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Come Facebook ha perso la fiducia degli utenti

Continua il periodo di nero del primo social network al mondo, che affronta la peggiore crisi negli ultimi anni

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Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, nuovamente soggetto a dure critiche per il trattamento dei dati personali degli utenti Credit: AFP PHOTO / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Drew Angerer

“It is time #deletefacebook” è l’eloquente tweet pubblicato la scorsa settimana da Brian Acton, uno dei fondatori di WhatsApp che nel 2014 aveva venduto la più popolare applicazione di messaggistica al mondo alla stessa Facebook per 19 miliardi di dollari. Il movimento per cancellare il proprio profilo Facebook e sottrarre i dati personali dal controllo del gigante che riceve il 18% di tutti i ricavi pubblicitari online è salito alla ribalta internazionale sull’onda delle inchieste su Cambridge Analytica pubblicate negli scorsi giorni, lanciando #deletefacebook ai primi posti tra gli hashtag più utilizzati su Twitter.

Dopo pochi giorni, la campagna ha conquistato l’adesione di Elon Musk, uno dei personaggi più in vista nella Silicon Valley noto e per i suoi progetti visionari, che ha prontamente eliminato le pagine Facebook delle sue società Tesla e Space X, ciascuna seguita da oltre 2 milioni di persone (sono stati comunque conservati gli account su Instagram, parte del gruppo Facebook).

Facebook affronta da anni proteste per il suo approccio alla protezione della privacy degli utenti, ma l’indignazione manifestata nell’ultima settimana da utenti, media, regolatori e addetti ai lavori ha pochi precedenti per l’azienda. Sui mercati il titolo dell’azienda californiana ha perso quasi il 15% in una settimana e potrebbe finire per registrare il peggior rendimento mensile da quattro anni a questa parte. Le autorità governative su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno chiesto chiarimenti e promesso interventi a difesa della riservatezza degli utenti. L’Unione Europea ha già  manifestato l’intenzione di aprire un’indagine su Facebook e Cambridge Analytica. Negli Stati Uniti la Federal Trade Commission, l’autorità antitrust nazionale, ha confermato che è in corso un’indagine sulle pratiche dell’azienda in tema di privacy e lo stesso fondatore Mark Zuckerberg ha accettato di testimoniare di fronte al Congresso Usa. Anche nel Regno Unito Zuckerberg è stato convocato da un comitato parlamentare per rispondere a domande su come Facebook acquisisce, conserva e protegge i dati degli utenti ma ha declinato l’invito mandando due dirigenti al suo posto.

 L’inchiesta giornalistica condotta congiuntamente da New York Times, Guardian e Observer (edizione domenicale del Guardian) ha rivelato come i dati su 50 milioni di utenti siano finiti nella disponibilità di Cambridge Analytica, società di consulenza britannica che ha lavorato alle campagne per l’elezione di Donald Trump e a favore della Brexit. Secondo quanto rivelato da Christopher Wylie, responsabile del progetto, la società aveva acquistato i dati dallo psicologo Aleksandr Kogan, che a sua volta li aveva raccolti tramite un semplice quiz della personalità chiamato thisisyourdigitallife. Come ogni altra applicazione che si è appoggiata sulla piattaforma Facebook fino al 2014 (anno in cui Facebook ha cambiato le condizioni di accesso al proprio database), thisisyourdigitallife aveva la possibilità di accedere ai dati di tutti gli amici degli utenti che avevano concesso l’autorizzazione all’applicazione. In questo modo partendo da circa 270.000 partecipanti, pagati “tra 3 e 4 dollari” secondo quanto dichiarato dallo stesso Kogan, lo psicologo ha potuto avere accesso a informazioni su decine di milioni di persone.

Facebook, venuta a sapere dell’operazione, aveva chiesto a Cambridge Analytica di eliminare i dati in questione ma non ha poi verificato che questo fosse effettivamente avvenuto. Il caso ha destato scalpore anche per i toni utilizzati da Wylie, che ha parlato di aver creato un’arma in grado di manipolare milioni di persone. In realtà la reale efficacia delle cosiddette tecniche di “microtargeting” adottate da Cambridge Analytica è dibattuta. Inoltre, anche altre campagne politiche, come quella per, hanno fatto ricorso agli stessi metodi, seppure in maniera più trasparente. Nel caso dell’elezione dell’elezione di Barack Obama nel 2008 ad esempio, era richiesto agli utenti registrarsi a un’applicazione esplicitamente associata alla campagna chiamata Obama for America.

Al momento sembra imminente un intervento da parte delle autorità nei principali mercati in cui Facebook è attivo, ma non è chiaro se sarà solo limitato a imporre regole più stringenti per la protezione dei dati personali o se nell’immediato futuro sarà aperta la porta a procedure antitrust. La rivolta contro Facebook si è già incanalata in una critica generalizzata ai giganti del tech, con cui sembra finita la luna di miele degli ultimi anni. Anche i mercati hanno avvertito il contraccolpo, con l’indice dei titoli Facebook, Amazon, Netflix e Google (i cosiddetti FANG) che ha subito il calo più pronunciato da quando è stato istituito nel 2014.

Negli ultimi giorni hanno spopolato guide su come controllare quali applicazioni sono autorizzate a trattare i propri dati personali, scaricare i propri dati personali salvati sulla piattaforma e come navigare la difficile procedura per cancellare il proprio account. Facebook da parte sua ha già promesso restrizioni nell’accesso ai dati resi disponibili a sviluppatori terzi e maggiori controlli. Queste misure paradossalmente potrebbero rafforzare ancora di più la posizione del social network nel breve termine, impedendo a chi vuole passare a un social concorrente di importare i suoi dati da Facebook.

Il caso è l’ultimo arrivato in una lunga sequenza di scandali che hanno danneggiato la reputazione dell’azienda di Menlo Park negli ultimi due anni, come avevamo raccontato qui. Questa volta tuttavia l’attenzione dell’opinione pubblica non si è concentrata solamente su come la campagna Trump si sia avvantaggiata della piattaforma, ma su violazioni sistematiche del rapporto di fiducia con gli utenti.

Esistono milioni di applicazioni che utilizzano la piattaforma Facebook, in grado di accedere ai dati degli utenti registrati tramite il social network e fino al 2014 anche a quelli dei relativi amici, anche senza che avessero esplicitamente prestato consenso. Come raccontato dal creatore di un gioco satirico sulla rivista Atlantic, Facebook metteva nelle mani degli sviluppatori di quiz e giochi molti più dati di quanto fosse necessario, spesso poi ceduti e rimasti in circolazione per anni, senza che possano essere eliminati. Nonostante sia contrario alle regole stabilite dal social network, ognuna di queste applicazioni avrebbe potuto facilmente profilare gli utenti con le stesse modalità di cui è accusata Cambridge Analytica e poi vendere i dati. Anche secondo le testimonianze di addetti ai lavori, il modo in cui ha lavorato Cambridge Analytica non è distante dalle pratiche adottate regolarmente all’interno del settore.

Il problema secondo i sostenitori di #deletefacebook perciò  non sono solo gli hacker russi e gli abusi di società di consulenza senza scrupoli, ma proprio Facebook. Negli ultimi giorni sono emersi dettagli di come Facebook abbia memorizzato registri delle chiamate, sms inviati e addirittura gli adesivi con i gattini dei propri utenti, spesso senza che ne fossero adeguatamente a conoscenza.

In una delle sue prime interviste nel 2005, a soli 21 anni, Mark Zuckerberg affermava di essere riuscito grazie ad alcune scelte azzeccate a creare un ambiente in cui “le persone si sentono più a loro agio nel condividere informazioni di quanto non farebbero altrimenti”. Direbbe la stessa cosa oggi?


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