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Campi rom in Italia, tutti i numeri da sapere
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Un bambino rom in un insediamento a Belgrado, in Serbia. Credit: ANDREJ ISAKOVIC

Campi rom in Italia, tutti i numeri da sapere

Circa 26mila persone rom e sinti vivono dentro baraccopoli formali o informali in tutta Italia. E a Roma la situazione dei campi è sempre più difficile

19 Giu. 2018
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Un bambino rom in un insediamento a Belgrado, in Serbia. Credit: ANDREJ ISAKOVIC

In occasione della Giornata Internazionale dei Rom e Sinti, che ricorre l’8 aprile, sono stati pubblicati i dati raccolti sulla presenza della popolazione rom in Italia, raccolti dall’Associazione 21 luglio nel suo rapporto annuale e presentati venerdì 6 aprile in Senato.

Il giorno della presentazione, Luigi Manconi, neo direttore UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e già presidente della Commissione diritti umani del Senato, ha consegnato inoltre una targa a Giorgio Bezzecchi, figlio di Goffredo Bezzecchi, il quale è sopravvissuto al Porrajmos, il genocidio di persone sinti e rom nei campi di concentramento nazisti e fascisti.

Quante persone sinti e rom ci sono in Italia?

Sul territorio nazionale si trovano tra le 120mila e le 180mila persone di origine rom e sinta, secondo i dati raccolti dall’Associazione 21 luglio nel corso del 2017.

Quante di queste persone vivono nei cosidetti “campi rom”?

Sono circa 26mila le persone rom e sinti che vivono in emergenza abitativa, dentro baraccopoli formali (cioè riconosciute dalle istituzioni) e informali, o nei centri di raccolta monoetnici. Si tratta di un numero pari allo 0,04 per cento della popolazione italiana.

Il numero delle persone che vivono nei campi è in aumento?

Rispetto al 2016 è leggermente sceso il numero di persone in emergenza abitativa (da 28mila a 26mila persone). Tuttavia, questa decrescita secondo l’Associazione 21 luglio non è determinata da una graduale risoluzione della questione, “piuttosto dalle drammatiche condizioni di vita all’interno di questi insediamenti che hanno spinto alcuni degli abitanti – prevalentemente comunitari – a spostarsi in altri Paesi o a tornare nelle città di origine”.

Quanti campi rom ci sono in Italia?

Sono 148 le baraccopoli formali in Italia, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali.

A fine 2017 in Italia risultavano ancora attivi due centri di accoglienza monoetnici riservati alle comunità rom per un totale di 130 residenti, uno nella città di Napoli e uno a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia.

Quanti dei rom che vivono nei campi sono cittadini italiani?

Delle persone rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43 per cento abbia la cittadinanza italiana; mentre sono 9.600 i rom originari dell’ex Jugoslavia di cui circa il 30 per cento è a rischio apolidia.

Situazione diversa nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti, dove vivono nell’86 per cento dei casi cittadini di origine rumena.

Quanti campi sono stati sgomberati in modo forzato nel 2017?

Associazione 21 luglio ha registrato in tutto il 2017 un totale di 230 operazioni di sgombero forzato, di cui 96 nel Nord Italia, 91 al Centro (di cui 33 nella città di Roma) e 43 nel Sud.

Per “sgombero forzato” non si intende uno sgombero con l’intervento della polizia, ma un intervento con modalità che violano le garanzie procedurali delle Nazioni Unite, e che pertanto devono considerarsi illegali.

Quanti episodi di “discorso d’odio” contro rom e sinti sono stati registrati nel 2017 in Italia?

Nel 2017 l’Osservatorio 21 luglio ha registrato un totale di 182 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti, di cui 51  sono stati classificati di una certa gravità.

Questi episodi sono aumentati complessivamente del 4 per cento rispetto al 2016 (con 172 episodi registrati in quell’anno).

Qual è la situazione a Roma?

Nella Capitale vivono più di un quarto delle persone rom e sinti in emergenza abitativa. Parliamo di 6.900 rom considerando la seconda metà 2017.

Inoltre, come conseguenza della politica degli sgomberi (particolamente intensa nel 2015 in vista del Giubileo) e delle politiche dell’attuale giunta capitolina, si è di recente sviluppato il fenomeno dell’occupazione abusiva da parte di rom e sinti, al di fuori dei Movimenti per l’abitare già presenti a Roma.

Nella seconda metà del 2017 si sono registrate due occupazioni, una in zona Tor Cervara e l’altra in zona Tiburtina. Per una di queste è già stato effettuato lo sgombero.

Ci sono stati tentativi di superare i campi da parte della giunta Raggi, come promesso in campagna elettorale?

La prima sperimentazione per attuare il Piano di inclusione elaborato dalla giunta Raggi è stato l’insediamento di Camping River, una struttura privata che fino allo scorso anno ospitava un insediamento formale (TPI ne aveva già parlato qui)

Tuttavia, come sottolinea Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, si è trattato di una sperimentazione fallita. Da insediamento formale, oggi Camping River si è trasformato in un’area abbandonata dove vivono 420 persone. Questo è dovuto, secondo Stasolla, all’inadeguatezza del piano.

Questo proponeva alle famiglie di portare al comune un contratto di affitto, a fronte del quale avrebbero ricevuto un contributo. Tale meccanismo non ha potuto funzionare perché, come è stato riscontrato, il 95 delle famiglie residenti sono indigenti. Per questo per loro era quasi impossibile riuscire a stipulare un contratto di affitto altrove.

Come si vive nei campi rom della Capitale?

Dopo lo scandalo legato a Mafia Capitale, non sono stati posti in essere nuovi bandi da parte del comune di Roma per offrire servizi all’interno degli insediamenti formali. Questo ha portato a un taglio graduale dei servizi, e le condizioni di vita all’interno dei campi sono andate peggiorando.

In particolare, si è registrato un forte impatto negativo sulla scolarizzazione dei minori: il 48 per cento dei bambini che vivono nei campi (quasi la metà) e che erano iscritti a scuola oggi non lo sono più, a causa della mancanza dei servizi offerti in precedenza a favore della scolarizzazione.

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