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L’autunno caldo di Rio

Le manifestazioni di cui tutti parlano ma che nessuno conosce davvero. Prendervi parte è l’unico modo per saperlo

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Avanza lentamente, stranamente silenziosa, solenne, come una processione religiosa. Pochi cori e qualche fischio ne scandiscono il passo. Immancabili cartelloni sintetizzano in poche righe le ragioni per cui Rio de Janeiro, nel giorno della 191esima commemorazione dell’indipendenza del Brasile, scende ancora una volta in strada per protestare, invece che festeggiare in una delle spiagge da cartolina della città.

E’ insospettabile la tensione covata da quella calma apparente. Sembra essere, in tutto e per tutto, una manifestazione pacifica. Sfilano studenti, lavoratori, ambientalisti, black bloc alle prime armi dal volto coperto e membri di Anonymous Brasil che indossano la maschera di V per Vendetta. “Così è più difficile per la polizia militare identificarci”, dicono gli irriducibili della protesta, “Quando le fotografie e i video amatoriali diventano pubblici, i nostri volti non compaiono”. Qualcuno esagera e, per non farsi riconoscere, arriva travestito da Batman: “Ho ricevuto il bat-segnale per la bat-protesta, eccomi!”, ironizza.

Il corteo prende finalmente forma: ogni gruppo porta la propria bandiera ma tutti insieme denunciano la corruzione, gli sprechi, l’indifferenza dei palazzi del potere alle istanze del popolo. La manifestazione è accompagnata da cordoni della polizia militare e si dirige in maniera goffa ma ordinata verso il palazzo del governo dello stato di Rio de Janeiro. Il corteo ha presto una battuta di arresto. Siamo a poche centinaia di metri dalla roccaforte del governatore di Rio, Sergio Cabral, da mesi tra i principali bersagli della collera brasiliana.

La polizia militare, corpo responsabile del regolare svolgimento delle manifestazioni, ha chiamato i rinforzi che arrivano accolti dagli sfottò dei contestatori. Un brivido attraversa la protesta e i veterani percepiscono la tensione che monta. “Qui la polizia è corrotta” commenta la scena Marcus, uno studente universitario che si tiene un po’ in disparte, vicino al marciapiede. “Molti sono collusi con attività illecite, dovrebbero essere in strada a rivendicare una democrazia trasparente e di qualità, invece stanno dall’altra parte della barricata.”

Le autorità approfittano di un buco che si apre nel corteo e s’infilano silenziosamente tra il chiacchiericcio della folla. Uno, due, tre ragazzi vengono fermati e intimati di aprire i loro zaini. Un cordone di polizia impedisce a chiunque di avvicinarsi durante la perquisizione. E’ lo stallo. E ora? Chi ci dice come muoverci? Chi è la mente di questo corteo? “Non saprei” risponde Thiago, un giovane fotografo carioca. “Queste manifestazioni non hanno una leadership definita, sono un movimento orizzontale, non esiste una dimensione gerarchica. Ci organizziamo su internet e ci teniamo sempre in contatto con i telefoni cellulari. La rete è fluida”.

Le parole di Thiago chiariscono quanto questa nuova energia politica sia giovane, acerba, inesperta. Il Brasile non conosce manifestazioni da almeno vent’anni. Sembra così lontano il 1992 quando i brasiliani riempivano le piazze per chiedere l’impeachement del primo presidente democraticamente eletto in Brasile, Fernando Cor de Mello, coinvolto in diversi scandali legati alla corruzione. La partecipazione politica del Paese alla gestione della cosa pubblica è arrugginita almeno quanto la capacità delle autorità di gestire le proteste. La brutalità con cui la polizia militare ha tentato di riportare l’ordine durante le contestazioni dei mesi passati ha ottenuto l’effetto contrario e non ha fatto altro che alimentarle. La ragione di una repressione così aspra risiede anche nei metodi con cui questi corpi vengono addestrati, che risalgono ai tempi della dittatura. Militare, per l’appunto.

Il corteo è immobile da quasi un’ora. Tutti aspettano un segnale quando d’improvviso scoppia il panico. L’esplosione di una bomba a gas investe la folla, squarcia il corteo e disperde la protesta che fugge disordinata. “Qualunque cosa succeda non correte, camminate velocemente” ci aveva consigliato un amico all’inizio della manifestazione, ma è impensabile andare a passo rapido mentre impera il “Si salvi chi può”.

Lo scoppio assordante delle bombe a gas è intensificato dai fischi dei proiettili di gomma. Un venditore ambulante improvvisa una barricata e si nasconde dietro il suo carretto della frutta, noi ci accovacciamo ai piedi del portone di un palazzo. Una giovane coppia si dirige verso l’entrata. Chiediamo aiuto, capiscono che siamo stranieri, comprendono che siamo in difficoltà e ci accolgono in casa. L’odore irrespirabile delle bombe a gas s’infila sotto le porte ed entra dalle finestre.

Felipe e Aline si sono appena sposati e anche loro erano alla manifestazione. Ci offrono un bicchiere d’acqua, accendono il pc e ci invitano a seguire con loro gli sviluppi della protesta in tempo reale: “Moltissimi ragazzi fanno riprese con i telefonini e le pubblicano su internet. Esiste una rete di giornali on-line indipendenti cui fare riferimento. Non ci possiamo fidare completamente dei quotidiani ufficiali, le ricostruzioni dei fatti che riportano sono volutamente poco chiare e faziose”, spiega la coppia. Ancora non è chiaro da chi sia partita la violenza.

“A volte gli scontri iniziano per colpa dei manifestanti, ma più spesso dalle autorità. Ci sono dei poliziotti in borghese che prendono parte al corteo fingendosi manifestanti e cercano di provocare lo scontro diretto tra le due parti. Un video amatoriale girato proprio a Rio de Janeiro mostra uno di questi infiltrati scagliare una pietra contro i corpi di polizia e subito dopo cercare riparo tra le file degli stessi colleghi in divisa. Questi individui sono facilmente riconoscibili perché hanno un codice d’abbigliamento preciso: maglietta, pantaloni lunghi, portano scarpe da tennis di marca e hanno un braccialetto nero come distintivo”, precisano i due giovani.

Per oggi, la manifestazione sembra terminata. “No”, smentisce Aline, “ Normalmente i cortei dopo essersi dispersi si ricompattano. Attraverso le piattaforme sociali la gente si tiene in contatto e torna sul posto. Ma ogni volta che la protesta s’infiamma, quelli che ritornano sono sempre meno. In fondo, è pericoloso”.

Poco più tardi, la polizia arresterà 50 manifestanti e un manipolo di irriducibili si riunirà per continuare la contestazione. Calmata la bufera, Felipe e Aline ci accompagnano alla metropolitana, rimasta chiusa per tutto il tempo degli scontri. Sulla strada di casa, vetrine in frantumi e cassonetti rovesciati. “Questo è opera di vandali che si confondono al corteo per il solo gusto di distruggere, o, peggio ancora, è la furia dei manifestanti in fuga.” Commenta Felipe scuotendo la testa.

Molti si domandano se le manifestazione hanno raccolto la forza necessaria per raggiungere i loro obiettivi o se si spegneranno presto. “Credo di no”, continua fiducioso il ragazzo, “non si spegneranno rapidamente. Il Brasile è in vetrina, siamo sotto i riflettori mondiali, dobbiamo sfruttare a nostro vantaggio questa situazione. Le proteste sono disorganizzate, è vero, siamo principianti della protesta, ma l’importante è che la mobilitazione ottenga visibilità, col tempo arriveranno i risultati politici, spero. Pretendiamo una qualità del servizio pubblico che sia pari a quella degli stadi appena costruiti. Non perderemo quest’occasione”.