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Sequestro express a Beirut

"Lebanon? It’s Spain with the bombs”

Immagine di copertina

Sequestro express Beirut

In questi giorni di omicidi e di annunci di guerra mi è tornata alla mente la battuta di un amico libanese. Sì, perché in fondo questo è il Libano. Sole, spiaggia, tramonti mozzafiato, fiesta notturna, interrotti ogni tanto da qualche bomba. Con cui ormai convivi da anni, per cui non ha più senso evocare la dolce spensieratezza del Libano prima della guerra civile, che esiste solo nei ricordi.

Due mesi fa vengo a sapere per puro caso che un caro amico di Beirut è stato sequestrato per una settimana. Nessun hezbollah, semplice malavita locale. Hanno chiesto un riscatto, i parenti hanno pagato un terzo della cifra, il mio amico è stato liberato. Un “sequestro express”, come dicono in Venezuela.

L’ho chiamato, gli ho chiesto perché non ci aveva detto niente, neppure un sms. “No big deal buddy, it’s Beirut. Thanks for asking though”. A Beirut il domani non esiste, vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo. Sarebbe stata la città preferita di Hemingway o di Yukio Mishima che ricordava che “solo in punto di morte assapori veramente la vita”.

Il resto non ci interessa. Chi ha ragione, chi ha torto tra Assad, Nasrallah e Hariri jr. Perché alla fine la verità non esiste. Come diceva un vecchio reporter del NY Times: “There is no truth in Beirut, only versions”.