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Strage Libia in centro migranti, Carlotta Sami (Unhcr): “Evacuazione immediata, questione di vita o di morte”

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Credit: Mahmud TURKIA / AFP

Strage Libia centro migranti Unhcr | “La Libia non è sicura, la Libia è in guerra. Un Paese in cui i civili rischiano la vita ogni giorno. Oltre centomila sfollati. E i migranti e i rifugiati detenuti in un sistema disumano ancora una volta target negli scontri”.

Carlotta Sami, portavoce in sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati, ha commentato la strage di civili uccisi in un raid aereo notturno a Tripoli.

Strage Libia centro migranti Unhcr | Chi controlla davvero i centri di detenzione il Libia

I morti per il bombardamento aereo che ha colpito un centro di detenzione per migranti illegali, a Tajoura, vicino Tripoli, sono circa 40.

Il centro di Tajoura, nel complesso, ospita un totale di 610 migranti. Nella nota è stato precisato che “il bombardamento ha fatto 40 morti”. E il numero dei “feriti fra i migranti illegali” viene indicato in 35.

Strage Libia centro migranti Unhcr | La strage di migranti in Libia: raid aereo contro un centro di detenzione, circa 40 morti

“Siamo profondamente scossi dalla notizia del bombardamento che ha causato la morte di decine di detenuti. Da mesi ci appelliamo affinché vengano evacuati, messi in salvo. I centri di detenzione vanno chiusi. I rischi per le vite di chi è rinchiuso là dentro crescono ora dopo dopo ora. È una questione di vita o di morte”, prosegue la Sami.

Il ministero della Salute del governo sostenuto dall’Onu inizialmente aveva indicato il ferimento di almeno 80 migranti. Il governo appoggiato dagli Stati Uniti accusa il sedicente Esercito nazionale libico guidato dal comandante Khalifa Haftar per il raid aereo. La Libia è divisa tra due governi in guerra e le forze di Haftar controllano gran parte dell’Est e del Sud del Paese.

“Inoltre due mesi fa avevamo chiesto che le persone venissero tutte trasferite dal quel centro. Richiesta inascoltata”, rimprovera la portavoce.

“L’abbiamo ripetuto, non più sbarchi in Libia dove rifugiati e migranti sono portati in centri di detenzione dove sono maltrattati, detenuti arbitrariamente per lungo tempo, a volte soggetti a traffico e la notte scorsa uccisi”,

“L’appello è per evacuazione immediata e chiusura dei centri”.

La situazione il Libia è precipitata il 3 aprile scorso, quando l’Esercito nazionale libico guidato da Haftar ha lanciato il suo attacco contro il Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj. Ad aprile ha lanciato un’offensiva contro Tripoli, sede del Governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Nei giorni scorsi Haftar aveva preannunciato “decisivi raid aerei su postazioni selezionate” appartenenti alle milizie che appoggiano il governo di Tripoli. E il primo luglio lo stesso Sarraj era arrivato in Italia per incontrare a Milano il vicepremier Matteo Salvini. Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni unite ma sotto attacco da parte di Haftar da circa due mesi, ha chiesto all’Italia maggiore supporto sul campo.

Proprio Salvini, in qualità di ministro dell’Interno, con una direttiva emanata alla fine di marzo aveva invitato i vertici delle forze dell’ordine, della Marina Militare e della Guardia costiera “a garantire alle autorità libiche il legittimo esercizio delle proprie responsabilità nella gestione delle procedure di ricerca e soccorso”.

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Dopo il bombardamento di questa notte, c’è stata la reazione del Pd che ha fatto sapere che non parteciperà al voto sulla parte delle risoluzioni sulle missioni internazionali relativa alle motovedette libiche.

È, a quanto si apprende, la soluzione di mediazione proposta in assemblea dal capogruppo Graziano Delrio per superare le divisioni sulla missione in Libia e votata all’unanimità.

“Date queste considerazioni, i gruppi del Pd alla Camera e al Senato non ritengono ci siano le condizioni per rinnovare il sostegno alla missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare Libica”. Così la parte finale della risoluzione del Pd, votata a maggioranza dal gruppo che si è appena riunito alla Camera.

In sostanza il Pd abbandona la linea Minniti. L’ex ministro, forse non a caso, ha lasciato la riunione appena prima della sua conclusione.