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Le fake news non c’entrano niente con il populismo: TPI intervista i tre studiosi che lo hanno dimostrato

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Il profilo Twitter di Matteo Salvini. Credit: Afp/Alexander Pohl/NurPhoto

Populismo e fake news nessuna correlazione

Populismo e fake-news. Sono queste le parole chiave dell’epoca politica che stiamo vivendo, sicuramente dal 4 marzo dello scorso anno, ma molto probabilmente già da molto prima.

L’elezione di Trump è stata una doccia fredda per analisti e sondaggisti, così come per il popolo democratico. Il voto sulla Brexit ha avuto lo stesso effetto. Quindi, la crescita elettorale della Lega in Italia lo scorso marzo, così come dei 5 Stelle, ma ancora di più l’esponenziale impennata nei sondaggi proprio della Lega in quest’anno di governo.

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Non importano i risultati concreti né le promesse elettorali non mantenute. In tutti i casi, dove una forza populista ha prevalso, questa ha poi continuato a prendere forme nuove che hanno istituzionalizzato la spinta populista, senza però farla avvertire al loro elettorato come forza di sistema.

La correlazione tra fake news e voto populista, finora, è stata talmente lampante e ovvia che a nessuno è venuto in mente di metterla in dubbio. A quasi nessuno.

Tre professionisti in istituzioni e università, infatti, hanno provato ad indagare questo tema da un punto di vista il più scientifico possibile, ossia tramite un esperimento. Sono andati a vedere che in Trentino Alto Adige la popolazione attiva dal punto di vista elettorale non è soggetta al volume di fake news cui sono esposti gli elettori italiani, soprattutto per la barriera linguistica che caratterizza questa regione. Eppure i dati di voto mostrano un incremento delle preferenze populiste per nulla dissimili da quelle del resto della penisola.

I risultati, in altre parole, hanno dimostrato che l’effetto delle fake news sui comportamenti di voto è stato sostanzialmente nullo e che – e questo è ancor più interessante – gli elettori maggiormente a contatto con contenuti informativi distorti avrebbero votato a favore di una forza populista a prescindere da quelle fake news.

“Queste conclusioni ci invitano a ridimensionare tutto il fenomeno delle fake news e a guardare invece alle ragioni socio-economiche che portano gli individui a credervi”, commenta a TPI Michele Cantarella, uno degli autori.

Populismo e fake news | Intervista i tre studiosi che lo hanno dimostrato

Abbiamo chiesto a Nicolò Fraccaroli (Università di Tor Vergata), Michele Cantarella (Fondazione Marco Biagi) e Roberto Volpe (MISE), autori del paper pubblicato per il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, di rispondere a qualche domanda sul loro lavoro e approfondire alcune tematiche che ne scaturiscono, sia dal punto di vista politico che sociale.

Innanzitutto, cosa intendete per voto populista?

“Per prima cosa, abbiamo creato un indicatore per misurare il contenuto populista di ogni piattaforma elettorale, raccogliendo tutti i contenuti postati su Facebook, nel corso delle campagne elettorali del 2013 e del 2018, dalle pagine dei partiti (e i loro leader) che hanno partecipato alle elezioni. Abbiamo poi utilizzato delle tecniche di text analysis per misurare il contenuto populista di questi post, aggregando poi questi scores per comune”.

Perché ci si è convinti che il voto populista sia stata una diretta conseguenza delle fake news?

“Studi empirici relativi alle elezioni del 2018 mostrano come il contenuto delle fake news che hanno avuto la maggiore risonanza sulla Rete in Italia sia in larghissima maggioranza orientato a supporto di forze “anti-establishment”. Sia chiaro, noi utilizziamo una definizione ben precisa di fake news, ossia quella di notizie inventate e chiaramente false caratterizzate dal loro contenuto politico”.

“Altri studi avevano già evidenziato, e non solo in Italia, una connessione tra preferenza ‘populista’ ed esposizione alle bufale. Questa correlazione emerge anche dai nostri dati. La questione è se, appunto, le fake news abbiano creato la loro domanda o se, piuttosto, sia successo il contrario”.

Il fenomeno dei troll, soprattutto video, hanno un ruolo nel vostro discorso?

“No, noi ci concentriamo solo su notizie finte. È importante la distinzione tra troll e fake news. Un troll, finché non può essere confuso come fonte affidabile, resta un troll. Per noi, l’importante è che l’informazione trasmessa possa essere stata percepita come un fatto realmente accaduto, non ci importa la fonte”.

In estrema sintesi, le fake news non sono un fattore scatenante del voto populista perché – tra le altre motivazioni – il “votante populista” ha già le sue convinzioni politiche che collimano con quella che poi è la propaganda e retorica populista.  Il discorso, quindi, si inserisce in quello più generale dei social network, ovvero che siamo portati a ignorare o attaccare ciò che non approviamo, mentre tendiamo a seguire con più interesse le tematiche che più ci convincono e rientrano nei nostri schemi di accettazione o rifiuto. Questo fenomeno è esponenzialmente amplificato dall’algoritmo dei social – Facebook su tutti – che favoriscono esattamente questo meccanismo.

La bolla che ci costruiamo intorno, quindi, è talmente spessa da non farci vedere anche le più banali verità, e questo è vero ogni volta che qualcuno fa notare, con tanto di prove, a qualcun altro che ha appena condiviso una fake news. Non c’è verso che questo cambi idea, proprio perché la fake news è solo il mezzo tramite cui comunica le sue convinzioni, e non lo strumento con cui le costruisce. È corretto?

“Assolutamente sì. Se già si crede fortemente in qualcosa, qualsiasi notizia che confermi la propria visione del mondo viene presa come vera, e il nostro esperimento conferma questa tendenza”.

Come pool d’indagine, non rischia di diventare troppo ristretto il bacino di una sola regione italiana per voler dimostrare un rapporto causa-effetto (pur se negativo) tra fake news e comportamenti di voto?

“Abbiamo scelto il Trentino-Alto Adige perché le differenze linguistiche della regione ci offrono un esperimento naturale perfetto per studiare il fenomeno. I nostri dati mostrano come i cittadini madrelingua tedesca siano meno esposti alle fake news: la nostra strategia si basa tutta sullo sfruttare questa differenza in esposizione per studiare il cambiamento di voto tra il 2013 ed il 2018”.

“È un “quasi-esperimento” che purtroppo non può essere replicato in ogni regione. Ora, se i nostri dati indicano che le fake news non hanno avuto effetto in questa area geografica, questo ovviamente non vuol dire che lo stesso si possa dire altrove. Le preferenze populiste in Trentino, però, sono cresciute tanto quanto nelle altre regioni: bisogna quindi avere davvero un buon motivo per ritenere che le fake news possano avere più effetto in un’area piuttosto che in un’altra”.

Se le fake news non sono un fattore influente affinché il voto populista si affermi, nella vostra analisi cosa lo è?

“Non possiamo affermare con certezza la diretta correlazione negativa tra fake-news e voto populista, ma quello che escludiamo è che le bufale abbiano contribuito a questa crescita. Pensiamo che le determinanti del voto populista siano multiple, non da ultimo il divario sempre più ampio tra provincia e città. La cosa interessante è che i nostri dati indicano chiaramente come nelle zone rurali, che dai nostri dati risultano relativamente meno esposte alle fake news rispetto a quelle più urbanizzate, i partiti populisti – la Lega in particolare – siano cresciuti di più in termini elettorali”.

In questo scenario, c’è uno spazio politico per la sinistra (se ne esiste ancora una politicamente significativa) per intercettare gli spazi elettorali che sembravano fagocitati dal fenomeno delle fake news?

“Con il nostro approccio ci concentriamo nel trovare una risposta a una domanda molto precisa, ma c’è chiaramente un elemento olistico che va al di là del nostro caso studio. Chiunque sia seriamente intenzionato a combattere la disinformazione, forse dovrebbe smettere di preoccuparsi troppo delle conseguenze elettorali delle fake news, quanto piuttosto concentrarsi sul loro disvalore etico. Quando la capacità di discernere il vero dal falso diventa un privilegio non aperto a tutti, allora è il momento di riflettere sull’importanza dell’informazione corretta come bene comune di una democrazia”.

“Inoltre, il fatto che le conseguenze elettorali siano state trascurabili non implica la possibilità che le fake news, soprattutto quando in difesa di posizioni xenofobe o anti-scientifiche, abbiano generato esternalità altrove. Infine, le fake news non sono un problema perché fanno perdere le elezioni ai partiti, ma sono un problema quando agiscono pro-ciclicamente a conferma di pre-concetti generati da malesseri ben più diffusi. Bisogna interrogarsi su che cosa induca le persone a credere a queste fesserie, agendo più energicamente sulle cause e non solo sulle conseguenze.

Per concludere, quindi, le cause del voto populista sono da ricercarsi quasi esclusivamente nei fattori di crisi socio-economica, soprattutto nelle periferie e nelle provincie, dove la sinistra soffre di una fatica endemica nell’entrare. Inoltre, questa inadeguatezza non è conseguente alla recente scalata della destra populista, ma è piuttosto qualcosa con un’origine storica. Infatti, anche ai tempi delle ideologie più marcate, la sinistra ha sempre avuto enormi difficoltà a relazionarsi con le periferie (geografiche, ma soprattutto sociali) non operaie, e oggi che ce ne sono sempre meno, il fenomeno evidentemente si acuisce in modo drammatico.

Trovare una soluzione è fondamentale non tanto per evitare il proliferare delle fake news che porterebbero a un voto populista, quanto piuttosto per scongiurare una svalutazione della democrazia con la sua deriva elitista da un lato – per chi è in grado di discernere tra corretta informazione e non – e inevitabilmente populista dall’altro – per tutti coloro che non possono o non riescono a distinguere le bufale dai fatti.

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