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La fine di una dinastia
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La fine di una dinastia

Archiviata l'era della famiglia Nehru-Gandhi, l’impero britannico ha lasciato l’India. Modi segna l’inizio di un nuovo corso

03 Giu. 2014

Gli exit poll questa volta erano esatti. La tanto attesa “Modi Wave” è arrivata. Un’onda color zafferano che ha travolto l’India intera e stravolto il panorama politico nazionale.

È una vittoria senza precedenti quella del Bharatiya Janata party (Bjp), capeggiato dal nazionalista hindu Narendra Modi. Uno tsunami politico, o meglio, uno tsuNaMo, come è stata ribattezzata questa storica elezione dal twittatissimo hashtag #NaMo.

“Ha vinto l’India!”, è stato il commento del neoeletto primo ministro della più vasta democrazia al mondo all’indomani della schiacciante vittoria sul partito del Congresso Indiano (Inc) che, dall’indipendenza a oggi, aveva rappresentato la spina dorsale del Paese.

Modi ha promesso che il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’India. “Devo lavorare duro per realizzare i sogni di 1.25 miliardi di indiani”, ha promesso. È l’uomo nuovo, l’uomo delle masse, il messia di quello “sviluppo per tutti”, che è stato il suo cavallo di battaglia nei comizi della maratona elettorale.

È riuscito a relegare la dinastia politica Gandhi al minimo storico di 44 seggi alla Lok Sabha, la camera bassa. Il Bjp, all’opposizione dal 2004, si aggiudica la maggioranza assoluta: 282 seggi su 543. Oltre 340, in realtà, se si considerano tutti quelli ricevuti dalla National Democratic Alliance (Nda), l’alleanza di destra capeggiata dal Bjp.

Si tratta di un governo che non ha bisogno di alleanze, forte di una legittimazione che non ha eguali nella storia elettorale. Solo nel 1984, dopo l’assassinio dell’allora primo ministro Indira Gandhi, gli indiani si recarono in massa alle urne per eleggere a furor di popolo suo figlio Rajiv, consegnando il Congresso alla maggioranza. In settantasei anni di storia repubblicana, il partito della famiglia Nehru-Gandhi ha governato per cinquantotto. In questa India fresca di elezioni c’è chi vede la fine di una dinastia e l’inizio di un nuovo corso.

Modi ha saputo presentarsi all’elettorato come l’uomo del cambiamento, un leader carismatico seppur controverso e polarizzante. Ha usato l’insoddisfazione del popolo come catalizzatore del suo successo, mettendosi in contrapposizione a un Congresso immobile di fonte agli scandali dovuti alla corruzione e incapace di adattarsi alle esigenze della “Nuova India”.

Il confronto tra i due candidati in campagna elettorale si è consumato più sul piano personale che politico e ha visto uscire il rampollo della famiglia Gandhi perdente su tutta la linea. Rahul, figlio, nipote e pronipote di ex primi ministri, che forse non ha la politica nel sangue né il carisma dei suoi predecessori, si è mostrato poco convincente.

Modi e i suoi collaboratori hanno costruito una campagna mediatica aggressiva, supportata dalle frange estremiste dell’RSS (Rashtrya Swayamsevak Sangh). Hanno fatto leva sul mantra dello sviluppo, più che sul tradizionale settarismo del Bjp, e sulla personalizzazione dello scontro in stile presidenziale. Si sono serviti abbondantemente dei social network per raggiungere tutti i potenziali elettori e pare che lo sforzo abbia dato i suoi frutti.

Quale sarà il destino dell’India è tutto da vedere, ma “il 18 maggio 2014 passerà alla storia come il giorno in cui l’impero britannico ha finalmente lasciato l’India”, si legge in un editoriale del Guardian, che interpreta la sconfitta del Congresso come la “fine di un’era in cui le strutture di potere non erano così dissimili da quelle del Raj britannico” e cita “I figli della Mezzanotte”, il capolavoro di Salman Rushdie.

Non è della stessa opinione lo scrittore Pankaj Mishra, che afferma convinto: “Una nuova, turbolenta fase è appena cominciata per il Paese, forse la più sinistra (forse delicata?) dall’indipendenza dal dominio britannico nel 1947”. E conclude duramente: “Quando gli indiani hanno avuto un sogno collettivo (Narendra Modi), hanno sognato un uomo accusato di omicidio di massa”. L’uomo accusato di aver chiuso un occhio, se non istigato, sugli scontri che nel 2002 portarono alla morte di oltre mille musulmani nello stato del Gujarat, è riuscito a sedurre l’India laica e pluralista della tradizione gandhiana.

 

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