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Le tre Americhe
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Le tre Americhe

Il saggio di Enrico Moretti spiega come globalizzazione e tecnologia stanno spaccando l'America. E continueranno a farlo.

20 Mag. 2013

Perché il numero delle coppie divorziate a Flint, in Michigan, è due volte quello di Boston, Massachussets ? Come si spiega che un parrucchiere di Seattle guadagni molto di più di un suo collega residente a Cleveland? E perché, nonostante gli sforzi e i miliardi di investimenti, alcune città degli Stati Uniti sembrano inesorabilmente lanciate verso un futuro di povertà e disoccupazione? In “La nuova Geografia del lavoro”, Federico Moretti ci dimostra che la risposta è la stessa per tutte e tre le domande.

Oggi non esiste più un’unica America. Ci sono tre Americhe distinte e sempre più diverse: l’America dinamica e benestante dei centri dell’innovazione, localizzati nella East Coast, in Texas e nella Silicon Valley; l’America legata all’industria tradizionale, sempre più obsoleta e depressa; infine, una schiera di zone “nel limbo” che oscillano fra un polo e l’altro. Non si tratta di differenze regionali, o statali: basta spostarsi di pochi chilometri per passare da un centro urbano in pieno fermento a uno povero e decadente.

Moretti battezza “grande divergenza” la progressiva divaricazione fra i tenori e gli stili di vita delle zone più ricche e quelle in declino. Ne individua le cause profonde, per cui nell’economia odierna l’unica produzione che non si può automatizzare o delocalizzare è quella delle idee. Dopo più di un secolo in cui le economie più sviluppate erano quelle che vantavano un florido comparto industriale, è cambiato tutto: il nuovo motore economico degli Stati Uniti, e di qualunque paese voglia prosperare, è il settore dell’innovazione.

La presenza di un hub dell’innovazione – che abbia il volto di Steve Jobs nella Silicon Valley, di Bill Gates a Seattle, o delle bioscienze a Boston e in Carolina del Nord – cambia radicalmente le sorti delle città e delle regioni. Un’impresa come la Intel o come la Texas Instruments produce lavoro e ricchezza, non tanto per gli ingegneri suoi dipendenti, ma soprattutto per il resto della cittadinanza (in larghissima parte impiegata nel terziario) a cui sia le imprese che i loro ricchi ingegneri si rivolgono per ricevere servizi di ogni genere – dal catering alla consulenza legale, dall’antiquariato allo yoga. Come mostra l’autore in un esempio eloquente: “il principale impatto della Apple sul quadro occupazionale della regione concerne impieghi estranei all’hi-tech”. Un posto di lavoro nell’innovazione ha, infatti, un effetto moltiplicatore che risulta in cinque occupati nei servizi locali, i quali per giunta ricevono salari migliori dei loro omologhi residenti nelle città americane più in difficoltà.

Per una crudele legge dell’economia, la dicotomia fra le due Americhe promette di accentuarsi nei prossimi anni. Moretti spiega che sono al lavoro “forze d’attrazione” per cui le grandi imprese di un determinato settore tendono a concentrarsi tutte nella stessa città o area urbana. Queste forze sono di carattere logistico ed economico ma anche umano: gli innovatori vogliono stare con altri innovatori per confrontarsi, discutere, concepire nuove idee.

Il risultato è che ogni start-up che non sia capeggiata da sprovveduti si stabilirà in un polo dell’innovazione già consolidato, contribuendo alla sua crescita, mentre diventa sempre più difficile, per le città rimaste impantanate nell’obsolescenza, attirare imprese innovative che possano rimetterle in carreggiata. E’ una prospettiva pericolosa per città come Cleveland, Cincinnati, Pittsburgh, che si avviano verso un futuro in cui si svuoteranno progressivamente dei loro cittadini più qualificati – attirati dai centri più opulenti – per divenire enormi città-ghetto gravate da povertà, criminalità e bassa qualità della vita.

“La nuova geografia del lavoro” con una prosa cristallina e scorrevole, racconta un futuro probabile in cui negli Stati Uniti verranno tracciate nuove frontiere interne secondo criteri di reddito e d’istruzione. Ma è anche un libro che frantuma i luoghi comuni sull’economia globale, non solo quelli americani (il mito delle PMI italiane viene sfatato in poche righe). Per quanto lo stesso Moretti affermi che non esista una formula magica per creare hub dell’innovazione, mette in chiaro che senza investimenti in ricerca e sviluppo, senza un sistema scolastico di livello, senza sussidi alle aziende più innovative, nessuna città- né Cleveland né Torino, né Flint né Lamezia Terme – potranno mai fare un passo avanti in quella direzione. E la sentenza per chi fallisce nell’impresa è ferale: di mancata innovazione, le economie muoiono.

 


a cura di Gian Maria Volpicelli

 

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