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Lettera da New York

Viaggio nel Diamond District della Grande Mela, la cattedrale del commercio di diamanti e di gioielli

Immagine di copertina

La legge del quartiere è una sola: fare affari. Secondo stime non ufficiali, decine se non centinaia di milioni di dollari circolano tra la 47esima e la quinta strada. Ogni giorno è un continuo viavai, un brulicare di gente e persone in cerca di nuovi acquisti.

Il ‘D-District’ non è che un mix di codici e regole da rispettare: mai trattare gioielli o pietre che possano essere state rubate; mai “scavalcare” il tuo mediatore o mancare di rispetto a un cliente; mai mentire sul costo o presentare ad altri un oggetto sul quale si ha già un’offerta: prendere o lasciare. Questo è il prezzo da pagare per un mestiere ‘su strada’ ma altamente professionale. Di fino e al contempo brutale, quasi selvaggio. Dove il “kosher” è un oggetto di buona provenienza, come fosse una bistecca.

Bryant Park, è qui che vengo a pranzo nelle piu belle giornate newyorkesi. Dista solo “five blocks” dalla 47esima, strada in cui lavoro, e non ha nulla a che invidiare al Giardino degli Aranci di Roma. Soprattutto quando il sole splende sopra i grattacieli di Midtown.

Oggi me la prendo comoda, aspetto la chiamata di David. Gli ho lasciato un bel diamante da 5 carati in visione ed è possibile che faccia un’offerta. Dita incrociate, ma spero chiami il più tardi possibile. Oggi ho voglia di sole, ho voglia di raccontare la mia storia.

Sono passati circa sei mesi dal mio approdo negli States. Era il 17 Novembre. Mi imbarcavo su un volo diretto all’aeroporto J.F. Kennedy di New York con un’idea di start-up in advertising, un corso GMAT prenotato e qualche centinaio di dollari in tasca. Nel giro di poche settimane è cambiato tutto. La start-up non ha avuto seguito, ho capito che un MBA non lo farò mai e i dollari in tasca, tra affitto, depositi e contratti telefonici, cominciavano a scomparire.

Poi è arrivato il bello: il bello dell’America. Un giorno mi capita di passare per la 47esima strada, nel cuore del Diamond District. Entro in uno degli exchanges per salutare un dealer amico di famiglia, tale Yoram, ebreo persiano emigrato qui trent’anni fa. Dopo solo un paio di battute mi offre lavoro.

Mi chiede entusiasta: “Ti va di lavorare con me?”. “Cosa intendi?” gli rispondo, “ti serve un segretario?”. “Ma quale segretario, lavori indipendentemente, ti assegno qualche ‘pezzo’ da vendere, ti faccio il prezzo minimo e il resto è tuo”. L’offerta poteva sembrare allettante per chi non conosce questo mestiere, soprattutto per chi non conosce quella maledetta strada.

C’è un detto che dice: “If you want to sell something on 47th street and someone offers 20 percent below your cost, it means you bought it well” (“Se vuoi vendere qualcosa sulla 47esima e qualcuno ti offre il 20 per cento di quello che ti è costato, significa che lo hai comprato bene”).

Ero scettico, ma ho pensato che economicamente non avrei rischiato nulla perché avrei preso tutto “on consignment” (in conto vendita). Del resto si trattava solo di dedicare più tempo a questo tipo di lavoro piuttosto che al corso universitario o all’idea dalla quale ero inizialmente preso. E, dopo tutto, penso di poter dire di aver scelto bene.

E’ proprio questa la forza degli States e ancor di più di New York. Il destino non lo puoi indirizzare, ti piomba addosso inaspettatamente. Arrivi che non parli inglese e nel giro di due anni hai cinque ristoranti in giro per Manhattan. Vieni con l’idea di fare il cameriere per sei mesi e ti prendono all’Actors Studio. E casomai sfondi pure. Approdi con tanto di laurea della London School of Economics (LSE) e finisci in una strada che puzza di felafel a nascondere pietre e anelli sotto le scarpe. Come nel mio caso.

Eppure guadagni più che i tuoi ex compagni di università, che ora stanno collezionando strati di calvizia in Goldman Sachs o in McKenzie. L’opportunita che mi è capitata altro non è che un esempio delle miriadi di chance che offre questa città. Sotto ogni punto di vista. Dal divertimento allo spettacolo, dalla professione al sesso, che tu sia straight, gay, trans, sadomaso o fetish, cane o gatto.

Professionalmente parlando, il Diamond District può apparire in un primo momento un luogo informale, quasi disordinato: un mercato a cielo aperto. Tutt’altro. Non è che un mix di codici e regole da rispettare. Non parlo di leggi governative, ma di norme interne, attinenti esclusivamente a chi pratica il mestiere.

Alcune ovvie: mai trattare gioielli o pietre che possano essere state rubate, per esempio. Si definisce “kosher” un oggetto di buona provenienza, come fosse una bistecca. Mai “scavalcare” il tuo mediatore. Anche qualora fosse necessario.

Altre meno: mai mentire sul costo o presentare ad altri un oggetto sul quale si ha già un’offerta: prendere o lasciare “on the spot” insomma. Grazie a regole come queste esistono vere e proprie spaccatture all’interno della comunità del Diamond District. Dove i piu “clean” lavorano insieme e allo stesso tempo i piu “dodgy” si fregano a vicenda.

Un giorno proposi un anello di Acquamarina a un tipo, tale Radni. A lui non interessava, ma sapeva che il tizio nello stand di fronte al suo, Mikael, lo avrebbe comprato. Glielo ha proposto e venduto di fronte ai miei occhi, ottenendo una “giusta” percentuale.

Passa qualche settimana e intanto mi capita di conoscere meglio Mikael. Gli propongo una spilla d’oro e alcuni diamanti. Decide di acquistarli. Qualche giorno dopo, passando difronte al “booth” di Radni, mi sento gridare: “Italiano, che fai? Vai dal mio cliente senza far passare la merce tra le mie mani?”. “Fammi capire” risposi, “ogni volta che tratto con Mikael ti dovrei riconoscere qualcosa? Anche ora che l’ho conosciuto meglio?”. “In teoria si, almeno per le prime volte”, rispose con tono accondiscendente.

La legge del Diamond district è una, e ben chiara. Qui non importa a nessuno chi tu sia o cosa faccia nella vita. Se fai affari è perché hai rimediato ‘roba che vale’ e perché sei riuscito a piazzarla bene. Se un affare va in porto grazie a qualcuno devi esserne riconoscente. Mai mancare di rispetto a un cliente. Quello te lo sudi sul campo. Con il tempo. E’ questo il prezzo da pagare per un mestiere ‘su strada’ ma altamente professionale. Di fino ma spietato. Tradizionalmente elegante e al contempo brutale, quasi selvaggio.

In un’altra occasione, due amici erano entrambi interessati a un mio bracciale. Quello che offrì di piu, pur di non far scoprire all’altro l’acquisto, mi fece aspettare dieci minuti in un lurido bagno, tanto per non dare nell’occhio. Poi mi ha raggiunto e ha “staccato” un assegno. Secondo stime non ufficiali, nel Diamond District di New York girano diamanti e gioielli pari complessivamente a un valore che si aggira tra le decine e le centinaia di milioni di dollari. Ogni giorno. Da mattina a sera. E’ un continuo viavai, un brulicare di gente e persone in cerca di affari.

Oltre all’inaspettato successo economico nel fare il broker di gioielli e diamanti nella Grande Mela, cosa che mi ha permesso di viaggiare sia per “leisure” che per lavoro in Costa Rica, a Miami e a Las Vegas, l’altro enorme vantaggio di questo mestiere è l’orario. Essendo il boss di me stesso sono totalmente indipendente. E in ogni caso, “the block” (così viene chiamato l’isolato dai “nativi” della 47esima strada) brulica di affari, truffe e quant’altro solo tra le 11 di mattina e le 5 del pomeriggio. Anche volessi stremarmi di lavoro, come in banca o in un ufficio, non potrei.

Campagna regione lazio

Le restanti ore della mia giornata non conoscono routine. A volte si va al cinema, a volte si porta un’amica a un Broadway Show, a volte si mangia indiano, a volte “steak and eggs”, spesso si chiacchera con il saggio Rocco di Bleecker Street, emigrato anche lui trent’anni fa dalla Calabria. Di solito, ci si sveglia in un basement del West Village e a volte, se fortunati, in qualche lussuosa Penthouse su Central Park West. Anche questo è New York. Anche questo vuol dire fare il broker di diamanti nella Grande Mela.

Qualcosa vibra nella 24ore mentre scrivo. E’ il Blackberry scassato. E’ David che chiama, quasi me ne dimenticavo: “Ho un’offerta per te”, dice. Anche questo affare andrà bene, me lo sento. E’ New York la mia pillola blu.