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Di Battista
Home » Tecnologia

People not avatars: affermarsi come esseri umani per vivere nella tecnologia

Immagine di copertina

Pare che l’origine di Halloween vada rintracciata nella religione degli antichi Celti. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre, i morti potevano mettersi in contatto con i vivi attraverso una ‘porta temporale’ che avrebbe potuto ingabbiare i vivi nella dimensione dei morti e viceversa. Con il passaggio del colosso Facebook da Facebook Inc. a Meta Platforms, e con il lancio del progetto Metaverso, la porta che ci fa immergere in un nuovo mondo virtuale, cambierebbero ancora una volta drasticamente i paradigmi tra esseri umani, relazioni interpersonali e tecnologia.

Cos’è il Metaverso?

Spiegare cosa sia il Metaverso non è l’obiettivo di questo articolo, ma è fondamentale comprenderlo per comprenderne l’obiettivo. Partiamo dalle parole di Zuckerberg: Abbiamo telefoni che sono relativamente piccoli. La maggior parte del tempo che trascorriamo, fondamentalmente stiamo mediando le nostre vite e la nostra comunicazione attraverso questi piccoli rettangoli luminosi. Penso che non sia proprio così che le persone sono fatte per interagire. Mark Zuckerberg

Il termine Metaverso è stato coniato da Neal Stephenson nel romanzo Snow Crash nel 1992) e indica la convergenza tra il mondo fisico, la realtà aumentata e quella virtuale.

Se pensiamo al progetto condiviso dallo stesso Zuckerberg poco più di 5 anni fa, questo obiettivo sembra sempre più raggiungibile: lo sviluppo di Realtà Aumentata e Intelligenza Artificiale, unite a una connettività ancora più potente e diffusa sono da tempo nelle priorità della piattaforma. Tuttavia, nella visione del fondatore di Facebook, quella che ci si prospetta è una sorta di era post-mobile, un’evoluzione di questi dispositivi rettangolari per restare in contatto in un modo totalmente nuovo, in cui sarà possibile essere lì senza essere lì, potendo così ritrovarci in ufficio, al pub, allo stadio o in Islanda pur stando fisicamente a casa.

Questo nuovo mondo impatterà le relazioni e il tempo libero: potremo condividere esperienze e opinioni “guardandoci negli occhi” nello stesso spazio – senza tuttavia essere fisicamente nello stesso luogo, ma presenti con il proprio ologramma totalmente personalizzabile.

Una vera e propria rivoluzione, che con ogni probabilità sarà esperibile, almeno in prima istanza, attraverso gli strumenti prodotti o co-prodotti dallo stesso Facebook, Oculus e Ray Ban Stories, che rappresenteranno la porta d’ingresso a tutto questo. E Mark vede in questo suo progetto una delle soluzioni per salvare il pianeta, in quanto ridurrebbe le emissioni di CO2 (a mio avviso una trovata di comunicazione debole, soprattutto in relazione alla sempre più diffusa conoscenza sui danni ambientali causati dai server. Ma questo è un altro discorso)

Il Metaverso tra necessità e opportunità

Questa mossa era inevitabile per Facebook: dalla necessità di deviare l’attenzione mediatica dagli scandali che ne minano la reputazione, alla necessità di dare nuova linfa al brand (sempre meno attraente per le nuove generazioni) e competere con le sempre più forti Fortnite e Roblox, piattaforme all’interno delle quali artisti e brand lungimiranti si stanno posizionando con successo. Non a caso, nella giornata del 29 ottobre troviamo questo Tweet di Meta indirizzato a Balenciaga, brand di moda che collabora con Fortnite.

Da amante della tecnologia, dell’innovazione e dello storytelling non posso che essere emozionato per la nascita di questo nuovo mondo che offrirebbe nuove opportunità per raccontare storie, far interagire brand e consumatori e far vivere agli appassionati di sport eventi dalla portata planetaria (purché ci sia accesso al Metaverso).

Metaverso vs Black Mirror: tutti malati terminali

Anche in questo caso, come avevo fatto per l’episodio precedente, vi ripresento un episodio della mia amata Serie TV Black Mirror: San Junipero (Stagione 3, ep. 4).

In questa distopia avevano accesso al mondo virtuale (un vero e proprio Metaverso) anziani in procinto di morire e malati terminali. Infatti, la Serie TV prodotta da Charlie Brooker vede in questo mondo la possibilità di vivere come il nostro corpo non ci può più permettere di fare e di diventare chi avremmo voluto essere “in vita”. In questo caso, il concetto di portare l’essere umano in un’altra dimensione è paragonabile a una terapia del dolore, a un accompagnamento dolce verso la morte.

Zuckerberg ci vuole “paralizzare” ancora di più di quanto non stiamo già facendo per l’incapacità di gestire la divisione della vita tra fisico e digitale e maschera dietro questo grande progresso, questo nuovo mondo, una serie di errori gravissimi commessi nel corso degli anni ai danni dei suoi utenti (o prodotti, come The Social Dilemma ci ha definiti).

Il mondo che l’AD di Meta Platforms ci offre è un’ipnosi nella quale cadremo, dalla quale non usciremo più – se non a seguito di eventi drastici – e nella quale accetteremo il fatto di perdere il controllo e il dono del nostro corpo.

Siamo in grado di vivere nel Metaverso?

Domanda azzardata e con risposta incerta, considerando che è un progetto che non prenderà vita domani. Tuttavia, la mia riflessione è più ampia e concerne perlopiù il presente dell’umanità in relazione a un mondo digitale limitato agli smartphone dove le difficoltà sono già tante, l’interazione interpersonale diventa sempre più complessa e, di conseguenza, aumentano casi di depressione e dipendenza digitale, in una sorta di ipnosi cosciente.

Non costruiamo servizi per fare soldi, facciamo soldi per costruire servizi migliori. Zuckerberg

Se ciò che sostiene fosse vero, Mark saprebbe esattamente che non è il momento di dare vita a un Metaverso. Non siamo ancora coscienti dell’utilizzo e della regolamentazione del digitale, figuriamoci di un mondo virtuale. Purtroppo, il progresso tecnologico non si può arrestare, il lato oscuro di questa nuova piattaforma non tarderà a rivelarsi e mi chiedo se, a quel punto, saremo ancora in grado di poter affermare che siamo #PeopleNotAvatars.

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