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Parkinson, giornata mondiale: uniti contro la malattia degenerativa

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Giornata mondiale contro il parkinson

L'11 aprile 2018 si tiene la Giornata mondiale del Parkinson, la malattia neurodegenerativa che in Italia interessa 230mila persone

Parkinson Giornata mondiale 2018

La Giornata mondiale del Parkinson 2018 è un evento che si tiene ogni anno l’11 aprile per sensibilizzare e far conoscere una malattia degenerativa che in Italia ha già colpito 230mila persone.

L’obiettivo di questa Giornata è coinvolgere sempre più persone nella lotta contro il Parkinson e dare un contributo alla ricerca di una cura per questa malattia.

L’11 aprile è la data di nascita del dottor James Parkinson, che nel 1817 aveva pubblicato il “Saggio sulla paralisi agitante”. Grazie al suo lavoro il Parkinson è stato riconosciuto come patologia medica a livello internazionale.

La prima Giornata mondiale del Parkinson si è tenuta l’11 aprile 1997 ed è stata organizzata dalla European Parkinson Disease e dalla Organizzazione mondiale della sanità.

Cosa è il Parkinson

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa del sistema nervoso, caratterizzata da uno sviluppo progressivo, che interessa principalmente alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell’equilibrio.

La malattia è inserita in un gruppo di patologie definite “Disordini del movimento” ed è la più frequente tra quelle del suo tipo.

Il Parkinson è diagnosticato in entrambi i sessi. In genere si manifesta in pazienti con un’età media compresa tra i 58 e i 60 anni, ma circa il 5 per cento dei pazienti mostra i primi segni della patologia in giovane età, tra i 21 ed i 40 anni.

Prima dei 20 anni è estremamente rara, mentre è molto comune sopra i 60 anni: la malattia colpisce l’1-2 per cento dei sessantenni, mentre la percentuale arriva al 3-5 per cento in pazienti con un’età superiore agli 85 anni.

Sintomi e cure

I sintomi possono essere ricondotti a quattro differenti aspetti. Quello più conosciuto sono i tremiti o tremori che colpiscono il malato. Altri sintomi sono la rigidità degli arti e del tronco, la brandicinesia, ossia la lentezza nei movimenti e la difficoltà a iniziare il movimento, e l’instabilità della posizione del corpo.

Nel paziente affetto dal Parkinson vi è una  riduzione del movimento pendolare delle braccia durante il cammino e, in alcuni casi, il malato può avere degli episodi di blocco motorio improvviso. Questa condizione prende il nome di freezing gait o congelamento della marcia.

Anche la voce può subire dei cambiamenti, diventando più flebile, o può esserci una perdita di tonalità e di modulazione.

A ciò si possono aggiungere anche  problemi legati alla deglutizione.

La malattia è cronica e degenera nel tempo.

Il Parkinson insorge quando le cellule presenti in una parte del cervello chiamata “sostanza nera” muoiono. Ciò comporta la mancanza di un importantissimo neuromediatore, denominato dopamina, a livello cerebrale.

La dopamina  è un neuro trasmettitore  che si occupa di trasmette gli impulsi tra i diversi gruppi di cellule. In sua assenza, il corpo non riesce più a muoversi correttamente.

Il Parkinson infatti intacca l’automatismo dei movimenti, per cui chi è affetto da questa malattia deve pensare ai gesti che vuole compiere per poterli eseguire.

Negli stadi più avanzati della malattia, il 20-25 per cento dei pazienti può presentare problemi a livello cognitivo simili alla demenza. In questi casi i malati soffrono di problemi psichici come confusione mentale o allucinazioni.

Oltre alle più conosciute conseguenze motorie riconducibili alla malattia, ve ne sono altre come la depressione, più frequente nelle donne e nei pazienti affetti dal Parkinson prima dei 50 anni; la stipsi e l’insonnia.

Ad oggi, non esiste una cura per questa malattia.

Tuttavia, chi soffre di Parkinson dovrebbe rivolgersi a un neurologo specializzato in disturbi del movimento fin dalle prime fasi della malattia.

L’utilizzo delle giuste terapie fin dalle prime manifestazioni della malattia infatti consente di rallentarne la degenerazione e permette una miglior qualità di vita rispetto a chi inizia le terapie ad uno stadio più avanzato, ossia quando le capacità motorie hanno raggiunto un livello di invalidità funzionale.

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