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Occhi sulla piazza

Il secondo anniversario di Mohammed Mahmoud

Immagine di copertina

Il racconto di oggi lo lascio ad altri, magari se siete fortunati trovate qualche trafiletto anche sulla carta stampata un po’ più attenta. Qui trovate l’attenta cronaca della cara Zeinobia.

Al Cairo difficile dimenticare il 19 novembre. Questo vorrebbe dire dimenticare le vittime, martiri, di uno dei più duri momenti della rivoluzione del 2011. Vittime cadute non per rovesciare il vecchio faraone, ma per chiedere allo Scaf, il consiglio supremo delle Forze Armate che ha guidato la transizione dopo la caduta del rais, di tornare in caserma. I militari però misero a tacere i loro oppositori con gli stessi ingranaggi utilizzati dal dittatore che li aveva preceduti.

Ma questa è storia… che sembra a volte essere dimentica se si guarda il capannello di persone dentro piazza Tahrir che sventola orgogliosa la foto di un generale, Sisi, festeggiando proprio qui il suo compleanno. Se un marziano fosse arrivato oggi nel centro nevralgico del Cairo avrebbe capito poco e niente, confuso tra slogan e bandiere in angoli diversi. Tahrir però non è solo una piazza. E’ diventata una città dal primo giorno che un nutrito ( per l’epoca era nutrito, oggi sembrerebbe quasi minuto) gruppo di rivoluzionari decise di farne la sua dimora. Come ogni città, in ogni suo angolo c’è una voce. Le donne sanno bene che l’angolo con il fastfood Hardees è la calamita dei violentatori. I twitter adicted sanno che nell’epicentro si concentrano quanti bivaccano utilizzando il web e ingolfando la linea. Gli artisti sanno che le loro tele stanno al di là della strada, appunto in via Mohammed Mahmoud.

Ed è qui che oggi si è vista un’altra storia. Anzi, si è sentita un’altra voce, quella di chi usa un linguaggio fino ad ora sfuggito ai media che raccontano la politica, cronometrano l’avanzare della nuova road map nei palazzi, ma non ascoltano la piazza. Una piazza confusa, minuta, ma ancora urlante. Ed è in questa galleria a cielo aperto della rivoluzione che mentre gli artisti continuano a dipingere i nuovi capitoli di questa storia che sembra non voler finire che si sentono slogan nuovi. Originali per un Egitto polarizzato tra i sostenitori del deposto presidente Mursi e quanti hanno incoronato il general Sisi a pop star dal sangue nasseriano. Voci originali, ma siamo pronti a scommetterci, voci che sentiremo ancora.

In via Mohammed Mahmoud si vedono mani, anzi dita, alzate al cielo. Sono 3 e parlano chiaro: non siamo con i fulul ( rimasugli del regime…inteso come regime mubarakiano), non siamo con i Fratelli Musulmani che vogliono Mursi, non siamo con i militari.

“Non vi va bene nulla, ma così facendo la stabilità ve la sognate” chiosa un giornalista occidentale intervistando un ragazzo con una bandiera di Gika – attivista che esattamente 1 anno fa ha perso la vita nella medesima commemorazione. “La stabilità non è mai stato un motto della nostra rivoluzione. Siamo contro ogni fascismo e non ci piacciono le scorciatoie che portano al potere chi vince sul sangue altrui. Ci vorranno ancora anni, forse decenni, ma è la lunga lotta della goccia che scalfisce la pietra” risponde il giovane, prima di riprendere la sua bandiera.

L’Egitto non dorme. Quanti guardano alle istituzioni concludono che presto il cerchio si chiuderà. Tutto sarà come prima. Ma ascoltando la strada, la sensazione è che non sarà così. Se c’è una cosa che è cambiata, dal 2011, è la società. Quando Mubarak aveva lo scettro del potere, si contavano sulle dita di una mano quelli che in un bar osavano criticare una minima cosa. Ora le barriere sono state infrante.

Quegli egiziani autenticamente rivoluzionari che da anni lottano non sono pronti a fermarsi per incoronare il generale di turno. Che piaccia o meno, questo è quello che dice la piazza. Possiamo seguire la politica istituzionale. Possiamo raccontare dell’America che tentenna, della Russia che avanza, del Golfo che firma assegni d’oro…Possiamo aspettare che riaprano i seggi, che si compilino schede, che si cambino poltrone …

Probabile che questa piazza, dopo essersi identificata, faccia sentire più forte la sua voce.Probabile che noi occidentali la ignoriamo fino a quando non torna ad esplodere e noi torniamo a sorprenderci. Probabile anche che anche i generali facciamo il possibile per metterla a tacere …

La foto di oggi la vince una donna, una collega egiziana che racconta i diversi angoli Tahrir e le anime che ci sono qui. Maglia verde, velo nero, microfono in mano e telecamere su di lei. Un’immagine che il giornalista occidentale di prima non capisce. “Che cosa ci fa qui una sostenitrice di Mursi?” ci chiede il collega.

L’Egitto dalle tonalità marcate delle sue strade ha molte più sfumature di quelle visibili dai palazzi.