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Il regista Alessandro D’Alatri: “Non farò Ricciardi 2. È una questione di onestà e dignità. In Italia lavorare bene è pericoloso”

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Alessandro D'Alatri

“Bisognerebbe istituire il ‘casellario degli onesti’ perché ormai in Italia essere persone per bene è una pregiudiziale. Viviamo in un paese in cui la cosa più pericolosa è essere bravi ed essere felici”. Alessandro D’Alatri non sarà il regista della seconda serie di Il Commissario Ricciardi. Dopo averlo lasciato intendere in alcuni post sui social, il regista romano lo annuncia ufficialmente dal palco del Terni Film Festival, sul quale è salito per presentare il film La febbre con Fabio Volo e parlare nella nuova fiction a cui sta lavorando: Un professore con Alessandro Gassman.

La Febbre tra i miei film è quello che più di ogni altro racconta la difficoltà di vivere in Italia. Il nostro è un Paese dove è difficoltoso fare le cose bene: paradossalmente sei facilitato se lavori male”. Nato a Roma nel 1955, D’Alatri ha debuttato da bambino come attore con Luchino Visconti, dopo essere stato notato ad una recita scolastica, e ha interpretato sceneggiati televisivi, pubblicità e film come Il giardino dei Finzi Contini. Passato dietro la macchina da presa, ha diretto alcuni degli spot più celebri degli anni ’80 e ’90 e lanciato Kim Rossi Stuart (con Senza pelle nel 1995) e Fabio Volo (con Casomai nel 2002).

In televisione è arrivato nel 2019 con la seconda serie di I bastardi di Pizzo Falcone ed è tornato quest’anno al Terni Film Festival dopo aver vinto ben quattro angeli (alla carriera nel 2008, film dell’anno per Sul mare nel 2010 e film dell’anno e regia nel 2018 per In punta di piedi).

“Ormai ho una carriera lunga e intensa, ma è ancora difficile per me relazionarmi con i meccanismi industriali. Chi pratica dignità e fratellanza oggi viene considerato un nemico, e questo a prescindere che faccia l’artista, il geometra, il medico, l’imprenditore o il tabaccaio”

In effetti si parla molto di diritti e di discriminazioni, ma di fratellanza pare che ormai ne parli solo il Papa.
“Che non a caso in molti lo vorrebbero mettere a tacere. Il problema è che la fratellanza non può essere imposta per legge. La libertà e l’uguaglianza sì, ma non può esistere una legge che imponga agli uomini di sentirsi fratelli; per questo è un tema che andrebbe affrontato anche a scuola”.

Lei ha pagato a caro prezzo la sua libertà: dopo I giardini dell’Eden che raccontava la giovinezza di Gesù, i cattolici l’hanno accusata di essere New Age e i laicisti di essere cattolico.
“Anche La febbre è un film che ho pagato caro. La scena con il Presidente, quando il protagonista dice “Il gioco è truccato”, mi avevano chiesto di tagliarla: io mi sono imposto e ho subito anni di oscurantismo. Quello stesso anno, però, Ciampi mi convocò al Quirinale e mi diede un riconoscimento per questo lavoro. La vita facile non l’ha conosciuta nessuno nell’onestà, ma questo non vuol dire certo che non ne valga la pena”.

Oggi la fiction Rai ha una qualità media molto bassa, forse anche perché molti suoi colleghi fanno televisione solo per motivi “alimentari”. Il Commissario Ricciardi, invece, ha stupito tutti per l’alto livello.
“Infatti non me lo fanno rifare. E’ stata così tutta la mia carriera: grandi successi, eppure ogni volta devo ricominciare da capo. Il successo di Ricciardi è stato il prodotto di una fatica inenarrabile: la qualità riconosciuta da tutti veniva da un combattimento quotidiano per difendere i libri di Maurizio De Giovanni. E’ stato un percorso tutt’altro che facile, perché portare in prima serata un film ambientato negli anni ’30, con atmosfere dark e una Napoli inedita sembrava una cosa molto pesante. Io ci ho creduto, ho lottato, e infatti adesso non farò la seconda stagione”.

Non ci sono speranze?
“Non me l’hanno proposta, ma anche se me l’avessero proposta non l’avrei fatta, perché le condizioni in cui ho lavorato non sono ripercorribili. Ho chiuso. Ci sono dei valori, nella vita che non sono commerciabili, non c’è patteggiamento. Quando sono in gioco l’onestà, la stima e la dignità sono io sono il primo a fare le valigie e andarmene. Ma è l’ennesima volta che faccio una cosa fatta bene e devo pagarla: è una condanna che mi porto avanti, e per me è diventata una bandiera”.

Perché viviamo in queste condizioni?
“Perché siamo stati traditi. Il virus, in questo momento, è la cosa che mi preoccupa di meno. La famiglia ha tradito, la parrocchia ha tradito, gli ideali sono morti, dati in pasto a una politica che è diventata solo una spartizione di logiche di posizione. La giustizia ha tradito, persino la sanità: da un anno e mezzo assistiamo a un coro di voci di esperti che si contraddicono in continuazione. Viviamo in un’epoca senza certezze e in cui sono venuti meno tutti i punti di riferimento. L’ultimo riferimento che ci è rimasto è la ricerca della verità: ci vogliono dei “combattenti della verità”, perché oggi quel diaframma che separava il falso dal vero è caduto completamente”.

Internet ha fatto un lavoro devastante, sotto questo profilo.
“Paradossalmente il livello di ignoranza aumenta nel momento storico in cui è più facile comunicare. Su questo dobbiamo lavorare: abbiamo gli elementi per lavorare sulla remissione dell’odio. Vogliamo rimboccarci le maniche per cominciare a farlo?”.

Ha detto che anche essere felici è pericoloso.
“Io a volte ho pudore a dire che sono felice, perché quando mi guardo intorno vedo gente devastata. Le persone vivono nell’infelicità, l’assenza di prospettive per il futuro sta negando qualsiasi elemento di vivibilità su questo pianeta”.

Insomma dobbiamo stare attenti a non essere troppo bravi e a non essere troppo felici?
“La radice dell’infelicità è il desiderio: e noi siamo logorati dai desideri. La felicità è essere contenti di ciò che si ha, ma viviamo in una società che punta ad incentivare i desideri per incrementare l’infelicità. Perché? Lo spiego anche in Casomai: l’infelicità è un terreno fertile per il consumo. Ravvivare il desiderio serve ad aumentare i consumi, ed esasperare i conflitti sociali serve a rendere le persone più sole, quindi più manipolabili e consumiste. Io ho lavorato in pubblicità per decenni, quindi conosco bene queste dinamiche. Ho amici che si sono ammalati di Covid che mi hanno detto che, una volta guariti, hanno apprezzato anche il solo fatto di poter respirare l’aria: è quando non abbiamo più niente che capiamo quanto siamo ricchi. Ed è su questo che dovremmo fare delle campagne! Papa Francesco la sta facendo, una campagna pubblicitaria sull’amore per la vita, ed è per questo che lo vogliono azzittire. La frase più rivoluzionaria che conosco l’ha detta un altro papa, Paolo VI: “è finita l’epoca dei maestri, comincia l’epoca dei testimoni”. Non abbiamo bisogno di gente che predica e che giudica, ma di persone che vivono con coerenza la loro vita. Io ci provo”.

Non farà né I bastardi di Pizzofalcone 3 Ricciardi 2. Però sta lavorando già ad una nuova fiction, ancora con Alessandro Gassman.
“Sarà una cosa completamente diversa da quelle che ho fatto finora. Si chiama Un professore ed è che la storia di un professore di filosofia: saranno 12 episodi e ognuno è dedicato a un filosofo. Mi ha molto entusiasmato l’idea di portare in prima serata su Rai 1 il tema della filosofia. E’ un ottimo stimolo per riflessioni perché devo dire che i grandi filosofi non tradiscono mai. Sono molto felice di questo progetto: ho appena finito le riprese e ora sono in fase di montaggio”.

Quando andrà in onda?
“La nostra scuola riaprirà, come le altre, in autunno. Fa impressione pensare che durante l’emergenza sanitaria la nostra era l’unica che lavorava in presenza. Una presenza bellissima: avevo una classe con venti ragazzi straordinari, che mi dicevano: ‘è stato bello lavorare in questo film, perché ha riempito quel buco che le scuole chiuse avevano lasciato”.

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