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Crisi climatica: se anche le guide alpine rinunciano a scalare

Immagine di copertina
Il ghiacciaio della Mer de glace situato nel massiccio del Monte Bianco. Credit: KONRAD K./SIPA / AGF

Ghiacciai in ritirata, permafrost che cede, frane sempre più frequenti anche in alta quota. La catena montuosa al centro d’Europa si riscalda il doppio della media globale. Così la montagna che una generazione di alpinisti ha imparato a conoscere ormai non esiste più.

Una volta si partiva alle quattro di mattina. Fuori dai rifugi trovavi i ruscelli ghiacciati, la neve dura che reggeva il peso degli scarponi, l’aria fredda che sapeva di quota. Era una liturgia precisa, scandita dal gelo notturno che teneva insieme la montagna. Oggi quella liturgia non esiste più. La neve è molle già di notte, l’acqua scorre nell’oscurità, e Michele Comi — guida alpina dal 1995, geologo, uno che quella montagna la conosce dall’infanzia — ha smesso di salire su neve e ghiaccio. «Sono segnali che chi frequenta la montagna percepisce immediatamente, ancora prima di leggere i dati», dice. «Il corpo se ne accorge molto prima delle statistiche».
Comi è cresciuto al Rifugio Bignami, a 2.400 metri di quota in Valmalenco, e ha visto l’ambiente alpino trasformarsi sotto i suoi occhi. Non c’è stato un singolo evento a segnare uno spartiacque, ma una metamorfosi progressiva che negli ultimi vent’anni ha subito una brusca accelerazione. «Le estati roventi sono il vero punto di svolta», spiega. «Oggi sono loro a dettare tempi e possibilità dell’alpinismo in alta quota». Di fronte a questa realtà, Comi ha preso una decisione che nel mondo alpinistico ha fatto discutere: allontanarsi, almeno per ora, dalle grandi classiche su neve e ghiaccio, come la celebre Biancograt al Bernina, per concentrarsi su itinerari prevalentemente rocciosi. Non è una rinuncia definitiva, precisa, ma una scelta consapevole davanti a un ambiente che non riconosce più come quello in cui ha imparato a muoversi. Sulle Alpi, dove il riscaldamento procede a una velocità quasi doppia rispetto alla media globale, l’emergenza non è uno scenario futuro. È la realtà quotidiana di chi la montagna la vive e la studia.

Ghiacciaio di Fellaria 1995 2025
Com’è cambiato il Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco (Sondrio), dal 1995 al 2025. Credit: G. Catasta/R. Scotti. Per gentile concessione del Servizio Glaciologico Lombardo

Una montagna irriconoscibile
Nel gruppo del Bernina, la montagna di casa di Comi, i cambiamenti sono visibili a occhio nudo. «Sono decine gli esempi», racconta. «Molti itinerari descritti nelle vecchie guide CAI-Touring oggi sono quasi irriconoscibili. La fusione dei ghiacciai rende i pendii più ripidi, la neve lascia posto al ghiaccio vivo, difficile da attraversare, mentre vaste superfici coperte di detriti complicano ulteriormente la progressione. Non è cambiato solo il paesaggio, è cambiato il modo stesso di muoversi». I dati del Servizio Glaciologico Lombardo confermano e amplificano questa percezione. Riccardo Scotti, responsabile scientifico dell’associazione che monitora i ghiacciai lombardi da oltre trent’anni, fornisce numeri che rendono concreta la portata del fenomeno: in Lombardia restano oggi 203 ghiacciai, ma ogni estate ne perdiamo una superficie pari a 220 campi da calcio. Dal 1991 è scomparso più del 40% della superficie glacializzata della regione, e 124 ghiacciai si sono estinti. «Probabilmente alla fine di questa estate riusciremo a contabilizzare le estinzioni degli ultimi anni», dice Scotti, «e il numero potrebbe essere molto più elevato». Il 2022 e il 2023 sono stati anni di svolta: in soli ventiquattro mesi i colleghi svizzeri hanno calcolato che è andato perso il 10% del volume dei ghiacciai della Confederazione elvetica, un dato «ben rappresentativo anche per il resto delle Alpi». Il 2026 si preannuncia sulla stessa falsariga.
In Valmalenco, i ghiacciai che Comi conosce dall’infanzia raccontano storie diverse ma ugualmente allarmanti. Il Ventina ha subito un ritiro frontale strabiliante, oltre 300 metri in sette anni, tanto da costringere il SGL ad abbandonare la tradizionale bindella metrica in favore del drone fotogrammetrico. Al ghiacciaio di Fellaria, il progressivo arretramento ha portato alla luce un lago enorme: al momento il lago naturale montano più esteso delle Alpi centrali, che continua a crescere ogni anno di una superficie pari a 30 campi da calcio.

Ghiacciaio di Ventina 2009 2025
Com’è cambiato il Ghiacciaio di Ventina, in Valmalenco (Sondrio), dal 1995 al 2025. Credit: R. Scotti. Per gentile concessione del Servizio Glaciologico Lombardo

Il pericolo invisibile
C’è però un cambiamento che non si vede, almeno non finché non è troppo tardi. Ed è forse il più pericoloso di tutti. «Il degrado del permafrost è invisibile, ma probabilmente è il cambiamento più insidioso», dice Comi. «Le frane ci sono sempre state sulle Alpi, fanno parte della loro evoluzione naturale. Quello che cambia è la frequenza». Scotti conferma: le ondate di calore, con lo zero termico che ormai ogni estate supera i 5000 metri di quota, mettono sotto pressione l’alta quota alpina. «Il problema principale è la sempre maggior presenza di acqua allo stato liquido, dovuta alla fusione di neve e ghiaccio e ai temporali estivi», spiega. «Quest’acqua degrada il permafrost portando molto calore all’interno delle pareti rocciose, minandone la stabilità».
Per Comi le due prospettive — quella del geologo e quella della guida — si integrano in modo naturale. «La geologia mi offre la grammatica, l’alpinismo la pratica. La montagna che cambia pelle non lo fa a caso, segue processi che la scienza studia da decenni. Talvolta, però, la loro portata diventa evidente solo quando si manifesta in modo drammatico, come accadde con il crollo della Marmolada nel 2022».

L’esperienza come trappola
C’è un paradosso che emerge con forza dalle parole di chi vive la montagna da decenni: l’esperienza accumulata, che dovrebbe essere una risorsa, può diventare un ostacolo. «Certamente», risponde Comi quando gli viene chiesto se le vie che conosce da trent’anni siano diventate imprevedibili anche per lui. «Anzi, l’esperienza può diventare una trappola. Si tende a fidarsi della memoria, ma oggi le condizioni cambiano così rapidamente che ogni salita richiede uno sguardo nuovo. Nessuna montagna può più essere affrontata con il pilota automatico».
La scelta di Comi di allontanarsi dal ghiaccio e dalla neve non è, dunque, solo una valutazione tecnica sul rischio. Porta con sé anche una componente estetica ed emotiva che chi ama la montagna riconosce immediatamente. «Attraversare ghiacciai neri, coperti di detriti, è come assistere all’agonia di un organismo vivente», dice. «È difficile farlo senza provare sgomento». Questa estate ha rinunciato ad alcune grandi classiche del Bernina, come la Biancograt, continuando però a salire itinerari prevalentemente rocciosi. Non è una resa, ma un adattamento. La stessa logica che Scotti riconosce come la più corretta strategia di fronte a situazioni che per molti aspetti sono del tutto nuove. «Le riflessioni e le scelte di Comi mostrano una grande sensibilità e umiltà», dice il glaciologo. «Occorre valutare molto attentamente le condizioni della montagna, cercando di essere il più possibile flessibili sia nella programmazione stagionale che direttamente durante l’ascensione».

“Il loro destino è segnato”
A dare il quadro scientifico di quello che Comi percepisce sul campo è Renato R. Colucci, primo ricercatore del CNR presso l’Istituto di Scienze Polari di Trieste e docente di Glaciologia all’Università di Trieste, tra i massimi esperti italiani di ghiacciai alpini e permafrost. Il suo giudizio non lascia margini all’ottimismo: «I ghiacciai che ancora abbiamo al di sotto dei 4000 metri sono testimoni di un clima che ne permetteva l’esistenza, ma che non c’è più. Ci sono ancora perché ci mettono un po’ a fondere completamente, come farebbe un cubetto di ghiaccio sul bancone della cucina. Ma il loro destino è segnato». Colucci inquadra il fenomeno in una prospettiva globale: studi recentissimi hanno confermato che la riduzione dei ghiacciai alpini è, a livello mondiale, la più rapida e incisiva rispetto a tutte le altre catene montuose del pianeta. Accanto al ritiro dei ghiacciai, due altri processi si stanno intensificando. Il primo è la contrazione del manto nevoso: la neve arriva sempre più tardi in autunno e scompare prima in primavera, soprattutto alle quote medio-basse, dove viene sostituita sempre più spesso dalla pioggia. Il secondo è il degrado del permafrost, «l’aspetto meno visibile ma ugualmente parossistico».
Il permafrost è il terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. Nelle Alpi italiane è presente soprattutto sopra i 2500-2800 metri di quota. Non si vede come un ghiacciaio, ma svolge un ruolo fondamentale: il ghiaccio contenuto nelle fratture della roccia agisce come un cemento naturale che contribuisce alla stabilità delle pareti. Negli ultimi decenni il permafrost si è riscaldato di oltre un grado rispetto agli anni Ottanta e Novanta in molti siti di monitoraggio alpini. «Questo significa che il ghiaccio che teneva insieme la roccia perde efficacia», spiega Colucci, «aumentando la probabilità di crolli e frane in alta quota». La conseguenza pratica è diretta: «Vie una volta ritenute sicure non lo sono più, passaggi classici sono scomparsi e se ne sono creati di nuovi, tutti da interpretare e affrontare correttamente». Sul fronte delle risorse idriche, Colucci traccia uno scenario che riguarda l’intera Pianura Padana. Nel breve periodo la fusione accelerata può aumentare la disponibilità d’acqua, ma nel lungo termine le portate estive diminuiranno proprio quando la domanda sarà maggiore. «Per la Pianura Padana questo significa una crescente vulnerabilità per l’agricoltura, la produzione idroelettrica e l’approvvigionamento idrico», avverte. E anche nell’ipotesi più ottimistica — quella in cui il mondo riuscisse a decarbonizzare il sistema energetico in tempi brevi — il sistema climatico risponderebbe con grande inerzia. «Servirebbero comunque tempi molto lunghi perché ghiacciai e clima si avvicinino a un nuovo equilibrio. E in molti casi le condizioni del passato non sarebbero più recuperabili se non tra secoli».

Il futuro che già si vede
Guardando ai prossimi decenni, Comi non si nasconde dietro l’ottimismo di facciata. Molte vie classiche diventeranno irripetibili. Ma nasceranno anche nuovi itinerari sulle rocce liberate dal ghiaccio, compariranno altri laghi proglaciali, e molte specie vegetali e animali continueranno a salire di quota. «La natura possiede una capacità di adattamento ben superiore alla nostra», dice. «Noi, invece, facciamo molta più fatica a cambiare». È una constatazione che vale anche per le istituzioni. Chi vive e lavora in quota ha iniziato a modificare pratiche e abitudini, ma la consapevolezza della rapidità del cambiamento è ancora insufficiente. Scotti è diretto: servono più risorse per la ricerca e il monitoraggio, un piano di adattamento serio e finanziato, e una nuova fase di forte spinta politica alla cooperazione internazionale. «Gli impegni per l’adattamento perdono di efficacia se non si riesce a rallentare e poi fermare l’aumento delle temperature», avverte. «La mitigazione, che si traduce sostanzialmente in decarbonizzazione, è una condicio sine qua non». Il monitoraggio glaciologico in Italia è in larga parte affidato all’iniziativa di volontari come quelli del SGL. «Senza conoscenza non si può capire come agire», dice Scotti. È un paradosso che dice molto sulle priorità del paese: i dati che documentano la crisi vengono raccolti da chi lo fa per passione, mentre le politiche pubbliche inseguono l’emergenza invece di anticiparla. Comi chiude con un’immagine che vale più di qualsiasi statistica. «Viviamo sempre più dissociati dall’atmosfera che ci circonda, come se fosse uno sfondo e non il mezzo dentro cui esistiamo. Eppure siamo, letteralmente, l’aria che respiriamo. Le montagne sono il luogo dove il cambiamento climatico si manifesta con maggiore evidenza, dovrebbero essere la nostra lente sul presente, non un’eccezione da osservare con distacco». La montagna che Comi conosce dall’infanzia sta cambiando più in fretta di quanto riesca ad adattarsi. E lui, che ha dedicato trent’anni a impararne il linguaggio, ha scelto di ascoltarla invece di ignorarla. È forse la lezione più semplice e più difficile di tutte.

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