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Godzilla

Il relativismo naturale

Gareth Edwards si è assunto parecchie responsabilità nel girare questa reinterpretazione del classico originale. La paura della bestia gigante rappresenta un’eco culturale molto sentita fra il cinema americano e quello giapponese. Nonostante la letteratura del fantastico e dell’orrore avesse già ispirato pellicole importanti – come Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau –, grazie a King Kong (1933) della RKO Pictures il pericolo cambiò totalmente scala nell’immaginario collettivo.

L’attribuzione al vampiro dell’arrivo della peste in città si perdeva infatti fra le radici gotiche della figura letteraria, risolvendo definitivamente il conflitto in interni intatti e immutabili. La furia del gigantesco gorilla della produzione hollywoodiana si configura invece come minaccia all’intera New York e alla sua architettura, simboleggiata dall’Empire State Building. Il salto fu enorme e la spettacolarizzazione del disastro ebbe un enorme successo, compiendo poi un’evoluzione fisiologica all’inizio della seconda metà del secolo scorso. Nacque in questo modo Gojira (1954), conosciuto in occidente come Godzilla, l’opera cinematografica di massa della prima realtà post-bellica ad aver vissuto la bomba atomica.

Il film di Ishirō Honda diede il via ad una saga che ha attraversato l’epoca dell’imperatore Hirohito – protagonista della resa nipponica che chiuse la Seconda Guerra Mondiale – e quella dell’attuale imperatore, Akihito, iniziata nel 1989. Dietro gli infiniti scontri fra la lucertola dinosauroide e altri kaiju -termine giapponese per indicare questi mostri giganti- si cela la distruzione generata dalla natura, dall’inquinamento, ma soprattutto, il risentimento nei confronti delle vicende belliche appena passate. In tal senso, la versione di Gareth Edwards descrive un equilibrio naturale che si sviluppa, si azzanna e regna senza curarsi minimamente della presenza umana. Il crollo di interi grattacieli è mero dettaglio. Non c’è alcuna virilità militare da incanalare verso una vittoria risolutrice. La tragedia si vive a causa della degenerazione di eventi creati dall’uso della tecnologia da parte dello stesso genere umano.

Il regista inglese viene da esperienze di collaborazione con BBC e Discovery Channel, con cui ha girato fiction storiche di disastri e di veri e propri scenari apocalittici. La svolta nella propria carriera l’ha creata da sè con Monsters (2010), film fantascientifico a basso budget di cui ha curato regia, sceneggiatura, fotografia, effetti speciali e produzione, nel quale aveva affidato la colonna sonora a Jon Hopkins. In Monsters era già presente il conflitto fra uomo e natura, ed aveva già sviluppato un altro tema presente in Godzilla: la procreazione, il senso dell’accoppiamento. Di riflesso c’è quindi la famiglia, composta da Bryan Cranston (Breaking Bad), Juliette Binoche (Tre colori), e la famiglia del figlio (Aaron Taylor-Johnson).

Il parallelo tematico col lavoro di un importante autore giapponese contemporaneo come Hayao Miyazaki è molto forte, ricordando Nausicaä della Valle del vento (1984), Ponyo sulla scogliera (2008) e Si alza il vento (2013). Di sicuro il film di Edwards non riesce ad emozionare come il maestro appena citato, ma la messa in scena impeccabile e la colonna sonora di Alexandre Desplat – assieme al Requiem di György Ligeti, già sentita in 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick) consegnano sequenze che rimangono impresse nella mente degli spettatori per diverso tempo.

 

di Alberto Rafael Colombo Pastran