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Home » Sport » Calcio

Il grande gioco: con gli ultimi Mondiali si è consumata la metamorfosi del calcio in intrattenimento globale

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L'alleanza tra Infantino e Trump. L'allargamento a 48 squadre. E la finale trasformata in un concerto pop. L'edizione 2026 ha consacrato la mutazione di questo sport in una grande multinazionale dell'intrattenimento. Ma i miliardi non bastano a comprare la passione: sul campo a dominare è ancora la vecchia Europa

Che abbia vinto la Spagna contro l’Argentina, con l’Inghilterra e la Francia a completare il quartetto di testa, non rappresenta una sorpresa. Questo finale tra campioni affermati non basterà forse a mettere in secondo piano le notevoli e determinanti novità di questi Mondiali di Calcio del 2026. Quarantotto nazionali provenienti da ogni continente. Centoquattro partite in più di un mese. Tre diversi Paesi a organizzare il torneo. Mai un Mondiale era stato così grande.

Il nuovo scacchiere
L’allargamento del torneo da trentadue a quarantotto squadre è stato presentato dalla Fifa come un passo naturale in un calcio ormai sempre più globale, in cui i tifosi si moltiplicano in ogni Paese del mondo e nascono movimenti calcistici anche in angoli del pianeta che col pallone sembravano avere poco a che fare. Coinvolgere più federazioni, più nazioni, ha significato dare peso e visibilità anche a realtà che in passato hanno avuto poco spazio, ma limitare questo discorso solo all’aspetto sportivo non darebbe una visione completa del fenomeno. Più squadre significano più partite, quindi più sponsor, più diritti televisivi, più pubblico, più potenziali tifosi da raggiungere. Ma significa dare anche un maggiore peso sportivo e politico a un numero maggiore di realtà, un aspetto tutt’altro che secondario in un’organizzazione in cui ogni federazione nazionale dispone dello stesso peso elettorale e in cui il consenso del leader deve passare anche dal voto delle federazioni più piccole e con una cultura del pallone meno radicata. Il vertice del calcio continua a concentrarsi soprattutto in Europa e, in parte, in Sud America, ma il potere elettorale e decisionale della Fifa è molto più capillare, con federazioni anche piccole e con cultura calcistica recente che hanno il loro peso e partecipano a una partita molto ampia.

Questa dinamica racconta l’evoluzione del calcio dei nostri giorni, in cui le grandi competizioni non sono solo eventi sportivi, ma piattaforme economiche, strumenti diplomatici e vetrine internazionali per manifestare il proprio soft power. E in cui ogni mondiale riflette dinamiche politiche del proprio tempo. Quattro anni fa il Qatar voleva raccontare una monarchia del Golfo in ascesa che voleva mostrarsi oltre il petrolio, otto anni fa la Russia voleva mostrare il suo volto di potenza oltre l’immagine legata al passato sovietico (per quanto l’annessione della Crimea e la guerra in Ucraina abbiano incrinato questa narrazione), dodici anni fa il Brasile si mostrava come un Paese emergente in grado di organizzare mondiali e Olimpiadi in due anni, sedici anni fa il Sudafrica diventava il primo Paese africano a organizzare il torneo. Oggi il mondiale organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico non cerca il riconoscimento o la visibilità di una potenza emergente, ma mostra come il Nord America voglia acquistare centralità nel calcio di oggi, a partire dagli States, che spesso l’immaginario collettivo ha accostato al football come al basket passando per il baseball, mettendo il calcio sempre in secondo piano.

L’anomalia americana
Gli Stati Uniti, infatti, sono stati per decenni un’anomalia nel calcio globale. Più volte nella storia si è provato a coinvolgere campioni come Pelè, Giorgio Chinaglia o Franz Beckenbauer, più volte si è provato a introdurre regole leggermente diverse che venissero maggiormente incontro al pubblico americano, nella speranza di coinvolgere una fetta di potenziali tifosi di decine di milioni di persone, ma negli anni poco sembrava cambiare. Persino quando nel 1994 il Mondiale sbarcò negli States per la prima volta, si ironizzava sullo scarso interesse della popolazione locale: “Nessuno allo stadio”, cantavano Elio e le Storie Tese a sottolineare questo sentimento diffuso. Poi, gradualmente, le cose sono cambiate: investimenti, piattaforme di streaming e broadcasting, hanno portato alla crescita della Major League Soccer, il campionato statunitense, all’arrivo di Lionel Messi, e a un crescente interesse del pubblico che rende oggi il Nord America uno dei mercati più in espansione in materia calcistica.

La scelta delle sedi dei Mondiali, tuttavia, rivela come il ruolo della Fifa vada ben oltre quello di una federazione sportiva e si avvicini sotto molti aspetti a una media company di importanza globale: lo spettacolo che si vede in campo è solo una parte dell’obiettivo che ci si aspetta da una Coppa del Mondo, così come le presenze allo stadio. Al fianco di questi c’è il proposito di arrivare a nuovi mercati, a nuovi tifosi che sottoscriveranno abbonamenti in pay-tv, visualizzeranno contenuti in streaming, acquisteranno maglie di squadre di calcio e gadget vari, genereranno nuovo pubblico e nuovi ricavi.

Il peso della politica
Se calcio e politica sono sempre stati più uniti di quanto si possa pensare, il ruolo del calcio come strumento politico ed economico è ormai sempre più palese, e in questo non può passare inosservato lo stretto rapporto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il numero uno della Fifa Gianni Infantino, da entrambi serenamente enfatizzato e che sembra non essere riducibile a una mera vicinanza personale. La Fifa, infatti, ha offerto agli Stati Uniti le condizioni per organizzare nel 2025 la prima edizione del nuovo Mondiale per Club, e poi quest’anno un evento simbolo di quanto questo pezzo di mondo voglia contare ai livelli più alti del calcio. Dall’altra parte, l’America ha offerto alla Fifa le condizioni per organizzare il mondiale più grande della sua storia (un evento in cui il ruolo di Messico e Canada come co-organizzatori è stato sicuramente secondario rispetto a quello di Washington). Questi effetti sono sicuramente più indicativi del siparietto in cui Infantino consente a Trump di tenere la Coppa del Mondo in mano in barba alle convenzioni e persino più della candida ammissione del presidente americano di aver telefonato a Infantino per chiedere la revoca della squalifica del centravanti Folarin Balogun, un episodio che rischia di rappresentare un macroscopico precedente sulla gestione dei cartellini rossi.

La via dell’intrattenimento
Se il caso Balogun merita di essere trattato a parte, va però detto che mai come in questo mondiale si sono viste innovazioni, magari piccole ma forse decisive, alle regole e alle convenzioni del calcio. Sul fatto che queste novità migliorino o peggiorino il gioco ognuno avrà senz’altro la sua risposta, certo è che mostrano come il calcio non risponda più solo a dinamiche strettamente sportive, ma anche di intrattenimento. Le gare non devono limitarsi a essere partite di calcio, devono essere uno spettacolo coinvolgente anche per gli spettatori più distaccati, con pochi tempi morti, ritmo, contenuti, che oltre a rendere il tutto più sensazionale portano, non ultimo, un maggiore valore economico. E quindi, ecco che già quattro anni fa in Qatar si è aperto un ampio dibattito sui minuti di recupero e il tempo effettivo di gioco in un calcio in cui le revisioni al VAR hanno creato pause del gioco più lunghe, e in cui si prendono sempre più provvedimenti per evitare che si impieghi troppo tempo a rimettere il pallone in gioco, cercando così di mantenere un elevato ritmo della partita. Il caldo estivo ha fatto inoltre introdurre, a metà di ciascuno dei tempi regolamentari, lo “hydration break”, una pausa che da un lato rompe il ritmo ma permette ai giocatori di rifocillarsi. E, non da ultimo, aggiunge due pause pubblicitarie in mondovisione.

Ma lo spettacolo non è stato solo pubblicità e le convenzioni del calcio sono scese a patti con la spettacolarizzazione dell’evento anche nella finale dei Mondiali, dove per la prima volta nella storia l’intervallo anziché un quarto d’ora è durato 25 minuti per consentire di mettere in scena un “halftime show”, uno spettacolo che ha visto protagonisti come Madonna e Shakira, Justin Bieber e Burna Boy, inserendo l’intrattenimento di alto livello in mezzo a una delle partite più attese e seguite. E qui si potrebbe far notare che mentre alle Olimpiadi la cerimonia di apertura è qualcosa di atteso e memorabile, che rappresenta a tutti gli effetti uno dei passaggi principali dei Giochi, nel calcio le cerimonie sono solitamente un breve show che precede la prima e l’ultima partita senza muovere gli stessi mezzi organizzativi e lasciando spazio soprattutto al calcio. Lhalftime show della finale del MetLife Stadium potrebbe cambiare questo paradigma e solo i prossimi grandi eventi calcistici ci sapranno dire se sia stato o meno un precedente da cui non si tornerà indietro.

I limiti dei grandi capitali
Ma spettacolo e valore economico a parte, come sono andate sul campo le organizzatrici del Mondiale? Storico senza dubbio il risultato del Canada, che arriva per la prima volta nella sua storia agli ottavi di finale, stesso traguardo raggiunto dagli Stati Uniti. E anche dal Messico, che tuttavia non sarebbe corretto mettere sullo stesso piano degli altri due Paesi organizzatori, avendo una cultura calcistica storica e molto più strutturata. Per quanto buono, però, il risultato non proietta, almeno al momento, gli States nell’Olimpo del calcio, a testimonianza che i grandi investimenti nello sport non portano automaticamente a una crescita del calcio locale.

È qualcosa che sa bene la Cina, che negli anni 2000 ha fatto importanti investimenti nel mondo del calcio, portando talenti dal resto del mondo nel proprio campionato con l’obiettivo di costruire un ecosistema tale da portare il Paese a diventare una potenza globale del pallone. Tuttavia, con il tempo ha notato che questo non aveva portato ad alcuna crescita del proprio livello della nazionale, tanto che, arrivata la pandemia di Covid ed essendosi reso necessario tirare la cinghia, Pechino ha deciso di chiudere i rubinetti proprio al calcio. E sembra saperne qualcosa anche l’Arabia Saudita, che ha investito cifre fantasmagoriche per ingaggiare alcuni dei più noti campioni al mondo a partire da Cristiano Ronaldo, Neymar e Karim Benzema: se questo sembrava destinato a lanciare il proprio campionato su scala globale, non possiamo dire che esso sia entrato nell’immaginario collettivo dei tifosi. Perché al di là dello spettacolo, il calcio è appartenenza, tradizione strutturata, che si forma al di là della retorica col tempo e la passione, al di là degli investimenti. E mentre campioni pagati cifre mai viste si susseguono nella Saudi Pro League, il livello della nazionale di calcio non sembra crescere particolarmente, fatta eccezione per la storica e sorprendente vittoria contro l’Argentina (poi campione del mondo) quattro anni fa in Qatar.

L’Europa ancora al centro
Il centro del calcio, dunque, sembra rimanere l’Europa, anche in un calcio sempre più globale, in cui nazionali da poco sulla scena che conta sono competitive, in cui nazionali storiche – a partire dalla nostra cara Italia – si trovano in difficoltà, e in cui non sembra più esistere il concetto di “squadre cuscinetto” come lo intendevamo una volta. Anche le realtà emergenti e non europee, infatti, sono fortemente influenzate dalla formazione calcistica europea. Un esempio su tutti? Il Marocco. Il Paese nordafricano è stato la rivelazione del mondiale 2022, dove è arrivato quarto, mentre in questa edizione è arrivato ai quarti di finale. Non parliamo più di una rivelazione, ma di una realtà, con giocatori di calibro mondiale che giocano nelle società più prestigiose. Questa realtà è uno dei simboli di come le nazionali, nel mondo globalizzato, siano ormai sempre più transnazionali: una parte consistente dei suoi giocatori, infatti, sono figli di emigrati, nati chi in Spagna, chi in Francia, chi in Belgio e chi in Olanda, atleti che al di là della loro identità sono cresciuti da un punto di vista sportivo nel calcio europeo.

L’Europa, dunque, continua a rimanere centrale: non esistono a livello di club tornei che riescono a suscitare l’attenzione della Champions League, nemmeno l’ambizioso Mondiale per Club voluto da Infantino e disputatosi lo scorso anno negli States ha avuto un’attenzione paragonabile, per quanto abbia la giustificazione di essere ancora alla sua prima edizione. Ma proprio il peso dell’Europa nel calcio e l’attenzione di Infantino a coinvolgere altre realtà in nome di un ampliamento del pubblico è alla base delle frizioni tra l’Uefa – la federazione del Vecchio continente – e la Fifa. Il calendario internazionale sempre più folto, il nuovo formato del Mondiale per Club, la distribuzione delle risorse sono infatti stati una ragione di contesa tra le due realtà.

E a proposito di novità e tradizione, il prossimo Mondiale, quello del 2030, sarà ospitato nuovamente da tre Paesi, che saranno Spagna, Portogallo e Marocco. Due realtà calcistiche consolidate, una emergente. Due Paesi europei, solitamente attenti a creare grandi eventi con un occhio alla sostenibilità e una monarchia nordafricana che ha fatto grandi investimenti sul calcio per mettersi in luce. Che sviluppo avrà, lo vedremo, mentre nel 2034 sarà l’Arabia Saudita, forte dei suoi investimenti faraonici nel pallone, a ospitare il Mondiale.

Le sfide del futuro
Cosa saranno le prossime edizioni non lo sappiamo, così come non sappiamo cosa i posteri ricorderanno di questa: se la vittoria della Spagna di De La Fuente, il 6-4 dell’Inghilterra contro la Francia nella finale di terzo e quarto posto, il caso Balogun o l’halftime show. Certo è che i Mondiali, come qualsiasi realtà che va avanti da quasi un secolo, sono sempre uno specchio del proprio tempo. Cambiano la politica, l’economia, la tecnologia, cambiano le nostre abitudini, cambia il modo di seguire lo sport. Del passato ricordiamo con un sorriso le vecchie mascotte, i palloni e le canzoni ufficiali, ma ciò che resta davvero nella memoria sono i goal, le partite epiche, i loro protagonisti. Sicuramente ricorderemo anche gli hydration break e lo spettacolo all’intervallo della finale, ma ricorderemo soprattutto le parate di Vozinha e il goal di Lopes Cabral di una sorprendente Capo Verde, la rimonta dell’Argentina contro l’Inghilterra con i due assist di Messi per Enzo Fernandez e Lautaro Martinez, il goal di Ferran Torres che ha consegnato la coppa alla Spagna. Perché il Mondiale è senz’altro un grande evento, un’occasione politica ed economica, ma in ogni caso è prima di tutto calcio.

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