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Chad, la vita delle pescatrici nel lago che sta morendo

Di Martina Martelloni
Pubblicato il 15 Nov. 2019 alle 13:10 Aggiornato il 15 Nov. 2019 alle 13:15
Immagine di copertina

Chad, la vita delle pescatrici nel lago che sta morendo

“Questo è il pescato del giorno, una parte è il nostro cibo e l’altra metà la vendiamo. La pesca, per noi, è tutto”. Salma osserva e divide i pesci in delle grandi ceste, è madre di sette figli ed è una pescatrice del Lago Ciad. Come lei, sono molte le donne che praticano la pesca da anni come fonte di sopravvivenza in uno dei territori più stravolti del continente africano.

Moussi di figli invece ne ha sei, alcuni nati in Nigeria, paese da dove sono fuggiti per via dei continui conflitti interni. Anche lei è una pescatrice, anzi una pescatrice rifugiata che oggi vive nel villaggio ciadiano di Tagal II.

Qui le donne fanno comunità, lavorano insieme, si aiutano, sono madri e figlie sulle rive del lago. Dal 1960 ad oggi, le sue acque si sono ristrette del 90%. Quello che un tempo ospitava 135 specie di pesci, e che ogni anno garantiva 200.000 tonnellate di pescato, oggi è un lago dall’aspetto consumato ed arido.

La desertificazione del lago Chad, una catastrofe naturale

Una catastrofe naturale che non termina a ridosso delle sue rive, ma prosegue oltre investendo terre e popoli che da quelle acque hanno ricevuto vita e crescita nel corso degli anni. Un graduale prosciugamento risultato di forti siccità che hanno colpito la regione del Sahel soprattutto negli ultimi trent’anni. Senza acqua resta solo il nulla, l’incolto, la sabbia, la desolazione. Una crisi ambientale che si somma alle conseguenze dei conflitti in atto nelle aree circostanti il lago, in particolare con il gruppo armato Boko Haram, determinando una crisi umanitaria segnata dall’insicurezza, dalla povertà, dalla carenza di cibo, dagli altissimi tassi di malnutrizione e dalla frequente diffusione di epidemie.

L’esito naturale di questa emergenza ambientale e sociale è necessariamente il movimento di persone, che alimenta il numero di sfollati interni e rifugiati. Salma e Moussi fanno parte di quelle 108.428 persone costrette a lasciare le proprie case nella regione del Lago Chad diove, protagoniste di una crisi complessa, nella quale diventa quasi impossibile scindere le cause dalle conseguenze. Accade così che l’assenza di acqua costringe le persone a fuggire, le stesse che si ritrovano poi in territori minacciati dai conflitti armati o che, nella disperata ricerca di un terreno ancora fertile dove potersi insediare, si incontrano e, molto spesso, scontrano con altri agglomerati di persone che vivono le medesime urgenze. In particolare, la riduzione delle acque determina frequenti scontri tra popolazioni nomadi, così come tra pastori e agricoltori.

Nel solo Ciad, nella Regione del Lago, si trovano attualmente 108.428 persone sfollate e circa 9.892 rifugiati. Il fenomeno dello sfollamento incide enormemente sulle già esigue risorse idriche presenti comportando un aumento della crisi alimentare e sanitaria. Soltanto il 56% ha accesso all’acqua potabile. La sua preziosità è tutto in una regione che di questa risorsa ha fatto ricchezza, in un lembo di terra arroventato dal sole.

Dall’acqua si crea vita, si riparte sempre da lì ed è lì che si vuole tornare. In questo scenario in costante mutamento, poi, ci sono loro: i pescatori e le pescatrici del Lago. Salma e Moussi sono il volto di queste persone che resistono di fronte al dilagare della crisi. Un mestiere che non conosce diversità di genere e che svela una percentuale di oltre il 40% di donne tra i pescatori presenti sul territorio. L’attività ittica rappresenta, insieme all’agricoltura, la principale fonte di sostentamento per le economie domestiche e questo deve continuare ad avvenire nonostante le acque si riducano giorno per giorno, così come la sua biodiversità.

Cosa significa essere un pescatore del Lago Chad?

Essere un pescatore o una pescatrice del Lago Ciad significa svegliarsi ogni mattina con un pezzo del puzzle in meno. Tassello dopo tassello vedi la tua capacità di sopravvivenza messa sempre più a dura prova perché in qualche modo, a fine giornata, il tuo navigare le acque deve riportare a casa la cena.

Migliaia di persone praticano la pesca da anni, un’attività che nel tempo è diventata parte integrante della loro quotidianità, di una normalità vitale che oggi più che mai rivela una difficoltà estrema, come se non fosse loro mai appartenuta.

Dalla fine del 2018 INTERSOS, che opera nella regione del lago Ciad da più di tre anni, ha iniziato a sostenere e dare supporto alle attività di pesca attraverso un lavoro di formazione e sensibilizzazione coinvolgendo le istituzioni locali e governative. Centinaia di famiglie sono tornate a pescare attraverso strumenti e tecniche sostenibili fornite dalla ONG italiana, così da allontanare il rischio dell’insicurezza alimentare e diversificare la ricerca di cibo da quella meramente agricola.

“Noi donne pescatrici abbiamo una cassa comune, gestiamo insieme il ricavato delle vendite del pesce. Con ciò che resta, poi, diamo da mangiare ai nostri figli e se ne resta ancora lo affumichiamo. Nulla va gettato via.” Selma e Moussi, così come le loro altre compagne di pesca, utilizzano delle piroghe di cinque metri fornite da INTERSOS per navigare le acque del lago. “Con 3000 franchi riusciamo a comprare un catino di pesce che poi rivendiamo al prezzo di 4000. Facciamo questa compravendita una volta ogni due giorni, non è molto ma per noi è essenziale anche questo”.

Chad, il lavoro dell’INTERSOS d’importanza cruciale

Il lavoro degli operatori INTERSOS diventa di importanza cruciale per chi vive in questo territorio, per fornire loro assistenza e una risposta immediata ai loro bisogni di persone costrette a fuggire, costrette a diventare sfollate. Più di 4 mila capi famiglia hanno ricevuto sostegno per la ripresa delle attività agricole e altri 150 beneficiari sono stati suddivisi in 10 gruppi per l’avvio del progetto a supporto e implementazione delle attività di pesca. Le storie delle donne e degli uomini pescatori del lago raccontano di vite dedite alla loro terra e al commercio del pesce. Rischiare di perdere questo significa rischiare di non poter sopravvivere.

A fronte di tale drammatica prospettiva, le Nazioni Unite hanno avviato un programma per lo sviluppo (Undp) – che ha come obiettivo il finanziamento di una serie di interventi a sostegno di questa vasta regione che va dal Ciad al Camerun, dalla Nigeria e Niger. Terre abitate oggi da 30 milioni di rifugiati climatici che al lago Ciad devono la loro esistenza.

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