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Torneranno i prati

Il requiem del regista italiano Ermanno Olmi per commemorare il centenario della Grande Guerra

Immagine di copertina

Il nuovo film del regista italiano Ermanno Olmi, Torneranno i prati, prodotto da Cinemaundici e Ipotesi Cinema assieme a Rai Cinema, è uscito nelle sale italiane il 7 novembre.

Il video del trailer e di seguito la recensione

Olmi ha dato nuovamente prova di una straordinaria capacità di rievocazione storica e passione documentaria con il suo nuovo film Torneranno i prati.

In occasione della commemorazione del centenario della Grande Guerra, l’autore del capolavoro del 1978, L’albero degli zoccoli, ha tratto ispirazione dalle proprie suggestioni stilistiche per mettere a fuoco il periodo successivo alla tragica “battaglia degli Altipiani” – durante la quale Asiago fu rasa al suolo – e alle ultime sanguinose battaglie tra esercito italiano e austro-ungarico avvenute sul fronte nord-orientale.

È stato scelto il 4 novembre, anniversario dell’Armistizio, per coordinare la proiezione del film contemporaneamente in cento Paesi: un evento di risonanza internazionale che ha mobilitato l’interesse di diversi consolati, ambasciate, istituti italiani di Cultura all’estero e del ministero della Difesa italiano.

Il messaggio di Olmi, figlio di un ferroviere licenziato per antifascismo e al quale il film è dedicato, non si piega alla retorica ufficiale, ma descrive lucidamente l’atrocità della guerra, il riaffiorare di uno sfacelo e di un orrore ancora vividi nella memoria pubblica.

Il film, liberamente ispirato al romanzo del 1921 La paura di Federico De Roberto, è una parabola che mostra il vissuto nudo e crudo di alcuni soldati italiani rintanati in una trincea d’alta quota tra gli altipiani vicentini durante le ore eterne di una notte cristallina.

La trama è scarna e la registrazione di un’attesa angosciosa – fatta di silenzi, sguardi fissi, impercettibili movimenti e corpi immobilizzati dalla paura – rallenta l’azione che accelera bruscamente durante la fase dei bombardamenti, in un calvario che oscilla tra alta e bassa tensione.

La neve, che ammanta i paesaggi in un abbraccio pungente, viene spalata da alcuni uomini avvolti nelle loro mantelle, condannati a vivere in un limbo di terrore recintato dal filo spinato. Il freddo entra nelle ossa ma ancora prima filtra nell’anima per accendere la coscienza della fine, la propria. C’è un topolino, si vedono tegami, lampade, fotografie, lettere ed è tutto sin troppo nitido.

Il respiro nemico viene avvertito nell’atmosfera radioattiva dove né i sogni né la poesia possono esistere, e dove il silenzio si mescola al rombo intermittente delle bombe, ai sussurri dei soldati, a frasi mozzate e a canti negati. Perché per cantare, per amare la vita “il cuore deve essere contento”.

I soldati sono allo stremo delle forze e il capitano – interpretato da Francesco Formichetti e moralmente distrutto – rinuncia al grado pur di evitare altre morti dei suoi uomini. Scesi giù a valle, il maggiore (Claudio Santamaria) e il suo giovane tenente (Alessandro Sperduti) sembrano gli unici che hanno la forza – fisica e morale – per infondere calore e fiducia nei compagni stremati dalla vita di trincea.

È nei loro occhi che s’identifica lo sguardo degli spettatori, sballottati in un inferno di ghiaccio dove la pazzia sembra l’unica alternativa alla morte e dove chi entra perde ogni certezza.

L’immagine risulta quasi insonorizzata dal troppo rumore e dal troppo silenzio, bruciata dal troppo bianco e dal troppo buio. Non c’è spazio nemmeno per il dolore, nella semi-oscurità si percepisce soltanto una schiera di uomini senza nome strappati a se stessi. C’è solo uno spazio vuoto senza né canti né preghiere, illuminato da una luna muta e gelata dove Dio è morto o non è mai esistito.

La visione magica della fauna selvatica, che separa l’immaginazione dalla realtà, concede uno spiraglio di speranza, con l’erba che ricrescerà in quella boule de niege divenuta cimitero. I prati copriranno una tragedia che verrà dimenticata, rievocata da Olmi nei veri filmati di guerra inseriti alla fine della pellicola.

Gli abeti nel bosco, le campane sul filo spinato che al vento tintinnano e il cielo illuminato da luci che sembrano comete richiamano l’armosfera natalizia. In ossequio alla fine di ogni memoria, Olmi canta il suo requiem con un film commovente e squarciante.

Tra echi di Ungaretti e di Lee Masters, suggestioni dantesche e fiamminghe, l’autore si schiera contro l’insensato tritacarne della guerra, “una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”.

di Rosalinda Occhipinti