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“Io, pentito di ‘Ndrangheta, vi svelo gli affari coi bitcoin della mafia”: TPI intervista l’ex boss Bonaventura

Giulio Cavalli, giornalista sotto scorta, a colloquio con il collaboratore di giustizia erede di una delle più importanti famiglie mafiose della Calabria

Luigi Bonaventura, ex boss di Crotone, è sicuramente uno dei pochi pentiti di ‘ndrangheta che ha reso possibile numerosi arresti collaborando con diverse procure (“sicuramente più di 500”, mi dice lui, confessando di non avere mai tenuto il conto totale). Collaboratore di giustizia da anni (“per amore di mia moglie e dei miei figli”, dice) ha deciso di raccontare a TPI come si muove la nuova ‘ndrangheta.

Mi chiamo Luigi Bonaventura. Sono figlio di Mamma ‘Ndrangheta e con questo voglio dire che nasco ‘ndranghetista per diritto di successione. Così come successe a mio padre, mio nonno, e forse anche al mio bisnonno.

Arrivo all’apice della famiglia in giovane età, nel 2001, quando avevo 30 anni, per volontà di mio zio Gianni Bonaventura, che era il reggente dell’epoca. In realtà non dovrei chiamarmi Bonaventura, dovrei chiamarmi Vrenna perché mio nonno era Luigi Vrenna ‘u Ziu: parliamo di uno dei più importanti boss di ‘Ndrangheta che all’epoca esisteva in Calabria, quando i boss più importanti si contavano sulle dita di una mano.

Comunque dopo quattro anni io ho deciso di dissociarmi. Tenendo conto che era troppo poco fare questo passo, avevo compreso delle cose nonostante la giovane età, mi gravava la responsabilità, e quindi ho pensato di collaborare sia per assumermi le mie responsabilità ed essere un esempio per i miei figli, volevo dare un contributo alla società civile, alla giustizia.

Noi ci siamo conosciuti in un’occasione un po’ strana, quando tu un giorno a un giornale raccontasti del piano di omicidio che c’era nei miei confronti. Fa un po’ sorridere che io ora stia intervistando uno di quelli che avrebbe dovuto uccidermi… Come lo vedi lo stato di salute, oggi, della ‘Ndrangheta e della mafia in generale?

Lo stato di salute della mafia è eccellente. Fino agli anni ’90, fino alle stragi, la leadership era di Cosa Nostra, era chiaro a tutti. Oggi invece c’è la ‘Ndrangheta. La ‘Ndrangheta è un’organizzazione un po’ diversa da Mafia e Camorra, per quanto le radici siano uguali.

La ‘Ndrangheta è un’associazione strutturata sul vincolo di sangue ed è molto rispettosa delle regole. E ha avuto la possibilità di imparare da quello che è successo alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e alla Cosa Nostra di Riina e Provenzano.

Per farne parte devi avere alcune qualità: devi sapere essere soldato, devi sapere comandare, devi saper sparare, ma soprattutto devi saper pensare. Una delle prime cose che ti insegnano è a pensare.

Quali sono i nuovi interessi della criminalità organizzata?

I negozi, gli alberghi, per via del riciclaggio. Ci sono intere aree, come nel nord della Francia, dove la ‘Ndrangheta sta facendo affari. Ci sono persone appartenenti a famiglie importantissime, della zona di Gioia Tauro, di Reggio Calabria, che comprano alberghi e ristoranti a dozzine.

Anche il business della droga rimane sempre molto importante. Ma non su Gioia Tauro. Qualche famiglia che segue quel canale c’è ancora, però ormai è chiaro che i grossi smistamenti di cocaina li portano in altri porti: Trieste, Livorno, Genova, Rotterdam, Anversa e magari pure qualche porto francese.

I Bitcoin, poi, sono un argomento importantissimo. La criptovaluta, il business è lì. La ‘Ndrangheta come paga le partite di droga e tante altre situazioni? Li paga in Bitcoin: ci sono degli Stati che trasformano questi Bitcoin in altra moneta criptata o addirittura in contanti.

Ha scosso un po’ tutti la vicenda Bruzzese, il collaboratore di giustizia ammazzato, tra l’altro con il nome sul citofono e lasciato molto a se stesso. Qual è lo stato dei collaboratori di giustizia oggi in Italia?

Non è vero che i collaboratori non siano più ritenuti indispensabili. È normale, noi dobbiamo vivere in questa situazione. Anche l’Antimafia “giuridica” deve cercare di evolversi sempre di più. Ma ci vuole anche una forte volontà politica per creare le leggi giuste.

Ti senti un morto che cammina?

Guarda, io non mi sento per niente un morto che cammina. È da un vita che sono sul campo di battaglia. Sono nato sul campo di battaglia. E nascere figlio di mamma ‘Ndrangheta non è facile per nessuno. Se poi quando tu nasci, nel 1971, la tua famiglia sta affrontando una cruenta faida e dopo quasi due anni ne scoppia un’altra, puoi crescere soltanto peggio.

Non ho voglia di morire, nel modo più assoluto, però affronto la mia vita come viene, giorno per giorno. Ho rischiato tanto in passato, oggi invece so di essere nella direzione giusta. Quindi, anche se le cose non vanno bene, bisogna lottare sempre con gli strumenti della società civile, per cercare di farli migliorare.

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