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Obama e Kenya, i suoi dollari e la nostra guerra

Quasi un mese dopo la visita di Obama in Kenya, si può già fare un bilancio? Come sono stati recepiti i messaggi che ha lanciato?

La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel paese di suo padre era stata attesa da molto tempo, molti speravano sarebbe avvenuta sette anni fa, all’inizio del suo mandato.

A Nairobi molti giovani e donne hanno avuto almeno un lavoro temporaneo nell’opera di abbellimento delle città e gli affari sono andati molto bene per chi si era inventato modi creativi per sfruttare l’occasione, dagli artisti di strada ai venditori di gadget made in China.

Anche politicamente i preparativi era stati intensi, con diversi partiti che cercavano di posizionarsi per sfruttare la visita a proprio favore, specialmente l’opposizione che fin dall’elezione di Obama ha cercato di identificarlo con la propria base elettorale, in prevalenza del gruppo etnico Luo, da cui proveniva bama Senior.

Non tutti erano entusiasti per visita presidenziale, come i proprietari di attività commerciali del centro città che hanno dovuto chiudere per due giorni consecutivi. Altri hanno optato di allontanarsi per evitare il previsto caos e per paura di attacchi terroristici, approfittando delle offerte speciali delle agenzie di viaggio per le destinazioni turistiche della costa, dove gli alberghi lamentano da mesi l’assenza di turisti stranieri.

Le aspettative erano alte e dal punto di vista simbolico non sono state disattese. Obama ha gestito con grande abilita sia gli incontri con familiari (figli ache il padre ha avuto da altre mogli) come quelli con i giovani e gli imprenditori. Ha detto con la consueta enfasi, anche se un po appannata, le cose che tutti si aspettavano o sapevano che avrebbe detto. La grande delusione è stata la mancata visita a Kogello, il villaggio di origine del padre, dove fino all’ultimo momento hanno sperato in una visita a “sorpresa”.

A parte la pompa e il valore simbolico di questa visita che ha tenuto la maggior parte dei keniani incollati al loro televisore, quasi un mese dopo la visita, emergono le critiche che al momento erano state tenute in sordina dai media ammaliati dal racconto del figlio che torna a visitare la terra del padre, e dal governo che voleva a tutti costi presentare un Kenya pulito e attraente sia come destinazione turistica che come partner commerciale.

Il sogno americano in Kenya 

Gladys Adhiambo è mamma per la terza volta da poche settimane. Quando nacque il primo bimbo, sei anni fa, lo volle chiamare Obama. Ora se n’è quasi pentita. Gladys è sulla trentina, completò la scuola superiore a pieni voti, ma per la condizione familiare non aveva potuto accedere all’università.

Guardando l’infermiera del dispensario di Kivuli che fa un controllo di routine all’ultimo nato mormora quasi fra di se: “Mio marito ha un diploma di ragioniere, ma ha una lavoro pagato una miseria. Se non hai raccomandazioni importanti non vai da nessuna parte, anche se sei laureato. È difficile far quadrare il bilancio familiare, garantire buon cibo e cure mediche ai nostri tre figli. Tutto quel parlare di Obama su imprenditorialità ci darà nuove possibilità? Forse a chi sta già molto bene, a quelli che hanno connessioni importanti. Non a noi. La corruzione e la complicità fra è già ricco sono così radicati ceti alti che non ci sarà nessun beneficio per noi. Il terrorismo dalla Somalia è in aumento, il turismo continua a diminuire. Dovremo lottare per mantenere il nostro modesto stile di vita e garantire a questo figlio una vita serena”.

Paul Mukirai, leader di un gruppo giovanile a Ongata Rongai, immediata periferia di Nairobi, ha pure uno sguardo critico sulla visita di Obama. “Eravamo totalmente con lui quando ha parlato senza mezzi termini contro i politici e capi di stato africani che restano al potere troppo a lungo, e ha usato parole di fuoco contro la corruzione. Che questi siano gravi ostacoli alla crescita dell’Africa e del Kenya è chiaro a noi tutti. Ma non ci è piaciuto quando la sua difesa per i diritti degli omosessuali ha assunto i toni di una campagna per imporci idee aliene. Questa insistenza ci ha aperto gli occhi sul fatto che stava promuovendo l’american way of life come un nuovo vangelo, un modello che tutti devono seguire se vogliono avere successo. La nostra salvezza consiste nel divenire come gli americani? Ho letto e riletto i suoi discorsi e mi sono reso conto che ha insistito molto sulla centralità dell’individuo, sul suo successo personale, sull’auto-realizzazione economica. Questo è puro American Gospel. Come cristiano e come keniano non credo che questa debba essere la via per la nostra crescita”.

La critica di Mukirai non è molto condivisa. La maggior parte dei giovani del Kenya sono stati conquistati già molto tempo fa dal sogno americano. Caffè istantaneo, successo istantaneo, ricchezza istantanea, sono diffusamente percepiti come valori, segno di modernità, senza alcuna considerazione del modo con cui sono stati conseguiti, del costo per gli altri, per la società.

Lena Lasker è un’insegnate tedesca che viene regolarmente in Kenya per turismo e per interessi artistici. Questa volta ha fatto la sua prenotazione prima di rendersi conto che il momento avrebbe coinciso con la visita di Obama, ed i suoi movimenti ne sono stati intralciati. Ma non è questo che la disturba. La disturba che “sia mancato ogni segno di protesta contro Obama. Mi sarei aspettata delle manifestazioni pacifiche contro la presenza militare Keniana in Somalia. Di solito ai keniani piace protestare! Dopotutto Obama è il presidente americano che ha spinto il Kenya ad inviare soldati in Somalia, e questa è la causa immediata prima degli attentati terroristi in Kenya. O no? Forse la società civile Keniana ha chiuso gli occhi di fronte al fascino di un Presidente degli Stati uniti d’America che ha un padre keniano. O ogni possibile protesta è stata prevenuta dalla polizia?”.

L’opposizione si è sentita emarginata, addirittura tradita da Obama che in un’occasione ne ha denunciato l’opportunismo. Pochi giorni dopo la sua partenza i titoli di prima pagina dei giornali hanno ricominciato e proporre le solite notizie di malgoverno e corruzione. La Kenya Airways ha un buco di 26 miliardi di scellini (circa 236 milioni di euro) e rischia la bancarotta. Nel bilancio dello stato per il 2014 ben un quarto delle spese non sono adeguatamente documentate. Il governo, denuncia l’opposizione, si è lasciato corrompere dalla lobby dello zucchero ugandese ad ha firmato un contratto che penalizza pesantemente i coltivatori locali. E cosi via, come sempre. “La pulizia delle vie e parchi del centro non è bastata a pulire Nairobi, ci vuol ben altro”, dice sempre Mukirai.

I loro soldi, le nostre vite 

Sono riemersi anche i commenti più drasticamente critici sul coinvolgimento del Kenya nella vicenda somala. E’ immediatamente dopo l’entrata dei primi soldati kenyani in Somalia che Al Shabaab ha dichiarato che i kenyani l’avrebbero pagata cara. Era l’ottobre del 2011 quando, sotto la pressione americana un numero imprecisato di soldati keniani sono stati inviati in Somalia per creare una zona cuscinetto fino al fiume Juba, dove il gruppo terroristico Al Shabaab usava come base. Presidente degli Stati Uniti era Obama. Presidente del Kenya era Mwai Kibaki, suo vice era Kalonzo Musyoka, primo ministro era Raila Odinga.

Ora Musyoka e Odinga sono all’opposizione e dopo la partenza di Obama chiedono a gran voce il ritiro dei militari keniani dal suolo somalo. Un politico locale che non vuole essere nominato mi dice: “Il presidente della Commissione parlamentare per la Difesa e e Relazioni Esterne, Ndungu Githinji, ha dichiarato che una stretta collaborazione tra il Kenya e gli Stati Uniti favorirebbe la sicurezza, lo svIluppo economico, e gli interessi di politica estera che secondo lui coincidono.

Gli USA, ha aggiunto, si sono dimostrati affidabili alleati del Kenya conto il fanatismo e il terrorismo, e che ci aspettiamo di vedere il presidente Obama riaffermare il suo impegno a continuare a sostenerci per il nostro ruolo di primo piano in Somalia, dove le nostre truppe stanno combattendo i miliziani di Al-Shabaab, come parte dell’AMISOM. Ha inoltre fatto appello all’Unione europea e altri partner internazionali per sostenere le truppe AMISOM fino a quando i terroristi saranno vinti”.

Questo, sottolinea con forza l’uomo politico, sono belle parole che nascondono una tragica realtà: “Gli USA nostri alleati? E’ che noi siamo costretti per mantene buone relazioni con loro a combattere per loro. Obama non è venuto a rendere omaggio alla terra dei suoi antenati, questa è un favola. E’ venuto ed ha usato il suo carisma per garantirsi che continueremo ad essere il braccio armato dell’America. In Somalia noi combattiamo una guerra che è stata innescata da loro, ma noi paghiamo le conseguenze. Gli americani ci mettono i soldi, le armi, i droni, i loro sistemi di spionaggio, l’addestramento. Noi ci mettiamo il nostro sangue, i nostri figli, le nostre vite”.

Un’ultima considerazione di Mukirai riassume l’opinione dei pessismisti: “Durante la vista si è parlato di aiuti americani per aiutare le nuove imprese che promuovono innovazione, rinforzare i nostri sistemi di sicurezza, sostenere la nostra presenza in Somalia. I contenuti di queste promesse non sono ben chiari, ed io percepisco, mascherato dal profumo dei dollari, il tanfo disgustoso della guerra”.

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