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Serie e film: cosa vedere questo weekend in tv. I consigli del regista Matteo Vicino su TPI

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Maid e il politicamente corretto. Anatomia di un disastro

Cosa vedere questo weekend in tv: la rubrica di TPI

Questa settimana ci dedicheremo interamente al Serial “Maid”, campione di visualizzazioni su Netflix. E non per parlarne bene, ma per testimoniare quanto il problema del politicamente corretto abbia intaccato l’arte a tal punto da rendere Cinema e Serial grotteschi epigoni di una epoca d’oro straordinaria e irripetibile, da Breaking Bad a House of Cards, stroncata da prodotti da banco come questo, forti del target audience femminile, una parte di esso, incline all’autocommiserazione e all’assoluta incapacità di capire l’arte sotto ogni forma.

Maid è secondo per bruttezza soltanto a “Unbelievable”, sempre Netflix, disastroso viaggio alla Dickens nella storia di una ragazza violentata a cui nessuno, ma proprio nessuno, crede, nonostante chiari segni di violenza sessuale ed effrazione del suo appartamento. Un grottesco e ridicolo susseguirsi di sfortune per sette virgola cinque puntate, per poi avere i venti minuti finali in cui tutti gli uomini presenti nel sito si sono comportati come perfetti idioti, inadeguati o violentatori, e la donna poliziotto risolve il caso, all’ultimo, in un tripudio di lacrime, incapacità narrativa, noia, disagio.

Una epopea, quella contemporanea, di prodotti a target femminile costellati da devastazioni narrative, vuoto cosmico, mediocrità assoluta, da Emily in Paris, a Bridgerton, a Baby, a 365. Un massacro completo, un assassinio e abominio dell’arte, che ha colpito pesantemente il cinema con Nomadland e altri disastri. Una terapia di gruppo collettiva, in cui se oggi arrivasse uno Scorsese, un Robert Altman, uno Stanley Kubrick, sarebbero cacciati a pedate e catalogati come “Maschi Cisgender”.

Una catastrofe in cui i veri artisti, come Louis Ck, vengono massacrati ed eliminati dal mondo dell’arte e solenni sconosciute vengono messe a dirigere opere con il valore artistico di un souvenir di un negozio cinese a Venezia. Ed è un peccato perché sono le donne che hanno lanciato tanti grandi artisti, quando tutto era più facile di così. Si narra che i produttori di Robert Altman videro “M.A.S.H.” bocciandolo, e furono due amiche dei produttori a dire “Ma non capite che è arte vera?” Risultato, grazie a queste due donne: code ai botteghini mai viste per un film capolavoro. Il pubblico femminile, quando vuole, è ben superiore a quello maschile. Allora, perché siamo finiti così?

Maid vede Margaret Qualley, modella e, con tanto coraggio, attrice, e la sua (vera) madre Andie McDowell insieme. Sarebbe un piacere ritrovare la McDowell dopo i suoi grandi successi, Ricomincio da Capo e Green Card, film veri, fatti da sceneggiatori e registi veri, ahimè per il movimento Metoo uomini, ma il piacere naufraga nel vedere un personaggio urlatrice isterica professionista, completamente dissociata dalla realtà e dallo spazio, simbolo di ogni rapporto non risolto madre e figlia. Come la figlia sia potuta crescere normale è uno dei misteri della sceneggiatrice.

Ma andiamo con ordine, giusto per capire meglio i tratti grotteschi di “Maid”. Una Modella di 177 Cm. Caucasica, è la prima nella storia della civiltà a non avere amici, compagni di classe, cugini, zii, si ritrova senza lavoro con una figlia a carico. Basterebbe entrare in un qualsiasi Starbucks per ottenere lavoro, o fare ciò che è proprio per caratteristiche fisiche, cioè la modella, o se fosse in Italia prendere il reddito di cittadinanza che non viene negato a nessuno che non abbia o non voglia cercarsi lavoro, ma lei no. Finisce a pulire Water muniti con topi, entra in una giungla burocratica, non viene pagata 37 dollari e con la storia del pagamento mancato andiamo avanti quattro, dico quattro, puntate.

Il Casus belli? La modella poteva scegliere due ragazzi, uno è ingegnere edile, tranquillo, sereno e innamorato di lei, l’altro è un belloccio in odore di alcolismo. Chi sceglie lei? Ça va sans dire. La colpa di lui? Avere lanciato un bicchiere contro il muro. Cosa si fa? Se ne parla, si va alla polizia, si tenta una cura, si fa terapia? Macché. Lei prende l’auto e se ne va. Salvo schiantarsi dopo trenta metri in auto con la figlia dentro. Ma ovviamente il serial si concentra sul vittimizzare la vittima, vittimizzando lo spettatore, vittimizzando il processo audiovisivo che diventa una estenuante galleria di sfighe impossibili in occidente, abusi, incidenti stradali, notti passate nelle sale d’attesa di traghetti, odissee nella burocrazia, miliardari tirchi e cattivissimi, scatolette per cena, roba che in confronto Oliver Twist è una passeggiata.

Abusi emotivi, donne che non possono fare a meno di tornare dal loro aguzzino. Il tutto fatto con la pesantezza atroce di una scrittura che non ha idea di quello che sta facendo, se non inconsapevolmente di punire una bella ragazza giovane che ha scelto l’uomo sbagliato. E giù lacrime, e giù identificazione delle tante desperate single della provincia italiana, che piangono insieme alla protagonista. E qui veniamo al punto. Perché il sospetto è che davanti a tale crudeltà ci sia piacere, come se vedere un’altra donna in difficoltà generasse oltre empatia.. anche piacere. È più di un sospetto. E Unbelievable fa lo stesso.

Tra una sceneggiatura prevedibile come il ciclo giorno/notte, una madre completamente fuori di senno che sembra una parlamentare no-vax dei Cinque stelle, stacchetti musicali a cui confronto i Maneskin sono Van Halen, scene surreali come il presentarsi da giudici senza avvocati, non avere una rete di protezione di amici, Maid è una lunghissima, incredibilmente noiosa terapia di gruppo per chi nel gentil sesso sceglie sistematicamente per i primi quarant’anni della vita l’uomo più bello, non il più giusto, salvo poi accusare gli uomini di essere inadeguati.

In questo Maid, parafrasi a parte, centra il punto. Come Teorema di Marco Ferradini, assistiamo inermi al rifiuto continuo da parte della modella prestata alle pulizie di rendersi conto che l’uomo giusto è davanti a lei, è il ragazzo che le presta la macchina, che le offre soldi per andare avanti, che vorrebbe costruire qualcosa con lei. E in questo tutte le persone “rotte” sono così, sia uomini che donne. Con una infanzia difficile è complicato lasciarsi andare alla persona giusta, si sceglierà sempre quella sbagliata. Ultima nota su Margaret Qualley, amatissima dal pubblico femminile, è poco espressiva e poco reattiva. Zendaya, con Euphoria è ad anni luce, e forse avrebbe potuto salvare questo serial che non niente, ma proprio niente, di artisticamente valido. Risultato: uno dei più visti su Netflix.

Su AppleTv+ è uscito un serial chiamato “Il Problema con Jon Stewart”. Strepitoso. Un manuale per ogni giornalista vero. Un inno a come il giornalismo può cambiare il mondo. Il problema del problema di Jon Stewart? Parla di temi importanti, è condotto da un uomo. E’ bello, commovente, forte. Risultato? Non lo guarda nessuno. A chi interessa veramente il prossimo, le malattie dei veterani d’America, quando possiamo guardare “Maid” e ritrovarci nelle vicende dell’unica modella d’alta moda professionista al mondo che pulisce bagni, non pagata? L’abisso del politicamente corretto è appena cominciato, e disintegrerà ogni forma d’arte vera.

il problema con jon stewart

Leggi tutti gli articoli del regista Matteo Vicino su TPI

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