tecnologie a disposizione per risolvere il problema”.

La notizia è importante se si considera che sono vendute ogni minuto circa un milione di bottiglie di plastica in tutto il mondo e di queste finisce per essere riciclato solamente il 14 per cento mentre una buona parte finisce nei corsi d’acqua e nei mari dove inquinano e danneggiano la vita naturale.

Nonostante gli sforzi in materia di riciclaggio, resta irrisolto il problema delle plastiche abbandonate nell’ambiente, che possono resistere inalterate per centinaia di anni.

La ricerca degli scienziati britannici è stata pubblicata sulla rivista Proceedings della National Academy of Sciences.

Ti potrebbe interessare
Ambiente / Gli albatros “divorziano” più spesso e la colpa è della crisi climatica
Ambiente / Marocco: il fiume Muluia scompare nella sabbia
Ambiente / Lunga vita alla farfalla monarca
Ti potrebbe interessare
Ambiente / Gli albatros “divorziano” più spesso e la colpa è della crisi climatica
Ambiente / Marocco: il fiume Muluia scompare nella sabbia
Ambiente / Lunga vita alla farfalla monarca
Ambiente / Rinunciare all’auto è un gioco da ragazzi
Ambiente / Guidare un tir in Svezia risparmiando CO2: la sfida dei trasporti pesanti per un futuro verde
Ambiente / In Asia i bambini saranno più bassi a causa del clima?
Ambiente / Le donne investono nel green più degli uomini
Ambiente / Tredici proposte per reinventare la sostenibilità
Ambiente / Alla Cop26 ha vinto l’India. Adesso lo dice pure Cingolani
Ambiente / In Israele nasce il “Bitcoin della spazzatura”