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Baghdad, 11 anni dopo
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Baghdad, 11 anni dopo

Tre punti sul disastro iraqeno e sullo strapotere dell'Isis nella Mezzaluna Fertile

27 Giu. 2014

L’Iraq (ma potremmo dire tutto il Medio Oriente) si trova nel bel mezzo del riemergere del fenomeno del terrorismo per l’azione sul territorio dell’Isis. La diplomazia Usa ha cercato di tratteggiare delle soluzioni per questo pantano ma emergono tre evidenti criticità strutturali che spiegano la lentezza di tutti i processi decisionali di questi giorni. Cerchiamo di analizzarli.

1) Chi è causa del suo mal pianga se stesso: era evidente sin dalle primi fasi del conflitto iraqeno del 2003 che l’iniziativa della coalizione dei volenterosi (a trazione statunitense) avrebbe comportato un riavvicinamento dell’Iraq alla Repubblica Islamica Iraniana. Se infatti l’obiettivo politico era quello della destituzione di Saddam Hussein (approccio non scontato considerando la prima guerra del golfo e soprattutto alcuni dinamiche locali come quella siriana) si sarebbe arrivati nel paese all’abbattimento di quella eccezione politica in cui “le minoranze sottomettono le maggioranze” (ne parlammo anni fa qui su “The Post Internazionale”, ma tutto scorre come lacrime nella pioggia). Da qui la fine di un’egemonia sunnita su un paese a maggioranza assoluta sciita. Un caso identico a quello del Bahrein e che comportò, non a caso, l’invasione saudita del piccolo regno degli Al-Khalifa. E non solo per solidarietà sunnita, ma per un mantenimento dello status quo che sarebbe stato seriamente compromesso a favore delle istanze iraniane se i rivoltosi avessero avuto la meglio sulla dinastia regnante (anche questo a suo modo è una forma di solidarietà etno-religiosa)

Se parti dal presupposto che Teheran è il nemico numero uno, deporre un governo sunnita tirannico che tiene sotto controllo una maggioranza potenzialmente filo-iraniana non stai compiendo un atto molto morigerato sul fronte diplomatico. Per carità, trattasi di responsabilità dei neo-con. Ma il tema della continuità deve pur sempre avere un certo peso nei paesi democratici. A maggior ragione se erediti dalle passate amministrazioni dei soldati sul campo.

2)Piccole speranze, grandi illusioni: la cosa singolare è che per l’Amministrazione Usa la priorità per la soluzione del caos iraqeno non è l’elaborazione di una nuova asse in funzione antiterroristica a livello internazionale (che tra l’altro avrebbe il gradevole pregio di riavvicinare Ankara all’orbita occidentale) ma quello di dar vita ad un nuovo governo Al-Maliki seppur d’unità nazionale. Come se i tentativi egemonici di unificare la fascia sunnita di Iraq e Levante (o Siria, come a dir si voglia) potessero essere messi a freno da una poltrona ministeriale da affidare all’etnia sunnita. Presumibilmente all’attuazione del programma.

3)La conclusione: la conclusione di tutto ciò è che non solo un governo d’unità nazionale di Al-Maliki non sarà mai la panacea di tutti mali di fronte ad una forza terroristica come l’Isis. Ma paradossalmente di fronte a certe timidezze Usa rischia addirittura di aggravare la situazione.

Se infatti dalle parti della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato si decide in maniera netta che il caso iraqeno è la priorità internazionale in questa fase e si intavolano trattative per raid aerei con Turchia e Iran secondo una logica in cui si può pure essere avversari ma il terrorismo è il male assoluto, va benissimo un governo d’unità nazionale . Anche Stati Uniti ed Unione Sovietica furono “alleati” di fronte ad una minaccia che consideravano al di sopra di qualsiasi differenza ideologica come quella tedesca.

Se invece non sei intenzionato a muoverti seguendo questo approccio, non puoi non considerare come nell’area lo scontro etnico e di tipo religioso assuma sempre più caratteristiche “bipolari”. In cui la comunità cristiana siriana non esita a sostenere l’alauita Assad in nome della comune appartenenza ad una minoranza religiosa. In passato sono stati fatti tentativi in Iraq per comporre il complesso mosaico multietnico del paese (basti pensare alla presidenza Talabani). Ma la diffidenza che spinge parte degli sciiti di Baghdad a coinvolgere i sunniti negli affari del paese non è uno scenario inedito per l’area. E un coinvolgimento di quel gruppo che, a torto o a ragione, per anni è stato identificato col gruppo dirigente del Partito Baath rischierebbe soltanto di ingrossare le file dell’Isis in nome della purezza dei propri principali religiosi.

il pantano dunque la soluzione o è internazionale o non è. Non c’è spazio per alchimie istituzioni da applicare al fronte interno se hai da fare con forze islamiste che intendono conquistare, città dopo città, un intero paese dall’alto dei propri carri armati.

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