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Tibet: karma disperato

Il suicidio è l’estrema rinuncia alla speranza, al futuro, sull’altopiano come nella diaspora

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Ultima una donna di 33 anni, Kal Kyi, 33 anni, madre di tre bambini nel Sichuan, con lei sono arrivati a 111 (dal 2009) monaci e persone normali auto immolatesi dentro e fuori dal Tibet. Una serie di morti impressionante che dà il senso di una grande disperazione. Il suicidio è l’estrema rinuncia alla speranza, al futuro, sull’altopiano come altrove.

Nei giorni scorsi il Dalai Lama ne ha parlato in un intervista (a Times Now) uno dei maggiori network televisivi indiani. “il suicidio è una forma di violenza ma quando questo è negativo o positivo, dipende dalle motivazioni e dagli scopi. Le persone che s’immolano non hanno problemi personali ma lo fanno per il Dharma e per gli interessi del TibetPenso, che il fattore decisivo sia la loro motivazione individuale. La motivazione è positiva se non determinata da cattiveria e odio, ma da compassione, mente pacifica. Questo è quanto dice il buddhismo.” Poi, l’anziano capo della diaspora ha, ancora e sicuramente senza, esito chiesto ai cinesi di dialogare, di andare a Dharamsala a constatare che non ci sono terroristi o sovversivi, ma solo tanta gente che, ormai, da più di 50 anni s’è organizzata una vita in esilio.

Poco prima del Losar (il capodanno tibetano) sotto il  sacro stupa di Boudha, dove si sono raccolti i quasi 20.000 tibetani in esilio in Nepal, s’era suicidato un ragazzo di 20 anni, Thundup Dobhen, proprio sotto gli occhi allungati e compassionevoli del Buddha, dipinti sulla cima del grande stupa bianco. La sua foto ci dà il volto di un ragazzo normale, con gli occhiali. I tibetani di Boudha furono sorpresi, immobilizzati da questa morte. Le feste famigliari e pubbliche, già ridotte per le immolazione passate, sono diventate ancor più essenziali. Solo preghiere sotto le bandiere colorate che inviano, al cielo i mantra di buon auspicio.

Anche le abituali manifestazioni di marzo (negli anni passati a volte violente),  in concomitanza con la rivolta di Lhasa sono state minime. Qui il governo nepalese aveva minacciato dure repressioni, per non frenare il flusso d’investimenti e di turisti (entrambi in crescita enorme) provenienti dalla Cina.

I suicidi di Lhasa, Dheli, Kathmandu, dopo Qinghai, Sichuan, and Gansu sono un evento drammatico, un segnale estremo di soffocamento e di convinzione (senza accettazione buddhista) che niente potrà mutare. Molti tibetani sono esclusi dallo sviluppo economico, Lhasa trasformata in una città di karaoke e di turismo di massa, l’identità di un popolo persa. Magari, molti in Tibet vorrebbero solo essere integrati, combattere le limitazione imposte dagli Han e raccogliere qualche dividendo dall’esplosiva economia cinese, avere la possibilità, come i loro coetanei di Dharamasala, di vivere, divertirsi, viaggiare.

Questo mi spiega l’amico Tsering, dal suo negozio d’antichità di Boudha. La sua famiglia è arrivata qui povera all’inizio degli anni ’60 e ha costruito una fortuna, uno zio a dipingere thanka in occidente, un altro lama abbastanza importante e ben sovvenzionato dai dharma-people occidentali, il padre a fare business. Un modello abbastanza comune, per i tibetani nepalesi.

Decenni di proteste, dice, non hanno portato a nulla. Solo parole, la Cina è troppo forte e , il ruolo del governo in esilio e la sua opera di mediazione e d’intervento esauriti. Il silenzio e la censura cinese stese sull’altopiano. Contro questa situazione s’inseriscono i suicidi, come quello del giovane (27 anni) Jamphel Yeshi a Dheli appena arrivato dal Tibet, durante le manifestazioni contro la visita in India del primo ministro cinese Hu Jintao lo scorso anno.

Tsering era lì;  e mentre la Cina ha reso le proteste continue in Tibet quasi invisibili, l’immagine di Yampel in fiamme ha fatto il giro del mondo, ha dato un volto alle decine di monaci immolati, ha radicalizzato la protest e portato all’imitazione. Non è un caso che il luogo in cui si è dato alle fiamme Jamphel è lo stesso che vide il primo estremo sacrificio di un tibetano, Thupten Ngodup, nel 1998. Per qualcuno è’ rimasto, l’unico, disperato modo, per lanciare un messaggio al mondo. “Io, conclude, non ci credo piu’”.

Intanto i cinesi, dopo le  abituali chiusure del Tibet ai turisti occidentali e alle limitazioni poste all’ottenimento dei visti, sembrano, dal prossimo aprile decisi a rendere più semplice l’accesso (forse anche individuale). Ormai i turisti occidentali non sono più un pericolo, si perdono nel circa un milione di turisti cinesi che visitano Lhasa.