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Sea Watch, Chiesa Valdese a TPI: “Accogliamo noi i migranti, abbiamo mezzi e fondi; altre Chiese facciano lo stesso”

Loretta Malan, responsabile area migranti diaconia valdese, ha spiegato a TPI come è nato l'accordo per accogliere in Italia almeno 10 migranti dei 49 a bordo della Sea Watch e quali sono le prospettive future in tema di accoglienza e collaborazione tra terzo settore e Stato

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Credit: Photo by FEDERICO SCOPPA / AFP

Circa 10 migranti dei 49 che per 18 giorni sono stati in balia delle onde tra la Libia e Malta a bordo della nave Sea Watch saranno accolti dalla Chiesa Valdese, che vi provvederà senza oneri per lo Stato.

Il governo ha così trovato un accordo sull’accoglienza di alcuni migranti sbarcati nella giornata del 9 gennaio dalla nave Sea Watch a Malta. Dopo le tensioni all’interno della maggioranza, e l’irritazione di Matteo Salvini per la decisione del premier Conte, è stato convocato un vertice di due ore nella tarda serata.

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Loretta Malan, responsabile area migranti diaconia valdese, ha spiegato a TPI come è nato l’accordo e quali sono le prospettive future in tema di accoglienza e collaborazione tra terzo settore e Stato.

Come si è strutturato l’accordo del governo? Siete stati voi ad offrire la vostra disponibilità?

Sì, già nei giorni scorsi, quando la nave era ancora bloccata in mare, avevamo avanzato la possibilità che ci facessimo carico di alcune delle persone a bordo e ci eravamo resi disponibili a creare un corridoio per la ricollocazione di altre persone, in virtù del fatto che altre chiese protestanti in Europa avevano dato la disponibilità a occuparsi dell’accoglienza di alcuni migranti.

Ma la risposta finale è arrivata solo nella serata del 9 gennaio.

Esattamente.

È già stato stabilito il numero delle persone e come verranno ospitate?

Dovrebbero essere una decina ma il numero definitivo dipenderà anche dai componenti dei nuclei familiari, non sappiamo ancora chi sono le persone e le modalità di trasferimento.

Le accoglieremo in appartamenti che abbiamo a disposizione sul territorio nazionale, perché siamo presenti in diverse città italiane con altri progetti di accoglienza. La destinazione la decideremo sulla base delle effettive necessità e specificità delle persone a carico nostro.

Il modello che pratichiamo è quello della micro-accoglienza diffusa, non abbiamo grosse strutture dove inserire le persone, ma in appartamenti diffusi sul territorio.

Quante strutture in Italia?

Abbiamo circa 150 appartamenti in tutta Italia che mettiamo a disposizione per l’accoglienza diffusa e accogliamo ad oggi oltre 600 persone. Questo per l’accoglienza migranti: sprar, cas e corridoi umanitari con percorsi che vanno al di fuori di quelli istituzionali.

Poi abbiamo altri 80 posti sempre in appartamento, progetti di housing sociale per altre persone disagiate.

Le istituzioni religiose ormai sopperiscono al ruolo dello Stato in Italia o c’è una strada comune da strutturare?

In Italia sicuramente tutto il terzo settore, quindi le chiese ma anche altri enti hanno un ruolo molto importante non solo nell’accoglienza dei migranti, ma in varie situazioni di disagio. È una cosa ormai consolidata che il terzo settore intervenga spesso in azioni che il welfare sociale vorrebbe a carico dello Stato. Penso che sicuramente questa sia una strada che bisogna continuare a percorrere perché c’è la possibilità di mettere a disposizione professionalità e fondi che derivano anche da altre parti, riducendo i costi a carico dello Stato.

Da altre parti come?

Le chiese e le organizzazioni non governative hanno degli strumenti di fundraising e quindi c’è a possibilità di accedere ad altre fonti di finanziamento.

La collaborazione con le istituzione ha mostrato i suoi frutti anche rispetto ai corridoi umanitari.

Il progetto dei corridoio umanitari è un progetto pilota che è nato nel 2015, è stato da noi fortemente voluto perché crediamo sia una delle strade da percorrere per gestire dei fenomeni che non possono più essere considerati emergenziali. Le persone vanno messe in sicurezza e messe nelle condizioni di recuperare la loro dignità.

Qual è la vostra posizione sulla scelta di trattenere per così tanti giorni delle persone in difficoltà a bordo di una nave non predisposta per questa attività?

La nostra iniziativa è nata proprio da questo, dopo giorni che questa nave era ferma in mare, e sapevamo oltretutto che a bordo c’erano persone vulnerabili come bambini e donne, ci siamo sentiti di fare una pressione sul governo perché si trovasse una soluzione per queste persone e contemporaneamente però ci siamo proposti per accogliere parte di queste persone e farcene carico.

Se dovesse ricapitare?

Noi facciamo questo lavoro ed essendo un ente ecclesiastico le persone sono al centro del nostro lavoro. Ogni qual volta possiamo dare una mano su situazioni di questo tipo, lo continueremo a fare.