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Il crollo di Dhaka e il ciclone
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Il crollo di Dhaka e il ciclone

Le operazioni di salvataggio per il crollo dello stabilimento si sono concluse, ma ora è il ciclone Mahasen a minacciare il Paese

17 Mag. 2013

Il 24 aprile il crollo dello stabilimento tessile nella zona industriale di Savar, nella periferia della capitale Dhaka, ha focalizzato l’attenzione sulle norme di sicurezza nelle fabbriche del Bangladesh, dove si producono i vestiti per i grandi marchi dell’abbigliamento mondiale. Il bilancio delle vittime è di 1.127, secondo le operazioni di salvataggio concluse questa settimana.

Il salario minimo per i lavoratori tessili del Bangladesh è di circa 30 euro al mese, anche se molte fabbriche pagano di più per attrarre i lavoratori in un mercato del lavoro molto rigido. Il Bangladesh era all’ultimo posto nella classifica dei salari minimi per i lavoratori in fabbrica nel 2010, secondo i dati della Banca Mondiale.

A Dhaka, il governo ha ispezionato e chiuso più di una dozzina di fabbriche di abbigliamento a causa di problemi strutturali. Alcune aziende europee che producono in Bangladesh (tra cui Benetton e H&M) hanno firmato un accordo per garantire migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche. Sono state promesse ispezioni indipendenti sulla sicurezza e la pubblicazione dei risultati, oltre al coinvolgimento dei sindacati nel miglioramento delle condizioni di lavoro. La produzione di vestiti rappresenta circa l’80 per cento delle esportazioni del Bangladesh. 

All’inizio di questa settimana, alcune manifestazioni hanno spinto le autorità a chiudere più di 300 fabbriche di abbigliamento per alcuni giorni nella cintura industriale di Ashulia, nella periferia di Dhaka.

Il Bangladesh rimane in questi giorni al centro dell’emergenza. Il ciclone Mahasen ha colpito ieri la costa meridionale del Paese, sferzando con forti piogge e venti i i villaggi di pescatori e costringendo all’evacuazione oltre 1 milione di persone.

Secondo le Nazioni Unite la tempesta potrebbe mettere in pericolo la vita di circa 8,2 milioni di persone in Bangladesh, Birmania e del nord-est dell’India. Il pericolo era particolarmente elevato per le decine di migliaia di sfollati della minoranza musulmana Rohingya, che vivono in tende di plastica e in capanne fatte di canne, in decine di campi profughi lungo la costa occidentale della Birmania.

Cacciati dalle loro case con l’esplosione della violenza settaria della maggioranza buddhista nel Paese lo scorso anno, i Rohingya sono parte delle 140 mila persone che dallo scorso anno vivono accampate nelle zone costiere considerate altamente vulnerabili alle mareggiate e inondazioni.

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