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Prigioniero politico a sei anni

L’undicesimo Panchen Lama potrebbe essere il prigioniero politico più giovane al mondo

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Questa settimana mi concedo una piccola digressione per raccontare la storia di quella volta in cui uno degli imperi più potenti dell’estremo oriente ha avuto paura di un bambino di sei anni.

La premessa sembra quella di una fiaba, ma i fatti sono tremendamente veri. E il finale è ancora incerto.

Gedhun Choekyi Nyima era soltanto un bambino quando, in seguito alle complicate procedure previste dai riti buddisti, venne riconosciuto dall’attuale Dalai Lama come undicesima reincarnazione del Panchen Lama.

Era il 14 maggio del 1995, Gedhun aveva sei anni e sembrava proiettato verso una delle più alte cariche spirituali previste dal buddismo tibetano.

Il governo cinese non ha mai avuto l’abitudine di perder tempo. Appena tre giorni più tardi, Gedhun e la sua famiglia scomparvero dalla loro abitazione a Lhari, nel nordest dell’altopiano tibetano.

Nel frattempo a Pechino veniva convocato in fretta e furia un meeting d’emergenza della conferenza politica consultiva del Popolo cinese, che il 24 maggio dichiarava “illegale e non valido” il riconoscimento dell’undicesimo Panchen Lama.

Mentre i tibetani, e con loro buona parte della comunità internazionale, si domandavano che fine avesse fatto quel pericolosissimo bambino di sei anni, Pechino annunciava di aver trovato la “vera” reincarnazione del Panchen Lama.

Si trattava di un giovane cresciuto nella capitale cinese, figlio di due membri del partito comunista. Pur di destabilizzare l’ordine tibetano, e con buona pace del vecchio Marx, i comunisti cinesi si riscoprivano esperti di buddismo e reincarnazioni.

Dovette passare un anno intero prima che il governo cinese ammettesse di aver preso in “custodia cautelare” il Panchen Lama e la sua famiglia, per proteggerli da quelli che Xinhua – l’organo mediatico principale del partito comunista cinese, attraverso il quale avviene la diffusione della propaganda ufficiale – chiamava “pericoli separatisti”.

Diverse delegazioni internazionali hanno cercato di sollevare l’argomento durante i faccia a faccia con il governo cinese, dai polacchi agli inglesi, passando per le varie delegazioni delle Nazioni Unite.

La risposta da parte dei diplomatici cinesi è sempre stata la stessa: Gendun Choekyi Nyima sta vivendo una vita felice e la sua famiglia ha esplicitamente richiesto di non essere disturbata da alcun agente internazionale.

I comunicati ufficiali continuano a riportare che “il governo cinese rispetta la volontà dei propri cittadini e le loro libere scelte”. Per questa ragione, sarebbe scorretto informare la comunità internazionale riguardo alle condizioni del Panchen Lama.

Oggi, 25 aprile 2015, Gendun Choekyi Nyima compie 26 anni. Come ogni anno a Dharamsala, epicentro indiano della diaspora tibetana, si terranno manifestazioni per dimostrare come, anche a distanza di 20 anni dal rapimento, i tibetani continuino a vedere in lui il vero Panchen Lama. Ancora una volta, i tibetani chiederanno il suo rilascio. 

Il lascito dell’affaire circa l’undicesima reincarnazione del Panchen Lama è una normativa promulgata dall’amministrazione statale degli affari religiosi cinese, intitolata Misure amministrative per la reincarnazione dei Budda viventi nel Tibet, che risale al 2007.

Secondo la legge, ogni reincarnazione dei Buddha deve essere registrata e approvata dal governo cinese. In caso opposto, viene automaticamente dichiarata invalida, come nel caso di Gendun Choekyi Nyima.

L’obiettivo ultimo di questa misura legale è il Dalai Lama, che secondo Pechino è colpevole di interferire con la selezione delle reincarnazioni per minare la stabilità della Repubblica popolare cinese.

Anche per questa ragione, il 79enne Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, ha già dichiarato che la sua prossima nascita avverrà fuori dai confini cinesi. 

I tibetani ancora non osano parlare del possibile successore di Tenzin Gyatso, un uomo dal carisma indiscusso che ha ridato nuova linfa alla figura del Dalai Lama.

Ma sanno benissimo che la selezione della quindicesima reincarnazione della più alta carica spirituale nel buddismo tibetano rischia di scatenare l’ennesima crisi con il governo di Pechino.